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Cronache
Crocifisso pubblico obbligatorio e valore dell'identità

Ci sono iniziative politiche che fanno notizia. Altre invece che sono destinate a creare cultura. La proposta della Lega, a firma Barbara Santamartini, di rendere obbligatoria l’esposizione del crocifisso in scuole, uffici pubblici, università, carceri, consolati, ma anche in porti (chiusi o aperti che siano), sicuramente appartiene al secondo genere.

Da anni, infatti, nel nostro Paese vi è stato un sistematico boicottaggio di tutti quei riferimenti pubblici alla tradizione cristiana che in passato non erano posti in discussione da nessun orientamento culturale dell’Occidente. Infatti, anche la tradizione illuminista, da sempre ostile alla Chiesa, non ha mai rinunciato a dirsi cristiana; e la stessa cosa può essere detta perfino delle filosofie più radicalmente negative e dannosamente rivoluzionarie del XX secolo.

D’altronde, persino il marxismo ateo fu definito da Jacques Maritain e da Henri De Lubac una “eresia cristiana”, appunto in quanto linea di pensiero e azione eterodossa e contraria al Cattolicesimo e all’autorità, ma non necessariamente al Cristianesimo come tale.

Negli ultimi decenni, purtroppo, l’ideologia secolarista ha diffuso nell’opinione pubblica un pensiero che Benedetto XVI ha correttamente definito “relativista”, nel quale cioè il concetto stesso di “verità”, e di riferimento ai “valori”, deve essere risolutamente soppresso. Si tratta, ben inteso, non di una propensione generale estesa ovunque, ma di un tacito “pensiero debole”, tipico di un certo post- marxismo, secondo cui ogni idea umanamente “legittima” e ogni “identità” specifica sarebbero sospette, dovendo essere sostituite con una presunta “tolleranza”, assai intransigente invero, e con un dubbio nei riguardi di posizioni metafisiche da liquidarsi infine come errate ossessioni particolaristiche.

Perciò questa iniziativa della Lega è molto rilevante e positiva, rispondendo esattamente alla necessità opposta non di imporre un credo religioso specifico e, ancor meno, di esprimere disprezzo per le altrui fedi o culture, ma di difendere, promuovere e rendere pubblica la nostra storia, la traccia di un’appartenenza tradizionale e comunitaria ad un “noi” che ci precede e ci costituisce come società precisa e delimitata nella propria essenza.

Il crocifisso, per giunta, è il simbolo che maggiormente è in grado di rappresentarci tutti come italiani, rimandando certamente al Cristianesimo, senza tuttavia riferirsi esclusivamente alla Chiesa Cattolica, come sarebbe il vessillo del Papa o la bandiera vaticana, e neanche alla singola devozione romana, come sarebbe, ad esempio, un’immagine mariana.

Il crocifisso appartiene al cuore stesso della visione filosofica europea e occidentale, pronunciando la fiducia italiana nel pieno valore della vita, materializzata per l’appunto nell’immagine della sofferenza divina della persona che patisce sul patibolo a causa della violenza ingiustamente subita dal potere: una passione umanissima però che diviene speranza in un’ulteriorità di senso che va oltre lo spazio e il tempo, il visibile e il tangibile, vincendo spiritualmente nella propria carne il sopruso e la forza di ogni fondamentalismo politico e religioso.

D’altronde, se c’è un filo rosso che da Platone e Aristotele giunge al Medioevo, fecondando poi di profondo umanesimo la nostra razionalità moderna, è proprio l’idea della morte, del trapassare e del soffrire, incubo misterioso e terribile, inseparabile dallo splendore della vita stessa: un’immagine integrale del valore eterno e trascendente di ogni destino personale che il crocifisso rivela ed invita a pensare e rispettare.

Le obiezioni che potrebbero essere sollevate all’esposizione pubblica del crocifisso sono, ad ogni buon conto, facilmente prevedibili. Mettere un simbolo tipicamente cristiano in un luogo di tutti non è esplicitare una discriminazione verso chi non lo è? E, ancor più, è compatibile indicare una comune verità particolare, elevandola a immagine dello Stato?

In realtà, dietro il pregiudizio ad esporre il crocifisso sopravvive una concezione errata e laicista della laicità, interamente basata sulla “neutralità” dello Stato, ossia sulla sua indifferenza rispetto ai valori culturali propriamente nazionali. Viceversa, lo Stato non è il Governo e non è neanche il contenitore vuoto di diversità private di tipo esclusivamente individuale. Quello che le istituzioni repubblicane pongono in essere è un’identità spirituale comune, creatasi lentamente nel tempo, di generazione in generazione, di cui il nostro popolo è erede e testimone sostanziale. Appunto per questo, il fatto che nella globalizzazione vivano all’interno dell’Italia tante minoranze non cristiane, accresciute dall’inflazione migratoria, rende ancora più necessario esporre quanto esprime il fondamento permanente della nostra soggettività, dando un’immagine profonda e pedagogica della civiltà che siamo, in cui vogliamo vivere ed educare noi stessi e i cittadini di domani.

La libertà vera, d’altronde, non consiste nell’uniformare tutti al niente, ma nel valorizzare a pieno la particolarità culturale delle singole comunità. Chi vuole integrarsi deve conoscere l’essenza spirituale del popolo in cui può farlo. L’umanità è diversa nei diversi contesti culturali, ma la nostra nazione esiste esattamente così com’è, grazie all’eredità che è in noi e che può solo così integrare gli altri. Pensando davanti al crocifisso la vita di ogni essere umano in termini universali, ogni persona si spiega perché siamo una civiltà democratica, accogliente e aperta, restando però una comunità gelosa della propria realtà ed esigente con le altre.

Ecco il motivo di fondo per cui la difesa della nostra visione etica e cristiana dell’uomo, espressa a pieno nel crocifisso, è tanto importante, essendo la migliore salvaguardia della libertà altrui e dell’universale diversità delle culture, sigillando a livello simbolico il nucleo spirituale dell’Italia, una civiltà europea e occidentale in cui voler continuare a vivere, oltre che a far vivere i propri figli e chiunque voglia contribuire a rispettarla e a farla crescere.

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