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Efferati omicidi, maltrattamenti e altri reati di stalking, le cui vittime sono quasi esclusivamente donne, continuano incessantemente a riempire le pagine di cronaca giudiziaria nazionale. Di fronte a un fenomeno così diffuso  c’è però chi se ne approfitta, arrivando a utilizzare la denuncia come arma di ricatto, soprattutto nei confronti dell’ex. Capita sempre più spesso che, al termine dei tre gradi di giudizio,  molte denunce finiscano per essere classificate come assolutamente infondate e calunniose.
 
“Da un’analisi dei dati a disposizione della Procura di Bergamo, che vanta il merito di aver scoperchiato il vaso di pandora su questa prassi ormai consolidata, le denunce di violenza negli ultimi anni sono aumentate in maniera esponenziale, fino ad arrivare, in comuni con una media di cento mila abitanti, a circa 400 casi all’anno, poco più di un episodio al giorno – spiega  l’avvocato Lorenzo Puglisi, Presidente di SOS Stalking - Secondo questa ricerca solo in 2 casi su 10 si potrebbe parlare di veri e propri maltrattamenti, mentre nella restante parte si tratterebbe esclusivamente di querele enfatizzate ad arte ed utilizzate come armi di ricatto per scopi prettamente economici”.

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L’argomento prende maggior risalto dopo l’approvazione all’unanimità della ratifica della Convenzione di Istanbul, che  ora passa al Senato. “La Convenzione, composta da 81 articoli, rappresenta il primo strumento internazionale in grado di vincolare giuridicamente gli Stati alla tutela dei diritti delle donne. L’obiettivo è quello di dar vita finalmente a un quadro normativo completo, capace di contrastare e prevenire qualunque tipo di violenza contro le donne, compresi gli abusi subiti tra le mura domestiche”, precisa in merito Lorenzo Puglisi.

La Convenzione obbliga dunque gli Stati aderenti ad adottare tutte le misure legislative necessarie per la tutela delle donne vittime di violenza. A partire dal dovere di perseguire i reati riconosciuti dalla Convenzione stessa (come stupro, mutilazioni genitali, stalking e violenze psicologiche), fino a forme concrete di assistenza (come servizi di supporto anche legale, case rifugio, linee telefoniche di sostegno) e al diritto al risarcimento civile per gli abusi subiti, senza oneri per le vittime.

Questo traguardo, necessario e condiviso (l’Italia è la quinta nazione a ratificare la Convenzione dopo Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo), si scontra però con un fenomeno in forte aumento, quello delle false querele, il cui scopo è spesso legato a motivi esclusivamente economici o di ‘ripicca’ nei confronti del partner (o dell’ex).

Una vera e propria ‘piaga sociale’ questa, che rappresenta uno dei cavalli di battaglia delle associazioni a tutela dei padri separati che ancora oggi si battono per rivendicare la presunta disparità di trattamento di alcuni magistrati che tenderebbero ad agevolare quasi sempre la donna arrivando perfino a chiudere un occhio davanti a storie palesemente artefatte. Il teorema è semplice: “Se non mi concedi quello che chiedo, ti denuncio”. Un meccanismo così collaudato è comprovato, peraltro, dall’elevato numero di mogli che, ottenuto il proprio scopo processuale, ritira la denuncia con la più assoluta noncuranza delle risorse spese dagli organi di polizia (e di conseguenza dalla collettività) per indagare su reati inesistenti.

“Certo, ci si aspetta che, ricevute le rassicurazioni da una presunta vittima circa l’intervenuta riappacificazione, un pubblico ministero sia portato a chiedere l’archiviazione, ma la certezza matematica non esiste e in astratto potrebbe accadere che lo sfortunato marito venga condannato ugualmente senza alcuna colpa”, conclude Puglisi.

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