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Costume
Afghanistan, il racconto di Emergency: "Un paziente su 3 è un bambino"
Luca Radaelli, responsabile di Emergency per l'Afghanistan

Di Chiara Giacobelli

C’è una versione che ci raccontano attraverso i mezzi di informazione, spesso filtrati, e poi c’è la realtà vissuta ogni giorno da chi lavora sul campo, conoscendo ogni angolo di un Paese che oggi, a diversi anni dall’acclamata “missione di pace” occidentale, dovrebbe essere stabile e in crescita. Invece, continua a soffrire sotto un massacro di lotte civili, bombe, mine anti-uomo, persone amputate, conflitti difficili da risolvere.

Grazie al cielo, non tutti li hanno lasciati soli: gli operatori di Emergency, ad esempio, rappresentano una risorsa e una salvezza fondamentale per molte popolazioni. Ci hanno abituato a vederli come degli angeli, degli eroi, qualcuno che noi non potremmo mai essere, eppure Luca Radaelli, responsabile di Emergency per tutto l’Afghanistan, spiega ad Affari che non è affatto così: non esistono eroi, solo individui con la voglia di dare il massimo e fare del bene. Ma soprattutto, ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare qualcosa di concreto in tante maniere differenti.

Luca, prima di tutto raccontaci chi sei e come sei arrivato a ricoprire un ruolo tanto importante.

“Sono nato a Rho (Milano) nel 1976 e sono diventato infermiere nel 2003 iniziando a lavorare in rianimazione generale presso l’Ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento per le malattie infettive nel nord Italia. Nel 2008 sono partito per la mia prima missione con Emergency a Lashkar Gah, nel sud dell’Afghanistan. Dopo sette mesi sono rientrato in Italia e ho ripreso a lavorare nello stesso reparto di prima, ma il desiderio di tornare in Afghanistan era troppo forte, così ho deciso di licenziarmi per dedicarmi completamente ad Emergency.

Alla fine del 2009 è quindi iniziata per me un’altra missione, sempre a Lashkar Gah, durata altri sette mesi. Dopo una breve vacanza in Australia, sono stato spostato a Kabul, dove ho ricoperto il ruolo di responsabile dell’ospedale per quasi quattro anni. Dal dicembre del 2014 sono invece diventato responsabile del progetto Emergency per tutto l’Afghanistan. Ad oggi, contiamo tre ospedali, 46 cliniche, 1500 dipendenti afghani e una media di 30-40 espatriati”.

Vista la posizione che attualmente ricopri, ci puoi fare una panoramica della situazione internazionale che si trova ad affrontare Emergency? Quali sono i Paesi più critici?

“Avendo sempre lavorato in Afghanistan la mia visione dell’organizzazione nella sua interezza è un po’ limitata, ma posso certamente affermare che ogni progetto presenta i propri rischi e le proprie numerose complessità: l’ebola e il trauma-centre in Sierra Leone, la cardiochirurgia d’eccellenza in Sudan, la Libia con un’attività di chirurgia di guerra appena avviata, la pediatria e di nuovo la chirurgia di guerra in Bangui. Si tratta di tutte iniziative che cercano di portare supporto in questi Paesi altrimenti allo sbando”.

Venendo nello specifico all’Afghanistan, negli ultimi anni sembra ci sia stato un peggioramento della situazione. Ce lo confermi?

“I bisogni dell’Afghanistan sono infiniti. Noi, con il nostro progetto costituito da tre ospedali e 46 cliniche, stiamo facendo molto, ma non siamo ancora sufficienti per coprire tutte le necessità. A Kabul e Lashkar Gah abbiamo due strutture per la chirurgia di guerra e in Panjshir uno dei più importanti centri di maternità del Paese.

Nonostante ciò, la situazione è pessima: dati alla mano, sono 21 su 34 le province in cui si registrano combattimenti attivi e dove le città sono insicure. Dal 2008 vediamo un costante  aumento di vittime: i civili sono sempre più coinvolti e i bambini rappresentano il 33% dei nostri pazienti. Solo nel 2015 tra Kabul (120 posti letto) e Lashkar Gah (90 posti letto) abbiamo ammesso 5.700 feriti di guerra. Nel frattempo, anche la povertà e la criminalità sono in continuo aumento”.

Tu hai scelto di lasciare l'Italia per trasferirti in Afghanistan sette anni fa. Che cosa ha motivato questa tua decisione, e quali sono state le difficoltà più grandi da superare?

“La maggiore difficoltà è stata lasciare gli affetti più cari, sapendo che la mia famiglia è costantemente preoccupata per me. La motivazione principale è stata invece la voglia di mettermi in discussione e fare un’esperienza di vita diversa.

Una volta là, anno dopo anno, senza neppure accorgermene, sono rimasto coinvolto dal tipo di sanità erogato e dalla natura stessa del progetto, per cui il paziente dev’essere al centro delle nostre attività. Sono fiero di farne parte e questo lungo periodo non mi è pesato, nonostante non fosse di certo facile. Qui offriamo cure di alto livello totalmente gratuite e accessibili a chiunque, indipendentemente dal credo religioso o politico. In un certo senso, è come se mi fossi trovato a far parte di un modello di sanità ideale”.

Quali sono le professioni specializzate che possono lavorare con Emergency e che cosa dovrebbero fare per partire con voi?

 “Cerchiamo medici, infermieri e fisioterapisti, ma anche figure non sanitarie come logisti, amministratori, tecnici. In genere restiamo in missione 5 o 6 mesi, poi ci concediamo un mese di vacanza; questo, però, dipende dal ruolo ricoperto e dal tipo di attività che si va a svolgere.

Noi siamo qui per trasmettere un esempio di sanità, pertanto, oltre al trattamento dei pazienti, ci occupiamo anche di insegnare uno specifico modello ai nostri dipendenti nazionali. Per questo motivo cerchiamo di selezionare solo personale sufficientemente esperto”.

C’è però tanta gente comune che potrebbe darvi una mano. In che modo lo può fare?

“I volontari di Emergency sono sempre stati la colonna portante dell’organizzazione. Si può far parte di un gruppo già costituito e partecipare, ad esempio, alla raccolta fondi o a diverse attività divulgative. In particolare, le donazioni private e il 5x1000 sono i modi migliori per darci una mano”.

Un’ultima domanda: da giugno tornerai in Italia. Perché rientrare proprio ora, e quale sarà poi la tua nuova mansione?

“Ho deciso di tornare a casa perché è stato davvero un periodo molto lungo quello che ho trascorso qui. Il progetto ha bisogno di nuovi occhi, nuovo entusiasmo. Il tipo di vita che conduciamo all’estero è molto particolare, ripartito esclusivamente tra casa e ospedale senza possibilità di uscire per ovvie ragioni di sicurezza. A me non è mai pesato, anche perché il nostro lavoro è talmente intenso e ricco di stimoli da occupare tutte le nostre energie; tuttavia, è normale che la guerra piano piano tenda a logorarti.

Il mio pensiero ora più che mai va agli Afghani, che invece non hanno possibilità di fuga e devono affrontano tutti i giorni una vita assurda, colma di rischi. Il mio rientro in Italia sarà una nuova sfida: andrò a lavorare con la divisione medica di Emergency e seguirò la supervisione dal punto di vista sanitario di tutti i progetti dell’organizzazione”.

Info: www.emergency.it

Tags:
emergency afghanistan intervista respondabile radaelliluca radaelli responsabile emergency afghanistan
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