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Costume
Gli italiani si sentono tutti divi. Divorziano (e si risposano) di più

Società, Censis: siamo tutti divi e non ci sono piu' miti ne' eroi

Nell'era mediatica siamo tutti divi e viviamo in una società che non ha più miti né eroi. Così il Censis fotografa la nostra società biomediatica nel 52esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese. Una realtà in cui, quelli che l'istituto chiama "dispositivi della disintermediazione digitale" continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. "Oggi - scrive il Censis - il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all'86,3% e all'85,1%". I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi (-2,7% in termini reali nel 2017 rispetto al 2007), ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell'ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati.

"E abbiamo finito per sacrificare ogni mito, divo ed eroe sull'altare del soggettivismo, potenziato nei nostri anni dalla celebrazione digitale dell'io. Nell'era biomediatica - scrive il Censis nel Rapporto - in cui uno vale un divo, siamo tutti divi. O nessuno, in realtà, lo è più". La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2%) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente "fondamentale" per poter essere una celebrità, come se si trattasse di talento o di competenze acquisite con lo studio (il dato sale al 41,6% tra i giovani). Ma, allo stesso tempo, un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi semplicemente non esistono più. E comunque appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come miti da prendere a modello nella propria vita (il 9,9%). In più, il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

Divorzi raddoppiati in 10 anni, ma crescono le seconde nozze: si risposano soprattutto gli uomini

In Italia ci si lascia sempre di più, ma chi si lascia è sempre più propenso a riprovarci. Parallelamente all'aumento delle separazioni e dei divorzi, crescono infatti anche le seconde nozze. E' il quadro che si rileva dal 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese del Censis. Mentre le separazioni sono ai aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015, con un incremento del 14%, i divorzi sono letteralmente raddoppiati, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016. Su questi ultimi dati incidono le norme sul cosiddetto divorzio breve che dal 2015 hanno fatto crescere il numero in modo molto consistente. La fragilità del matrimonio ha coinvolto nel tempo anche le coppie più longeve: se la durata del matrimonio al momento della separazione è di circa 17 anni, i dati testimoniano che in 10 anni, dal 2005 al 2015, sono diminuite le separazioni a pochi anni dal matrimonio (dal 18,7 al 13,5%) mentre sono aumentate quelle relative ai matrimoni che hanno una durata di 20 anni e oltre, passate dal 24,6 al 35%. La tendenza a risposarsi riguarda gli uomini più frequentemente delle donne (con il 68% di sposi con precedenti esperienze matrimoniali sul totale dei secondi matrimoni contro il 60% delle spose). E anche l'età media di chi ci riprova aumenta, in misura più consistente per gli uomini: rispettivamente 69,9 e 54 anni per vedovi e vedove (5,3 anni in più per i maschi e 5 per le femmine rispetto a dieci anni fa), 53,1 e 45,8 anni per divorziati e divorziate (5,4 e 4,1 anni in più rispettivamente).

Censis: sovranismo rende Italia cattiva, migrante capro espiatorio

Dall'Italia "rancorosa" del 2017 all'Italia "cattiva" del 2018. Un'Italia che, se un anno fa provava avversione o risentimento nei confronti di qualcuno, adesso e' addirittura peggiorata, perche' cattiveria equivale ad attitudine o comunque essere pronti a offendere e fare del male. Una cattiveria usata cinicamente come strumento di riscatto, di risalita, e che alza muri. E in un quadro di sfiorire della ripresa economica il capro espiatorio dei nostri guai sociali e' presto trovato, e' a portata di mano: l'immigrato. Perche' spesso arriva senza rispettare le regole, perche' fa salire il tasso di criminalita', perche' crea problemi agli italiani in quanto assorbe buona parte del nostro sistema di welfare e quindi finisce con il diventare un peso. Il paradosso e' che addirittura sono gli italiani piu' fragili quelli che si rivelano maggiormente ostili verso gli extracomunitari. Impietosa lo e' stata un anno fa, ancor piu' impietosa lo e' quest'anno l'analisi del Censis nel suo 52^ Rapporto sulla situazione sociale del Paese, come riassume l'Agi. Analisi che e' facile prevedere inneschera' reazioni e anche, ovviamente come sempre a posteriori, qualche "ve l'avevo detto io...". Il tutto con un Paese che deve fare i conti con la 'politica dell'annuncio', mentre invece quella che vorrebbe e' una classe dirigente capace di proporre una prospettiva del futuro. E finisce che da un'economia dei sistemi si approdi ad un ecosistema di attori individuali, ovvero verso un appiattimento della societa'. Affidandosi al sovranismo psichico, al "sovrano autoritario" a cui chiedere stabilita'. E i riferimenti alla societa' piatta come soluzione del rancore, e alla nazione sovrana come garante di fronte a ogni ingiustizia sociale, hanno costruito il consenso elettorale e sono alla base del successo nei sondaggi politici in Italia come in tante altre democrazie del mondo. Serve invece una responsabilita' politica "che non abbia paura della complessita', che non si perda in vicoli di rancore o in ruscelli di paure, ma si misuri con la sfida complessa di governare un complesso ecosistema di attori e processi". Perche' ritorna il tema dell'egemonia e del ruolo delle e'lite.

E' un'analisi che suona, dal punto di vista politico, come un monito un po' a tutti i partiti: da quelli di un anno fa a quelli che ci sono ora, frutto anche di scelte all'insegna del 'proviamo a vedere'. E' evidente, per i ricercatori del Censis, che all'origine di questo trasformarsi in cattiveria degli italiani c'e' la caduta dell'illusione che la ripresa fosse ormai lanciata, e non piu' "solo" partita. E venendo a mancare quel cambiamento che avrebbe avuto del 'miracoloso' dopo anni e anni di crisi, ecco il guardare a rappresentativita' diverse, il dichiararsi - e poi tradurlo in fatti - pronti a scommettere su altro, a costo di forzare gli schemi politico-istituzionali che l'Italia si e' data nel tempo e spezzare la continuita' nella gestione delle finanze pubbliche. E' stata - dice il Censis - quasi "una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle e'lite, purche' l'altrove vincesse sull'attuale. E' una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico". Sovranismo psichico che a volte assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria dopo e oltre il rancore diventa "la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualita' latente, individualizzata, pulviscolare". Alla base di questo processo c'e' "l'assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive". E il Censis ci ricorda che l'Italia e' ormai il Paese dell'Unione europea con la piu' bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita. E il 56,3% degli italiani dichiara che non e' vero che le cose nel nostro Paese hanno iniziato a cambiare veramente. C'e' un 63,6% convinto che nessuno ne difenda interessi e identita', e quindi devono pensarci da soli. Quota che sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% tra chi puo' contare solo su redditi bassi. Il non sopportare gli altri si traduce nel via libera ai pregiudizi, emergono anche quelli che ognuno di noi preferiva tenere per sei. E cosi' l'essere diverso diventa, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. E non e' una questione di basse percentuali, perche' il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa i rom; il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% e' convinto che vengono prima gli immigrati, altro che "prima gli italiani", e questo 52% diventa il 57% tra le persone con redditi bassi.

Questo "cattivismo diffuso" erige muri che sono invisibili ma sono anche spessi, difficili da abbatterei. E il futuro? Il 35,6% degli italiani e' pessimista, guarda all'orizzonte con delusione e paura; il 31,3% e' incerto e il restante 33,1% e' ottimista. Il capitolo migrazione e' un nervo scoperto per gli italiani, perche' equivale a ipotizzare problemi di sicurezza di una societa' che all'apparenza si dice aperta e solidale. Il 63% degli italiani vede in modo negativo l'immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%). Ma neppure l'immigrazione da Paesi comunitari e' vista di buon occhio: e' infatti negativa per il 45% (rispetto al 29% media Ue). I piu' ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani piu' fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre - chissa' come mai, verrebbe da chiedersi - il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Inoltre, il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in casa nostra; il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare, solo il 37% ne sottolinea invece l'impatto favorevole sull'economia nazionale. Per il 75% degli italiani l'immigrazione aumenta il rischio di criminalita'. E il 59,3% degli italiani e' convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sara' un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse. Il che equivarrebbe a ipotizzare una conflittualita' sociale latente e strisciante. E sfibrante per qualsiasi sistema. Specie in un'Italia - ricorda il Censis - dove nell'ultima parte del 2017 e nella prima parte del 2018, il miglioramento dei parametri economici, la fiducia delle famiglie e delle imprese, le positive dinamiche industriali e dell'occupazione "facevano percepire la possibilita' concreta di vedere completato il superamento della crisi e dei dubbi sul nostro modello di sviluppo". La ripartenza pero' non c'e' stata, e guardando agli ultimi mesi, "segnati da un rallentamento degli indicatori macroeconomici, da un volgersi al negativo del clima di fiducia delle imprese, da un impoverimento del vigore della crescita, dal rinforzarsi di vecchie insicurezze nella vita quotidiana e dal costituirsene di nuove", verrebbe da pensare che "tutto arretra". Specie - aggiunge il 52^ Rapporto sulla situazione sociale del Paese - se si guarda, nella cronaca quotidiana, al rapido affermarsi della convinzione che siamo oggi nel bel mezzo di un annunciato ritorno a una economia dello 'zero virgola qualcosa'.

E sotto gli occhi di tutti ci sono "lo squilibrio dei processi d'inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi migratori; l'insicura assistenza alle persone non autosufficienti, interamente scaricata su famiglie e volontariato; l'incapacita' di sostenere politiche di contrasto alla denatalita'; la faticosa gestione della formazione scolastica e universitaria; il cedimento rovinoso della macchina burocratica e della digitalizzazione dell'azione amministrativa; la scarsita' degli investimenti in nuove infrastrutture e nella manutenzione di quelle esistenti; il ritardo nella messa in sicurezza del territorio o nella ricostruzione dopo le devastazioni per alluvioni, frane e terremoti". Ne consegue che la societa' vive una crisi di spessore e di profondita':" gli italiani sono incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro. Ogni spazio lasciato vuoto dalla dialettica politica e' riempito dal risentimento di chi non vede riconosciuto l'impegno, il lavoro, la fatica dell'aver compiuto il proprio compito di resistenza e di adattamento alla crisi". Si direbbe che il quadro e' proprio fosco. E invece, cio' nonostante "si avvertono segnali che da tempo mancavano: la ripresa degli investimenti nel settore delle costruzioni, dopo anni di progressiva e strutturale decadenza; il consolidamento di una positiva bilancia commerciale nelle tecnologie; il primato italiano nell'economia circolare, con uno spread tecnologico positivo e in costante miglioramento rispetto al sistema industriale tedesco; il crescente fatturato dei tanti soggetti dell'economia esplorativa (dalle piattaforme per i portapacchi dell'era digitale ai tanti settori dell'industria e della ricerca globale)". Solo che - ed ecco il paradossale contrappasso - andiamo da un'economia dei sistemi verso un ecosistema degli attori individuali, verso un "appiattimento della societa'". In un ecosistema di attori e qui sta la potenza del cambiamento ciascuno afferma un proprio paniere di diritti, mentre perde senso qualsiasi mobilitazione sociale. Il sistema sociale, attraversato da tensioni, paure, rancore, "guarda al sovrano autoritario e chiede stabilita'", rompe l'empatia verso il progresso, teme le turbolenze della transizione. Il popolo si ricostituisce nell'idea di una nazione sovrana supponendo, con una interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell'ingiustizia e della diseguaglianza sono tutte contenute nella non-sovranita' nazionale". E' la "politica dell'annuncio", quando invece "la responsabilita' della classe dirigente, il ruolo dell'establishment stanno nel proporre una prospettiva nel futuro". Il Censis ricorre al'aggettivo "epigonale" per dire che l'annuncio, senza la dimensione tecnico-economica necessaria a dare seguito al progetto politico, da profetico si fa imitatore.

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