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Costume
Salvini e la strategia della celebrity. Perfetto esempio di politica pop

Di Maria Carla Rota

Pizza quattro formaggi con cipolla e olio piccante. Uno spritz ad alta quota. Palle di neve con i figli Mirta e Fede. Gita in montagna con peluche e bambini. T-shirt del Papeete, noto beach club di Milano Marittima. Biciclettata, polenta, cani e asinello. In soli 7 giorni Matteo Salvini ci ha mostrato sui social tutte le sfumature della sua vita pubblica e privata. E poi c’è quella foto col mitra, che ha acceso i riflettori sul suo spin doctor, Luca Morisi, social guru e inventore del software “La bestia”, ovvero la macchina della propaganda che sta dietro al leader leghista.

Matteo Salvini è il campione della comunicazione social, sia a livello tecnico che contenutistico. La sua narrazione è vincente perché sa ben sollecitare le pulsioni e le pressioni politiche del momento: è anti-immigranti, anti-Europa, anti-élite”, commenta con Affaritaliani.it Gianpietro Mazzoleni, esperto di comunicazione politica e di sociologia della comunicazione, docente di “Media and Politics” all’Università degli Studi di Milano.

La famosa foto con il mitra in mano ha scatenato molte polemiche in questi ultimi giorni.

“Di sicuro era un messaggio poco pasquale, parlava di aggressione e di difesa armata. Una scelta legata a un fenomeno abbastanza noto nell’ambiente politico digitale, ovvero la capacità di trollare la realtà per spostare l’attenzione di utenti e opinione pubblica su un tema diverso, creato appositamente per coprirne un altro. In questo caso il vero problema è l’affare Siri, su cui la Lega gioca una partita pericolosa. L’operazione di Luca Morisi è ben riuscita. Una strategia vincente, che è stata applicata anche in passato, attraverso altri mezzi di comunicazione. Quando è in difficoltà, il leader politico o chi gli sta accanto distrae l’attenzione. Il film “Wag the Dog” mostra molto bene questa dinamica: racconta di uno spin doctor e un produttore di Hollywood che organizzano la messa in scena di una finta guerra contro l'Albania per distogliere l'attenzione dei media e dell'opinione pubblica statunitense da uno scandalo sessuale che, a undici giorni dalle elezioni, vede coinvolto il presidente, accusato da una giovane ragazza scout  di aver abusato di lei durante una gita alla Casa Bianca. Erano gli anni del sexgate che vide protagonisti Bill Clinton e Monica Lewinsky”.

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Spesso però Salvini, che con i suoi 3,5 milioni di follower è il politico d’Europa più seguito su Facebook e ha un engagement superiore a Trump, è stato criticato per il tempismo sbagliato e la scarsa sensibilità di alcuni suoi post. Sempre pochi giorni fa si è mostrato su Instagram in un momento di relax davanti alla tv, durante la puntata del Grande Fratello, nelle stesse ore in cui la cattedrale di Notre-Dame andava a fuoco. Come mai certi scivoloni?

“Non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno ai leader e ai loro spin doctor. Bisogna stare attenti a non avere troppa self-confidence, altrimenti si rischia di bruciarsi la carriera e la leadership, come è successo a Matteo Renzi. E’ anche vero che qualche gaffe all’interno della community di follower non lascia traccia, le accuse e le critiche arrivano dall’esterno e non intaccano il consenso”.

Come giudica la strategia social degli altri politici italiani, primo fra tutti Di Maio?

“Premetto che fondamentale è il carattere del leader. Se è carismatico, in senso weberiano, allora uno scarso uso di Facebook, Instagram e Twitter non inciderà sulla sua leadership. Berlusconi, che sui social è praticamente assente, rimane sempre un punto di riferimento, anche se dopo 25 anni pure i politici si usurano. Di Maio fa un buon uso dei social, usando spesso le dirette video per spiegare le sue scelte politiche. Non ha però lo stesso impatto di Salvini, che riesce a fare più notizia. E’ anche vero che il leader della Lega è molto più presente, con un post ogni due ore, mentre il viceministro M5S si prende anche mezza giornata di assenza. Matteo Renzi ha saputo fare un grande uso dei social media. Nel 2017, anche dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, era secondo solo a Salvini per engagement, ovvero numero di like, reazioni e commenti. Salvini ne aveva 21 milioni 875mila, lui 12 milioni. Seguivano Di Maio con 10 milioni, Meloni con 6, Berlusconi con 2,8. Oggi l’ex segretario del Pd si è un po’ spento, ma potrebbe essere una scelta strategica: si è fatto da parte, dopo tanta sovraesposizione, per preparare il suo rientro”.

Come valuta la comunicazione di Giorgia Meloni?

“Ha una strategia social curata e sa muoversi bene tra due giganti come Salvini e Berlusconi. Anche in televisione sa far parlare di sé, sa rispondere a tono e riesce a non farsi vedere in difficoltà. Chi non è in grado di governare i mass media oggi sparisce dalla circolazione. I social hanno portato a una selezione del personale politico che premia certe caratteristiche, come una buona retorica e una certa aggressività verbale. Non basta più aver fatto la gavetta sul territorio e la carriera nel partito, credendo con grande dignità in valori e ideali”.

Che cosa rende vicente una strategia?

“Oggi non ci sono più le ideologie forti del passato. Le nuove identità, come quelle definite da Lega e M5S, nascono da rabbia e frustrazione, sentimenti che si possono cavalcare facilmente sui social. Certo, un politico deve saper cogliere il sentiment del momento, non basta fare qualche post su Facebook e Twitter. La televisione, tra l’altro, rimane ancora centrale: se Berlusconi ha qualcosa da dire va da Barbara D’Urso, lo stesso Di Maio sceglie spesso “Di martedì”, come abbiamo visto due sere fa in occasione dell’ultimo consiglio dei ministri”.

Con i social anche la vita privata dei politici è molto più condivisa.

“Televisioni e riviste patinate hanno sempre mostrato le vicende personali, ma ora sono i politici stessi ad aggiungere dettagli. Oppure ci pensano i fans, che fanno circolare sul web foto, articoli e filmati. E’ la strategia della celebrity, la politica pop. Esiste da sempre, ma coi nuovi media è diventata quasi centrale. Il leader mostra di essere uno come tanti. Fidanzate e figli aiutano,  creano curiosità, sono messaggi di vicinanza. Dalle divise delle forze dell’ordine al mojito bevuto in spiaggia, Salvini è un perfetto idolo pop”.

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“Politica pop. Da Porta a Porta a L’Isola dei Famosi” è anche il titolo di un suo libro, scritto con Anna Sfardini (Ed. Il Mulino). Che cosa accomuna un attore come Reagan, una celebrity televisiva come Trump e un comico come Zelensky, neopresidente dell’Ucraina? 

“Cambiano i personaggi, ma non i meccanismi che garantiscono popolarità e consenso popolare. Anche nell’epoca dei social, il mix industria mediale-cultura pop rimane il motore di certe “carriere politiche”. Zelensky ha saputo trasmettere un messaggio in modo sprintoso e simpatico e questo ha fatto la differenza, pur essendo lui un incompetente, una persona che non fa politica di mestiere.  E’ il successo della popolarizzazione della politica: non interessa più il messaggio di qualità, ma quello divertente”.

Anche in Italia abbiamo avuto un comico, Beppe Grillo, che è sceso in politica.

“Sì, ma dietro c’è stato un grande lavorio ed è nato un vero movimento. La comunicazione è stata importante, però c’era anche un messaggio di tipo sostantivo, che è stato messo in pratica, anche se si può non condividerlo. Certo, anche ora la comunicazione aiuta a mandare avanti questi progetti, anche se cominciano a fare acqua. Di Maio, con la sua retorica normale, quasi ordinaria, riesce a convincere gli italiani che bisogna avere pazienza. Un po’ come quella frase di Conte, quando disse: saranno mesi bellissimi…”.

 

 

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