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Piazza San Carlo, parla un ferito: "Quella sera ho creduto di morire" - FOTO

Emanuele Nopoli, uno dei 1526 feriti di Torino, racconta in esclusiva ad affaritaliani cos'accadde in quei tragici momenti della finale di Champions

Di Marco Zonetti
Piazza San Carlo, parla un ferito: "Quella sera ho creduto di morire" - FOTO

Quasi un mese è trascorso dalla fatidica sera del 3 giugno, da quella Finale di Champions League quando in Piazza San Carlo si è sfiorata la strage con il suo tragico bilancio di 1526 feriti e la morte successiva di Erika Pioletti. Una strage sfiorata per cui oggi sono indagate tre persone, fra cui la sindaca Chiara Appendino del M5s.

Quasi un mese è trascorso ma per chi quella sera ha visto la morte in faccia l'incubo non è finito. Come per Emanuele Nopoli, trent'anni, di Como. Giunto a Torino quel sabato con sua moglie Lucia per festeggiare il primo anniversario di matrimonio seguendo il match dell'amata Juventus contro il Real Madrid

"Arrivammo a Piazza San Carlo per incontrarci con degli amici verso le 15,30 circa" ci racconta Emanuele. "Non ricordo se trovammo due o tre di file transenne per la chiusura al traffico di Via Santa Teresa, ma ricordo distintamente di essermi chiesto se fossero previste ulteriori contromisure per resistere all’eventuale impatto di un mezzo spinto a forte velocità. I recenti attentati imponevano quasi un simile pensiero. Di sicuro, alle 15:30, ciò che separava la zona pedonale dal traffico era rappresentata da quelle inconsistenti delimitazioni metalliche e qualche agente: troppo poco.

"Per ammazzare il tempo facemmo un giro per le vie limitrofe, e tornando in prossimità di Piazza San Carlo poco prima delle 17,00, osservai che l’invasione bianconera aveva già colmato la prima metà della piazza, naturalmente sul lato dell’unico maxischermo. Non solo: proprio in quel punto assistemmo ad una pacifica discussione tra una decina di venditori di birra in bottiglia - chiaramente non in regola – intenti ad organizzare spazi e modalità per riempire carrelli e bacinelle. Non comprendevo tutto ciò che dicevano, parlavano un dialetto meridionale molto stretto. Almeno tre di loro li riconobbi in seguito, nel bel mezzo della folla, a causa degli abiti e degli ingombranti carrelli pieni di birra: era stato semplice individuarli in un contesto interamente bianconero, pur senza far caso ai volti. 

"Decidemmo a quel punto di entrare in Piazza per trovare posto e ci accingemmo a superare il punto di controllo delle forze dell'ordine. Ecco di nuovo le transenne metalliche, divise in tre punti: due ai lati, in corrispondenza dei portici, e uno al centro, in linea con la testa del monumento. Ma stiamo scherzando? pensai. Volete davvero dirmi che qualcuno ha avuto la brillante idea di separare i punti di controllo da ben 25-30 metri di transenne alte un metro? La densità di persone era già così elevata in quel punto che chiunque avrebbe potuto agevolmente scavalcare le delimitazioni. Per ogni punto di controllo degli accessi, si trovavano quattro o cinque agenti, mentre qualcun altro presidiava lì attorno con circospezione. Però erano pochi occhi per troppe persone, già alle 17:00.

"Superammo il punto di controllo che si trovava sul lato sinistro (guardando il maxischermo) senza troppe difficoltà. Gli agenti ispezionarono il contenuto del mio borsello a tracolla e dello zaino di Lucia con adeguata attenzione, ma senza utilizzare Metal Detector portatili. Non in quel punto perlomeno. Ci riunimmo con due nostri amici, Michele e Laura, e ci dirigemmo verso il centro, superando il bellissimo Cavallo di bronzo, sempre considerando la visione del maxischermo come riferimento. Col senno di poi, direi che posizionarsi nel punto più lontano da tutte le via di uscita della piazza fosse considerarsi una pessima scelta. Un errore che sicuramente eviterò di commettere nuovamente in futuro.

"Alla fine del primo tempo, mia moglie e io lasciammo i nostri due amici per andare in bagno. Decidemmo per un bar di Piazza San Carlo, che ormai era stracolma di gente. Ricordo benissimo la sensazione dei cocci di vetro sotto le scarpe mentre percorrevamo la piazza con estrema lentezza, in mezzo alla calca di persone. Raggiungemmo il bar con estrema fatica e, poco più tardi, tornammo in piazza. I cellulari non prendevano e quindi non riuscivamo a contattare i nostri due amici. Li avvistammo con non poca difficoltà e stavamo per raggiungerli quando, in quel momento, sentimmo un primo spintone alle nostre spalle, rimanendo in piedi a fatica.

"Da quel punto in poi la successione degli avvenimenti trascorse in pochi attimi, uno dietro l’altro. Dalla folla di ragazzi giovani e meno giovani cominciarono a sollevarsi delle urla: <<Calmi, state calmi!!!>>. E poi un rumore, una specie di fruscio, nessuno scoppio o sparo o altro. Era il rumore delle persone che cadevano una sopra l’altra, tra le urla. L’onda ci travolse in pieno, partì tutto alla nostra sinistra, circa a dieci metri dal punto in cui ci trovavamo. Credevo che fosse una carica della polizia volta a sgomberare il monumento. Caddi sul fianco destro, mentre Lucia cadde di schiena appena dietro ci me. Cercavo di tenermi sollevato con l’avambraccio destro per non romperle la gamba che si trovava appena sotto le mie costole. Provammo a rialzarci, ma fu inutile, avevo due o tre persone sopra di me, a loro volta bloccate da altre persone, come un domino. Lo sforzo sul braccio destro era enorme, lo fu ancor di più quando gli altri riuscirono a mettersi in piedi e a scappare, calpestandoci. Lucia riuscì a mettersi seduta, abbracciando lo zaino che svolse un ottimo compito protettivo, io invece ero completamente bloccato.

"In quel frangente tentai di dirigere lo sguardo verso “l’epicentro”: arrivava la seconda onda di persone, ragazzi sbalzati via come fogli di carta. La massa travolgente si avvicinava sempre più verso di noi, questione di decimi di secondo, come se noi fossimo il bersaglio successivo. Temetti il peggio del peggio, pensavo fosse arrivata la nostra ora; pensai di morire. Non riesco a descrivere la sensazione, ma pensai davvero di morire. A quel punto - dalla mia prospettiva – mi convinsi che fosse un’automobile la causa di tutto. Inorridii per quanto fosse reale questo pensiero, la figura disegnata dalla massa di ragazzi aggrovigliati sembrava proprio quella di un’autovettura. Mi feci forza, tutta quella che avevo, per dare le spalle al pericolo imminente facendo da scudo a Lucia e liberandole la gamba, rimanendo piatto al suolo. Avrebbe potuto alzarsi da terra, ma non voleva lasciarmi lì. Ero ancora bloccato, chissà quanti ragazzi sono inciampati sulla mia schiena. Quanti colpi, quante ginocchiate.

"Ad un certo punto si creò un piccolo vuoto dietro di me. Lucia mi aiutò a tirarmi in piedi. Che fatica, ero stremato, ma non dolorante, non ancora. Notai immediatamente i profondi tagli procurati dai vetri a polso e mano destra, gocciolavo parecchio sangue dal braccio. Osservai anche il sangue sulla mano di Lucia, dovuta ad un profondo taglio sul dito medio destro. Lei nemmeno se ne accorse subito, come neppure si accorse di aver smarrito gli occhiali da vista.

"Non potevamo rimane in quel punto, stavamo per essere travolti di nuovo dalla gente completamente in preda al panico. Rimanemmo completamente lucidi, l’obiettivo era lasciare quel disastro alle nostre spalle e allontanarci il più possibile. Fuggimmo via, facendo attenzione a non inciampare sulle persone rimaste a terra, bottiglie, borse, zaini e soprattutto scarpe. Rallentammo leggermente non appena imboccammo via Santa Teresa, diretti verso l’hotel. Ci guardammo ansimanti negli occhi, nessuno dei due aveva mai visto nell’altro quello sguardo in quasi nove anni di relazione. Intanto udivamo le urla delle persone spaventate. La pausa durò pochissimo, stava arrivando la seconda grande ondata di panico dietro di noi.

La cosa veramente brutta è che mi resi conto che la folla proveniva da tutte le direzioni, anche dalle vie perpendicolari a Santa Teresa. La gente scappava voltandosi come se fosse inseguita da qualcuno o qualcosa. Ovviamente prendevamo le situazioni come venivano, c’era poco da riflettere: arrivammo senza fiato in Piazza Solferino con l’intento di toglierci dalla via principale, ma avevamo perso un po’ l’orientamento. Chiedemmo indicazioni ad una gentilissima cameriera del locale Le Ville, dove il personale era intento ad aiutare chi necessitava di cure. Lucia voleva fermarsi lì per farci medicare, ma non mi sembrava una buona idea. Mi sentivo un bersaglio, chissà da chi o da cosa.

Facemmo il giro dell’isolato ricongiungendoci a via Cernaia, dove si trovava una rassicurante pattuglia della Polizia Locale. Finalmente un messaggio ricevuto dall'amico Michele: lui e Laura stavano bene! Si raccomandava di evitare gruppi numerosi, proprio come stavamo cercando di fare. Finita la telefonata, scrutai le ferite delle circa quindici persone in attesa di cure e di risposte. Intanto i vigili provvedevano a medicare alcuni feriti col disinfettante. Quanto sangue e quante lacrime abbiamo visto. Ci fermammo un attimo per riprendere fiato e un’agente versò sulle nostre ferite del mercurio cromo. Però non volevo rimanere lì, eravamo troppo esposti. A cosa non lo so, non potevo saperlo, ma mi sentivo allo scoperto. Avevamo interrotto definitivamente la corsa, ma riprendemmo la fuga comunque a passo spedito. Verso la fine di via Cernaia i fuggitivi erano sostanzialmente diminuiti, perciò cominciai a rasserenarmi, per quanto possibile.

Entrammo nell’atrio del nostro albergo, l'Hotel Diplomatic, assistendo all’apprezzabile impegno del ragazzo che si trovava in reception, di cui mi spiace averne dimenticato il nome. L’assistenza fornita ai circa sette o otto clienti arrivati prima noi era esemplare. Osservai con attenzione tutti quanti, mi colpì in particolare una ragazza in tenuta bianconera visibilmente turbata. Piangeva senza sosta fissando il vuoto, seduta su un divanetto, poverina. Ne abbiamo visti tantissimi in lacrime durante la fuga, ma lei era il ritratto tristemente meglio riuscito di ciò che abbiamo vissuto in quella piazza. Chiesi al ragazzo se fosse previsto l’arrivo di un’ambulanza, ma giustamente rispose che i soccorritori stavano dando priorità ai feriti gravi. In quel momento mi domandai quali fossero i reali risvolti di quella fuga: di sicuro si parlava di un immenso numero di feriti, ne avevamo incontrati tantissimi.

"Il gentilissimo operatore della reception ci indicò un ambulatorio lì vicino in cui potevamo ricevere le prime cure. Uno dei presenti, di cui non saprei dire se facesse parte dello staff, si propose per indicarci la giusta via da prendere fuori dall’hotel. Arrivammo al Poliambulatorio Statuto e finalmente riposammo le gambe sulle sedie in attesa del nostro turno. C’erano una decina di persone, nemmeno troppe. I medici ci pulirono le ferite consigliandoci di andare al pronto soccorso per farci applicare i punti. Tornammo in hotel, dove trovammo di nuovo la ragazza che piangeva sul divanetto dell’atrio. Che roba…

"Quando ci sentimmo pronti, partimmo con la nostra auto verso l’ospedale San Giovanni Bosco. Sapevamo che saremmo stati tra gli ultimi ad arrivare in accettazione, dato che avevamo superato l’una di notte. Armandoci di santa pazienza ci siamo accomodati nella sala di attesa. Inutile dire che l’affollamento di maglie bianconere intrise di sangue era inenarrabile. Sui volti di tutti si leggevano dolore e sgomento, sebbene pochi tra i presenti si trovavano in barella o in carrozzina. Arrivò quindi il nostro turno per le medicazioni: niente punti di sutura, probabilmente per la mancanza di aghi e filo, come letto nei giorni scorsi su qualche articolo di giornale. Il 90% dei feriti pare abbia riportato ferite da taglio, come noi del resto. Prognosi: cinque giorni per Lucia e sette giorni per me. Ce la cavammo in meno di due ore, e devo dire che ho percepito ottime impressioni dal protocollo di emergenza seguito dagli ospedali di Torino.

"Tornammo in hotel per il meritato riposo: eravamo reduci da 24 ore di veglia. 8 ore di viaggio, 10 ore tra la folla torinese e 6 ore trascorse tra fughe e ospedale. Questo non bastò per addormentarsi senza difficoltà: chiudevamo gli occhi e la mente cominciava a proiettare le tremende immagini di ciò che abbiamo visto quella sera. Chiesi a Lucia di ripassare mentalmente tutte le tappe del viaggio a Lione e Parigi dei giorni precedenti, in modo da ingannare i pensieri e addormentarci con un pizzico di serenità. Funzionò, per fortuna. Fine della giornata, fine del racconto. Purtroppo il peggio è arrivato nei giorni seguenti, almeno per me. E non me la sento di andare oltre: prima dovrò vincere la battaglia con la “nuova” paura di ritrovarmi nel mezzo di folle numerose. Speriamo passi in fretta. Ma la notte dormo male, ho spesso degli incubi... mi sveglio di soprassalto con la paura di essere schiacciato dalla calca. Da quella forza inarrestabile che è una massa di persone in preda al panico. E il mio pensiero corre sempre alla povera Erika Pioletti e a quanto sono andato vicino a subire la stessa sua triste sorte".


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