Giornata contro la violenza sulle donne. "Ogni giorno dobbiamo indignarci" - Affaritaliani.it
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Costume
Giornata contro la violenza sulle donne. "Ogni giorno dobbiamo indignarci"

Di Barbara Benedettelli
Saggista e attivista per i diritti delle Vittime
Presidente Associazione L'Italia Vera

Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ecco perché ogni giorno, dobbiamo indignarci e agire..

Ci sono uomini che uccidono le donne a causa dell’incapacità di sopportare il rifiuto, la lontananza, l’indipendenza delle loro donne. Non sopportano vederle libere e autonome, soprattutto da loro. E allora fissano la coppia, a volte l’intera famiglia, in una rigidità definitiva. Poi, dopo, dicono che non avevano l’intenzione di arrivare a tanto, che hanno ucciso per amore, per gelosia, per una passione così grande da rubare loro la ragione. Ma un sentimento che genera un comportamento distruttivo non è amore. L’amore non possiede, rende liberi, a costo di lasciare andare l’amato, se questo lo rende felice. Se in suo nome si materializzano dolore, prigionia, lividi, oppressione, morte, non è amore, è, per dirla con Massimo Troisi, un calesse.

L’”amore” che uccide è solo una maschera che ha indossato il male. E in questo articolo del mio blog ti spiego il perché...

IL TESTO
da www.barbarabenedettelli.it

Ci sono uomini che uccidono le donne a causa dell’incapacità di sopportare il rifiuto, la lontananza, l’indipendenza delle loro donne. Non sopportano vederle libere e autonome, soprattutto da loro. E allora fissano la coppia, a volte l’intera famiglia, in una rigidità definitiva. Poi, dopo, dicono che non avevano l’intenzione di arrivare a tanto, che hanno ucciso per amore, per gelosia, per una passione così grande da rubare loro la ragione. Ma un sentimento che genera un comportamento distruttivo non è amore. L’amore non possiede, rende liberi, a costo di lasciare andare l’amato, se questo lo rende felice. Se in suo nome si materializzano dolore, prigionia, lividi, oppressione, morte, non è amore, è, per dirla con Massimo Troisi, un calesse.

L’”amore” che uccide è solo una maschera che ha indossato il male. Un male che non è arrivato da fuori, ma che era già dentro di noi. Sin dal primo momento in cui abbiamo detto: “Ti amo.”

Mentre scrivo la cronaca nera conferma la lontananza, l’abisso che ci separa. In questi giorni gli attentati di Parigi e il terrorismo hanno preso giustamente il sopravvento su qualsiasi altra notizia. Ma le donne, anche nei giorni degli attentati, non hanno cessato di morire per mano di chi credevano le amasse. Prendiamo gli ultimi giorni del mese. Il 14 novembre una 44enne è stata uccisa a coltellate dal marito a Canelli, il 15 novembre è stata uccisa una donna dal convivente a calci e pugni a Provaglio d’Iseo, a Torino il 18 novembre il marito ha soffocato la moglie di 86 anni.

Muore ammazzata dal compagno o dall’ex una donna ogni due giorni. Sono 152 nel 2014 perché hanno voluto interrompere una relazione.

La violenza contro le donne oggi ha un nome. E’ stata ”isolata”, esattamente come si fa con un virus letale. Si chiama femminicidio.

Ma perché questa parola è necessaria? E perché c’è così tanta attenzione verso la violenza contro le donne e non, invece, verso la violenza contro chiunque? Queste sono le domande che molti si fanno e alle quali cercherò di rispondere, perché se non riconosciamo la necessità di dare un nome univoco a un “esperienza” che può portare alla morte per riconoscerla e sconfiggerla, allora le donne continueranno a morire ammazzate.

La comunità scientifica ogni volta che un virus colpisce la popolazione lo isola, lo analizza e gli dà un nome che lo distingue da un altro. E’ così che quel virus, e solo quello, è riconosciuto da tutti. Ogni virus ha caratteristiche proprie, sia per quanto riguarda la complessità degli organismi, sia per quanto riguarda la velocità e la forma di propagazione, i sintomi, l’evoluzione, la durata del contagio, la provenienza, il numero di morti provocati ogni anno, l’incidenza dei morti sul numero di malati, la capacità di trasmissione e il tempo d’incubazione. Una volta che un virus è stato isolato e nominato, la comunità scientifica si mette al lavoro per trovare un vaccino e una cura. I cittadini sono invitati a prendere precauzione e i contagiati vengono messi in quarantena.

Ecco, la stessa cosa è avvenuta per quella forma di violenza che abbiamo riconosciuto, isolato e nominato #femminicidio: si sviluppa all’interno di una relazione amorosa (una donna uccisa da un delinquente per strada non è femminicidio); perdura nel tempo e ha nell’omicidio della donna e a volte anche dei figli e dell’uomo stesso, il culmine finale; è una forma di violenza non sempre avvertita perfino dalle Vittime stesse; non ha a che fare solo con le storie individuali delle persone, perché nasce da un fenomeno anche culturale, ancestrale, difficile da sradicare. E da un’idea distorta di che cosa sia davvero l’amore.

Il femminicidio si realizza anche in assenza di omicidio.

Si può parlare di femicidio o femminicidio ogni volta che a una donna vengono negati: autodeterminazione, autonomia finanziaria, libertà di movimento e di scegliere chi vedere, dove andare, come vestirsi, se avere o non avere un rapporto sessuale. E laddove ne viene minata l’autostima attraverso la violenza psicologica. Una forma grave e subdola questa, difficilissima da riconoscere, ma che colpisce milioni di donne di qualsiasi estrazione sociale e livello culturale.

Nella maggior parte dei casi l’omicidio è stato preceduto da una lunga serie di vessazioni fisiche e psicologiche che annullano la personalità, minano la dignità, negano i diritti fondamentali della persona e durano anche molti anni. Si parla di femminicidio quando tutto questo una donna lo subisce da chi le dice, “Ti amo.” Che sia il partner attuale, l’ex o uno spasimante rifiutato.

La battaglia contro la violenza sulle donne discrimina gli uomini?

SCARPE-ROSSEC’è chi, come sordo e cieco di fronte alla realtà, afferma a gran voce, attraverso le pagine dei giornali o i social media, che la battaglia contro la violenza sulle donne è ingiusta, perché anche gli uomini sono ugualmente vittime di donne che dicono di amarli e invece li vessano, li violentano, li uccidono. E continuano imperterriti su questa strada nonostante l’evidenza oggettiva del reale dimostri il contrario. Tra i detrattori c’è chi si chiede “perché il maschio che picchia (o ammazza) la femmina commette un reato più grave di una femmina che picchia (o ammazza) il maschio.”

La violenza è violenza e va sempre condannata. E’ male in sé. Da qualunque parte arrivi e verso chiunque sia rivolta. E’ la proporzione, anzi, la “dimensione” che fa la differenza tra un delitto e l’altro, e che va oltre la forza dei numeri.

La prevaricazione maschile è visibile non solo agli occhi di chi vuole vedere senza fermarsi a un’osservazione sterile e superficiale, ma anche nella fredda conta dei numeri, a partire da un dato che è comprensibile a tutti, visto che quando si parla di soldi, specie di soldi pubblici, l’attenzione sale alle stelle. La violenza sulle donne costa al contribuente circa diciassette miliardi di euro all’anno. E solo questo potrebbe bastare per mostrare l’ampiezza del fenomeno. Per quanto riguarda i delitti che si realizzano all’interno della “dimensione” affettiva, solo circa il 3% vede la donna come carnefice. E di questo 3% una gran parte arriva a uccidere dopo un lungo periodo di vessazioni subite, che spesso avvenivano nell’omertà di chi sapeva, ma non faceva nulla per fermarle o pensava che tutto sommato era giusto così.

Non dimentichiamo che non è passata ancora una generazione da quando in Italia abbiamo abolito il delitto d’onore e la possibilità, da parte dell’uomo, di punire la moglie e le figlie femmine per “correggerle”, o che la violenza sessuale non è più un delitto contro la morale ma contro la persona solo dal 1994. E mentre nel raro caso in cui la donna uccide il compagno o l’ex dopo averlo vessato potremmo parlare di “maschicidio” (per isolare il fenomeno e mettere in atto il “protocollo”), negli altri casi, anche se la Vittima è l’uomo, si può comunque parlare di femmincidio, se vogliamo fermare sul nascere le dinamiche che precedono un atto senza ritorno, per tutti. Perchè spesso le donne uccidono dopo un periodo interminabile di vessazioni.

Questa è la realtà. Il resto sono parole. Valutare la realtà dei fatti non significa giustificare quel 3%, al di là delle motivazioni di chi è e resta assassino (assassina in questo caso), ma significa considerare che oltre la realtà dei numeri percentuali ci sono delle vite e delle vicende familiari che vanno indagate. Vite che ci scorrono accanto senza che ce ne accorgiamo. Voler negare la presenza di ostacoli culturali, sociali ed economici che, di fatto, limitano la libertà della donna di sviluppare la propria personalità, non fa altro che alimentare la discriminazione che resiste ai secoli. Non verso l’uomo però, ma verso la donna.

imagesSotto sotto la donna che si emancipa disturba, quella stuprata se l’è cercata, per quella uccisa dal marito o dall’ex alla fine «ci sarà stato un perché». I colpevoli diventano vittime e le Vittime, quelle vere (e quindi con la V maiuscola), subiscono una seconda violenza. E mentre l’assassino dopo il delitto agli occhi del mondo è “umano”, un uomo vinto da passioni cieche che si sono impadronite di lui, “momentaneamente assente” per il “troppo amore”, la Vittima rimane cosa.

Dobbiamo poi comprendere che il femminicidio è come un cancro che va in metastasi, perché non colpisce solo un organo (la donna), ma tutto il corpo (la famiglia). E se colpisce la famiglia colpisce la società intera di cui essa è la principale “istituzione”. Perché da quel momento ogni suo membro sanguina. I figli di quelle donne – spesso vittime della violenza assistita – muoiano dentro. Come i loro genitori, schiacciati da un dolore tremendo. E mentre noi parliamo, ci indigniamo e gridiamo la nostra contrarietà, tutto questo accade a due passi. Accade sempre. Accade ancora.

 

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