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Cronache
gnammo3Una cena "social"

di Stefania Saltalamacchia

Un'auto, una torta, un vestito. Ma anche un cane, una casa o la propria scrivania. Tutto si può riciclare, o meglio condividere con gli altri. La share economy, l’economia della condivisione, sta cambiando, o forse ha già cambiato, la cultura del consumo. Per molti è una risposta alla crisi, per altri un nuovo modello economico. Ben nota negli Stati Uniti e nel Nord Europa, si è diffusa rapidamente anche in Italia, dove fioriscono decine di siti web che mettono in rete le esperienze più diverse. Il Wall Street Journal ne dà una definizione: "Mercati di nicchia per tutti quei beni o quei servizi che diventano economici se ci si unisce per usarli". Il vero valore aggiunto diventa quindi lo scambio. Per abbattere i costi, e soprattutto per fare nuove esperienze e socializzare. Così si affitta una stanza del proprio appartamento, si organizza un concerto in casa o ci si dà un appuntamento per scambiarsi i regali di Natale non graditi. Ma cosa può diventare oggetto di scambio? La risposta è semplice: tutto. Le frontiere della share economy sono praticamente illimitate.

CASA – Il pioniere del settore è stato Airbnb che ha inventato lo scambio del posto letto. Poi sono arrivati decine di siti che offrono di affittare o più spesso di “prestare” il divano della propria casa al turista di passaggio a un prezzo low cost. Scambiocasa, per esempio, è il più grande network che permette di scambiare la propria casa per le vacanze. E se la voglia di condivisione è alla base di queste piattaforme, al contrario affittare nelle grandi città una stanza della propria casa è solo una conseguenza indesiderata della crisi. Secondo il sito di annunci Immobiliare.it, nell’ultimo anno il numero di coloro che mettono in affitto una parte dell’abitazione in cui vivono è aumentato del 20 per cento.

GIAN LUCA RANNO, CEO DI GNAMMO: "ECCO IL SOCIAL NETWORK PER MANGIARE"

Organizzare un pranzo o una cena a casa propria e condividerlo con sconosciuti. Questo è Gnammo, il social network per mangiare e conoscersi che in poco tempo ha raggiunto oltre 5mila iscritti. Un piccolo fenomeno nato nel 2012 sulla scia delle cene a sorpresa made in Usa. Per capire le ragioni del successo abbiamo intervistato Gian Luca Ranno, ceo e cofondatore del sito. “La spaghettata tra amici è diventata un modo per provare a prendere la crisi per la gola”.

Com’è nata l’idea di creare un social network come Gnammo?

Gnammo è un caso unico in Italia, e probabilmente anche nel panorama internazionale. Il progetto è nato nel 2011 prendendo in esame cosa succedeva nel mondo, per esempio con la condivisione del posto letto, e pensando di potere creare qualcosa di simile con il cibo. Sono partito da solo, sono uno smanettone, poi con il mio amico Cristiano abbiamo contattato un gruppo di baresi che in un’altra parte d’Italia stavano portando avanti la stessa idea: poter unire cibo, socialità e guadagno in un’unica nuova esperienza. Così le nostre due start-up si sono unite ed è nato Gnammo. Siamo andati online a inizio 2012 e a giugno sono iniziati gli eventi.

Come funziona il sito?

Il meccanismo di Gnammo è semplice. Per il cuoco, professionista o meno, è sufficiente registrarsi al sito e creare un evento, vale a dire una cena, da ospitare in casa propria o in altro luogo disponibile, con tanto di menu e di prezzo fisso. A questo punto si attendono le adesioni, da parte dei potenziali ospiti, gli gnammer, poi si effettua il pagamento online e la cena è organizzata. I prezzi di solito li decidono i cuochi e il costo medio di una cena si aggira tra i 15 e i 20 euro.

Quali sono i vantaggi per i cuochi?

I
cuochi di solito sono persone che amano la cucina in tutte le sue declinazioni. Molti sono dei veri professionisti che al momento non hanno un lavoro o che desiderano arrotondare, ma per molti altri è solo un passatempo. Il buon funzionamento del sistema dipende dal meccanismo del feedback fornito dagli gnammer, che a fine cena pubblicano la propria recensione sullo chef di turno aiutandolo a scalare la classifica dei migliori cuochi, con tanto di ricadute in termini di pubblicità e di potenziali nuove richieste, oppure bocciandolo.

Vantaggi per gli gnammers?

Gnammo offre agli ospiti un’esperienza lontana da quella classica del ristorante o della pizzeria. Inoltre, è un ottimo modo per fare nuove amicizie. Utile anche per i turisti che possono provare per una sera l’esperienza di mangiare a casa di una persona del posto. Senza tralasciare l’aspetto economico, una cena completa costa intorno ai 20 euro.

Qual è l’utente medio di grammo?

L’identikit dell’utente medio è quello di una persona tra i 30 e i 45 anni, con una scolarizzazione medio alta. Di solito vive in una grande città come Torino e Milano. Tanti i liberi professionisti, ma anche gli studenti, soprattutto i fuori sede. C’è chi lo fa per conoscere ambienti nuovi e per socializzare, ma anche per risparmiare, accedendo alla buona cucina a prezzi ragionevoli. C’è il cuoco professionista, che ha voglia di farsi pubblicità, così come la casalinga che intende crearsi un’entrata aggiuntiva.

Il successo di Gnammo è solo una conseguenza della crisi economica o c’è dell’altro?

La crisi ha senza dubbio influito, ma non è l’unico fattore. E’ fondamentale la voglia di volersi riappropriare della tavola, di riaprirsi e condividere. Il cibo diventa, così, uno scudo che permette di riunire persone completamente diverse intorno alla stessa tavola. Un’opportunità di conoscersi attraverso la cucina.

Quanti eventi sono stati realizzati finora tramite Gnammo? E quanti gli iscritti al portale?

Sono stati organizzati 170 eventi distribuiti in 13 regioni d’Italia. E in tutto sono state 1200 le persone che hanno sperimentato il social eating grazie al sito. Il numero complessivo degli iscritti al portale è di oltre 5000 utenti.

C’è un aneddoto particolare che ti viene in mente per raccontare Gnammo?

Ho sempre notato l’enorme facilità nel conoscersi a tavola, perché è un momento in cui ci si sente a proprio agio. Spesso capita anche di trovare opportunità di lavoro. Per esempio due ragazze di Milano hanno organizzato una cena in casa propria e nel corso dell’evento gli è stato proposto un lavoro per la loro occupazione principale, quella di architetto. Lo scorso anno, invece, due sorelle adolescenti hanno iscritto al sito la madre a sua insaputa. E adesso la donna è diventata una dei cuochi più richiesti.

LAVORO – La crisi colpisce un po’ tutti si sa e così si sperimentano nuove soluzioni. Si sceglie di condividere il posto di lavoro con altri che non fanno lo stesso mestiere. Ma il coworking non riguarda solo lo spazio fisico. Non si condivide solo la scrivania o la macchinetta del caffè, ma idee e progetti. “Lavorare insieme significa collaborare, ci occupiamo di cose diverse, ma cerchiamo sempre l’incontro” ha spiegato Massimo Carraro, fondatore di Coworkingproject.com.

AUTO – L’autostop del nuovo millennio si chiama Blablacar. Nato da un’idea di un 28enne permette di viaggiare in Italia condividendo la macchina a prezzi contenuti. Il percorso da Milano a Roma costa solo 25 euro, ma non bisogna dimenticare la parte social. In questo modo, è possibile trascorrere momenti piacevoli di conversazione con persone che fino al giorno prima non si conoscevano. E se invece si preferisce viaggiare in silenzio basta specificarlo al momento dell’iscrizione. Il parametro BlaBla, mostra il "livello di chiacchiera" di un utente: "BlaBlaBla" per i chiacchieroni che non smettono mai di parlare, "Bla" per chi preferisce dormire o guardare il paesaggio durante il viaggio.

CIBO – Una torta fatta in casa è squisita, ma abbondante se non la si condivide. Eatfeastly permette di riempiere la propria casa di sconosciuti per un “banchetto” e far pagare a ciascuno una quota della spesa alimentare. Così se si è tanti a tavola, il costo della singola porzione scende. La versione italiana si chiama Gnammo, il social network per amanti della cucina.

VESTITI – Dalla stessa voglia di risparmio e di nuovi modelli di consumo nascono gli swap party, le feste organizzate in casa o in spazi pubblici in cui ci si può scambiare di tutto, dalle scarpe agli abiti, alle borse fino ai fermagli per i capelli. Non si tratta, però, di un baratto. Lo swap è uno scambio di cose a cui si rinuncia, non che si buttano via. “E’ una festa – ha raccontato Laura, organizzatrice di questi eventi a Firenze - che permette di risparmiare e di divertirsi allo stesso tempo”. Su 99Dresses, invece, gli abiti usati possono essere scambiati con dei "bottoni" che sono in realtà moneta di scambio per acquistare un giorno altri vestiti.

ANIMALI E FIGLI – Un po’ più delicati gli esperienti in corso con gli esseri viventi. DogVacay nasce come un sito per trovare il dog-sitter che a pagamento porta a spasso il cane mentre siete al lavoro. Ma si esplorano nuove possibilità: chi ama i cani, ma non è sicuro di potere sopportare la fatica di allevarne uno in casa, si propone come dog-sitter per avere il piacere della compagnia. Naturalmente a ore. Così chi desidera un cane o un gatto, ma ha poco spazio o poco tempo per occuparsene, può contattare un vero proprietario e farsene affidare uno per un breve periodo. E c’è chi tenta questo sistema anche con i bambini. Family by design permette di fare un po’ di pratica. Il co-parenting, infatti, ricerca genitori a “tempo parziale” che vogliano provare la gioia della maternità e della paternità, ma senza esagerare. Chi ha detto, infatti, che l’unico modo di possedere le “cose” è a tempo pieno?

L'ESPERTA DELLA BOCCONI: "LA SHARE ECONOMY FRUTTA 3 MILIARDI E MEZZO DI DOLLARI"

Secondo Forbes nel 2012 la share economy ha portato nelle tasche dei privati oltre 3 miliardi e mezzo di dollari. E la tendenza è destinata ad aumentare. La condivisione diventa, così, una risposta alle esigenze limitate, per una parte della popolazione aiuta a risolvere il problema del potere d'acquisto. Ma non è solo questo. Affaritaliani.it per analizzare il fenomeno ha intervistato Stefania Borghini, docente di marketing dell’università Bocconi di Milano. “Fondamentale – ha spiegato - è il marketing. Non bisogna mai evocare un risparmio forzato, ma divertimento e voglia di socializzare”.

A cosa è dovuto il boom della share economy?

Le cause sono diverse, da sempre in molte culture si è abituati a condividere. Il fenomeno non era, però, diffuso in tutti i ceti sociali. In molte famiglie era normale passarsi i vestiti tra fratelli o anche tra cugini. Per amicizia e per necessità. Adesso invece è tutto diverso, il fenomeno è esploso come una delle conseguenze della crisi.

La condivisione è quindi solo una risposta alla crisi economica?

No, è anche molto altro. E’ l’espressione di una nuova etica dei consumi. C’è chi lo fa per motivi economici, chi per un fine educativo. In molti, infatti, vogliono invogliare i figli a non sprecare, responsabilizzarli. Per altri invece è importante mantenere vivo un oggetto. Così si compra tutto nuovo per il primo figlio e poi si passa tutto ai secondi. I beni acquistano un valore affettivo. La cosa importante è chiamare il fenomeno con termini nuovi. Si scelgono parole straniere come sharing o swapping, non si parla mai di baratto o di riciclo. I nomi devono essere allegri, evocare party e feste. E non rimandare a un fenomeno triste dettato dalla necessità.

E’ aumentata l’esigenza di socializzazione?

Sì. Viviamo in un momento di incertezza economica, con un profondo timore verso il futuro e condividere con gli altri fa sentire più sicuri. Dà conforto e unisce. Poi non bisogna dimenticare la necessità di risparmiare denaro, ridurre i costi e i sensi di colpa. Lo swapping, per esempio, permette di accumulare oggetti e quindi di appagare il bisogno di consumare senza spendere nulla. Semplicemente scambiando e riciclando oggetti. L’importante ripeto è non chiamarlo baratto, ma con un nome allegro.

Chi è il consumatore medio che sceglie di condividere?

Sono ancora le donne a essere le più attente al riciclo, ma anche gli uomini stanno diventato sensibili alla condivisione e al rispetto dell’ambiente. Si tratta soprattutto di persone giovani di qualsiasi ceto sociale. Non è più importante possedere un oggetto a tempo pieno, ma è diventato normale usarlo a ore o quando qualcun altro a smesso di farlo. Fino a qualche anno fa era impensabile il bike sharing adesso nelle grandi città è assolutamente normale.

Secondo lei si tratta di un fenomeno passeggero o resterà?

Non credo si tratti di una tendenza passeggera. Resterà perché si è diffuso e poi radicato in un momento di incertezza. E’ un fenomeno collaterale alla crisi che ha ormai influenzato il modo di consumare di tutti. Anche di chi non ha mai avuto problemi economici.

 

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