False piste, intossicazioni ambientali, veline informative: ecco tutti i depistaggi della mafia

Mercoledì, 28 luglio 2010 - 10:54:00

Di Ulisse Spinnato Vega

"La maggior parte delle prove si raccoglie nell'immediatezza del fatto; dopo, i ricordi dei testimoni si offuscano gradualmente e le prove materiali diventano più difficili da trovare", dice Aldo Giannuli, grande esperto di servizi segreti, nel descrivere l'arte del depistaggio giudiziario. Sulla strage di Via D'Amelio qualcuno ha lavorato nella piena consapevolezza di questa regola, ha agito per allontanare la verità contando sul tempo che passa. E ancora oggi, forse, c'è chi tenta di avvelenare i pozzi o di 'bruciare' le fonti per tenere i magistrati a debita distanza dalle 'entità' extra-mafiose che decisero il massacro di Paolo Borsellino.

spatuzza

False piste, intossicazioni ambientali, veline informative costruite ad hoc, testimonianze 'orientate'. Tanto si è scritto sulle bugie del pentito Scarantino, sui sei processi e sulle due sentenze definitive che quelle menzogne (pilotate? Da chi?) hanno generato. Ilda Boccassini ci aveva visto giusto, ma ci è voluto Gaspare Spatuzza per mettere la procura di Caltanissetta su una strada diversa. Tuttavia, l'eccidio del 19 luglio 1992 ha portato con sé una lunga teoria di manipolazioni e insabbiamenti. L'ultimo di cui si è parlato riguarda la relazione di due agenti della Criminalpol che arrivarono a Palermo, da Catania, all'indomani della strage. Il 20 o il 21 luglio, con le lamiere ancora fumanti e l'asfalto di Via D'Amelio ancora sporco di sangue, i due poliziotti ebbero la felice intuizione di perlustrare il palazzo dei fratelli costruttori Graziano che aveva un'ottima visuale sulla strada dell'attentato, pur non insistendo direttamente su di essa. Scoprirono un terrazzo e un vetro doppio appoggiato a un muro, un vetro in parte scheggiato. Notarono un cumulo di mozziconi di sigaretta sul pavimento dell'attico e decisero di approfondire l'indagine interrogando due dei Graziano presenti in quel momento sul posto. Era il luogo da cui fu attivato il telecomando?

La pista poteva essere determinante, visto che i Graziano erano mafiosi legati ai clan Madonia e Galatolo. Un ottimo spunto investigativo giusto a poche ore dall'attentato, "nell'immediatezza del fatto", come scrive Giannuli. Importante se si considera che un altro mucchietto di cicche - quello rinvenuto sulla collinetta tra Capaci e Isola delle Femmine - sarebbe stato decisivo per accertare gli assassini di Falcone. Tuttavia, gli agenti della Criminalpol furono subito stoppati da altri carabinieri giunti intanto sul posto. Depositarono comunque un rapporto presso i colleghi della Squadra mobile, ma quella relazione non è mai stata più ritrovata. Sparita nelle nebbie della Questura. E pensare che nessuno ha mai ricostruito per filo e per segno la dinamica materiale della strage.

Il palazzo dei Graziano è dunque rimasto 'fantasma' per quasi 18 anni. Fino a quando il libro 'Il Patto' di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, edito da Chiarelettere e uscito nel gennaio scorso, non ha tirato fuori la notizia e le testimonianze dei due agenti della Criminalpol catanese. Gli autori del volume hanno mantenuto segreta l'identità dei due poliziotti e i magistrati nisseni ne hanno raccolto le dichiarazioni il 20 aprile scorso. Intanto, pochi giorni fa, La Stampa ha ritirato fuori la vicenda, l'ha definita "l'ultimo giallo", non ha citato gli autori dello scoop e ha 'bruciato' i nomi dei due agenti che fecero la perquisizione nel palazzo dei Graziano. Come mai? La Procura di Caltanissetta non ha nascosto il proprio disappunto per la fuga di notizie e qualcuno ha ricordato la stagione dei veleni ai tempi di Falcone, i messaggi del 'corvo' e i giornali che pubblicavano titoloni sul presunto scorretto rapporto del giudice antimafia con i pentiti eccellenti.

Come al solito, quando ci si avvicina a verità scottanti e si allunga lo sguardo sul baratro nero del cosiddetto terzo livello, ecco che partono le manovre di intossicazione mediatica e giudiziaria. Si sa, l'Italia è una Repubblica fondata sul depistaggio. Dalla morte di Salvatore Giuliano (con tanto di falsa relazione dei carabinieri) ai dossier Telecom costruiti ad arte, la nostra storia è tutto un pullulare di insabbiamenti e piste fasulle, indagini sviate e teoremi propalati ad hoc. Fu lo stesso Giuliano, e soltanto lui, a sparare a Portella della Ginestra? Ma quando mai. E la tragica fine di Enrico Mattei nel '62, su cui si allungò l'ombra di Eugenio Cefis? "Incidente o esplosione in volo?", ci si chiese per 35 anni. Senza dimenticare le menzogne sulla morte di Pier Paolo Pasolini nel 1975 e i recenti 'balletti' verbali del bibliofilo Marcello Dell'Utri in merito al fantomatico ritrovamento del capitolo di 'Petrolio' 'Lampi sull'Eni', il celebre 'Appunto 21' sparito 35 anni fa.

E come dimenticare la fesseria del "malore attivo" di Pino Pinelli che precipita giù dal quarto piano della questura milanese il 15 dicembre 1969? Erano passati appena tre giorni dalla bomba di Piazza Fontana, grande madre di ogni depistaggio che poi ebbe come monumentali eredi la strage di Ustica (con la sua guerra aerea notturna tra potenze estere nemiche) e il massacro della stazione di Bologna (con gli inquinamenti investigativi da parte del Sismi e le condanne a Gelli, Pazienza, Musumeci e Belmonte). Nel mezzo c'è l'esempio di scuola dell'eccidio di Piazza della Loggia a Brescia, nel 1974. Su quell'attentato il primo di una lunga serie di depistaggi lo mise in atto proprio un giornale: il Secolo d'Italia rivelò infatti che nel giorno della tragedia era presente in loco Renato Curcio, fondatore delle Br. E la strage di Peteano nel '72? Lì c'era di mezzo la manina del Sid e dei carabinieri che non fecero giustizia ai colleghi uccisi. Per fortuna, almeno in quel caso si arrivò alla condanna del colonnello Dino Minganelli per falso e soppressione di prove. Con l'accusa di favoreggiamento fu condannato anche Giorgio Almirante, segretario Msi, che poi fu amnistiato.

L'elenco sarebbe senza fine. Dalla morte di Wilma Montesi, che mise in cattiva luce l'intera Democrazia cristiana, all'assassinio, nel '70, del militante di Lotta Continua Alceste Campanile. Poi c'è sempre la mafia: basti pensare alle morti di Emanuele Piazza e Antonino Agostino, due poliziotti che negli anni '80 cercavano latitanti senza alcuna protezione. E quindi tutte le ipotesi sulla sparizione di Mauro De Mauro. Naturalmente, il caso Moro è la quintessenza dell'intreccio di piste false e vere che la strategia della tensione metteva in atto quando in gioco c'erano equilibri geopolitici più grandi della stessa democrazia italiana. Il comunicato del Lago della Duchessa è solo l'esempio più conosciuto, ma va ricordato che anche prima dei 55 giorni del rapimento lo statista Dc subì il tentativo di delegittimazione legato all'affaire Lockheed. La falsa notizia che Moro fosse "Antelope Cobbler" provenne da un assistente del Dipartimento di Stato statunitense guidato da Kissinger.

E tutte le false verità sul rapimento di Emanuela Orlandi nel 1983? O sull'assassinio di Mauro Rostagno e sulla morte, a Mogadiscio, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nel 1994? Come dimenticare le singolari conclusioni di Carlo Taormina, presidente della Commissione d'inchiesta sul caso Alpi, secondo cui "i due giornalisti in Somalia passarono una settimana di vacanza conclusasi tragicamente". A proposito di organismi parlamentari d'indagine, la Telekom Serbia si rivelò tutta una montatura, mentre sul G8 di Genova una commissione non è mai stata istituita. E poi le morti di giornalisti antimafia come Beppe Alfano, nel 1993, o Giuseppe Fava, nel 1984. Nel caso del cronista catanese, il pentito Luciano Grasso era pronto a fare i nomi degli assassini. Ma il quotidiano 'La Sicilia' bruciò la notizia prima dell'interrogatorio e il Procuratore generale mandò stranamente in missione il magistrato che doveva ascoltarlo.

Una volta c'era la Guerra fredda, le sfere di influenza Usa e Urss, i soldi di Mosca e l'occhio vigile di Cia e Mossad. C'era la sovranità limitata, insomma. Oggi abbiamo Tavaroli, Pio Pompa e 'fonte betulla', la strana morte di Nicola Calipari e il 'papello' (uno solo o più di uno?). Poi ci sono "faccia da mostro" e il signor "Franco" o "Carlo" su cui insiste Ciancimino Jr, figure misteriose che ci portano, forse, su una pista internazionale anche per Via D'Amelio. In ogni caso, troppe menzogne e poche verità accertate. Nel mezzo, tante "verità indicibili", come le definì Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione stragi. Tutti le conoscono, ma vanno dette solo a mezza bocca, perché la giustizia non ci ha messo in condizioni di urlarle a squarciagola.

 


 

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