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Cronache
Il caso Yara: tutti i dubbi di una sentenza già scritta

La Cassazione ha confermato in modo definitivo l’ergastolo a Massimo Bossetti quale unico colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio avvenuto nel 2010 e il cui corpo fu ritrovato il 26 febbraio del 2011 nelle campagne di Chignolo d’Isola. Il corpo della ragazza rimase per oltre tre mesi esposto alle intemperie. Bisogna dire che in questa sede non c’è stato alcun dibattimento e che la Cassazione si è limitata alla sua funzione nomofilattica ossia quella di verificare se le procedure interpretative che hanno condotto alla condanna dell’imputato si sono rivelate solide. La principale prova su cui è ruotato tutto il capo di accusa è stato il ritrovamento sugli indumenti della ragazzina di materiale genetico che in prima battuta non si era saputo attribuire a nessuno.

Solo dopo svariati tentativi di ricerca si appurò che la madre del muratore di Mapello aveva avuto una relazione extraconiugale molti anni prima con l’autista dell’autobus di paese, Giuseppe Guerinoni, padre reale di Massimo Bossetti. Per confrontare il campione trovato sulla ragazza, polizia e carabinieri hanno dapprima centrato le indagini sulle zone frequentate da Yara, come la palestra dove si stava recando la sera del 26 novembre 2010. Sono state così trovate somiglianze tra il DNA di un frequentatore della discoteca e il sangue di riferimento. Da questo si è poi risalito a tre fratelli e poi su su, fino al loro padre, Giuseppe Guerinoni, attraverso il DNA trovato dietro il bollo della patente e poi a quello delle ossa esumate. Il collegamento con la madre di Massimo è stato fatto con il cosiddetto DNA mitocondriale (il DNA trasmesso dalla madre ai figli), dopo una serie di indagini.  Solo dopo questa ricostruzione si è potuto accertare che il DNA era quello del presunto assassino.

Dunque il DNA. Alcuni casi eclatanti ci possono suggerire delle riflessioni. Il 10 luglio 1991 viene trovata uccisa nel suo appartamento la contessa Alberica Filo della Torre. Il delitto rimase irrisolto per venti anni. Solo grazie ai referti (integri) ancora in possesso degli inquirenti si potè risalire all’omicida reo confesso, un filippino che aveva lavorato per un breve periodo nella casa della contessa. Omicidio Meredith Kercher, passato alla cronaca come l’omicidio di Perugia. Siamo nel 2007 e una ragazza inglese viene trovata uccisa con la gola tagliata. Tra gli indiziati viene identificato Raffaele Sollecito le cui tracce di DNA verranno trovate sul gancetto del reggiseno della ragazza. In questo caso la prova del DNA decadde perché fu refertata troppo in ritardo (40gg) e la quantità di materiale si era rivelata troppo esigua e contaminata.

Nel caso del delitto di Yara le domande a cui dare risposta con certezza avrebbero dunque dovute essere: Il DNA è stato repertato correttamente? La quantità ritrovata sugli indumenti è stata sufficiente per una ripetizione ed amplificazione degli accertamenti? Perché il DNA di Bossetti è finito non potendo offrire controprove? Alla difesa non è stato concesso il diritto di controprova nonostante l’affermazione da parte dell’accusa che è stato disponibile una abbondante quantità di materiale genetico. Inoltre sugli indumenti della vittima sono stati accertati altri 11 DNA di diverse persone. Nella giurisprudenza americana è inconcepibile che un esame non venga ripetuto. Anche la nostra Costituzione sancisce con l’articolo 111 che ogni prova prenda forma e valore in fase di contraddittorio. Dunque abbiamo alcune certezze probatorie ossia che i reperti trovati sul corpo della ragazza di Chignolo non hanno avuto controprova da parte dei periti della difesa e che il tempo passato per evitare un degrado del materiale genetico è stato eccessivo. La Corte di legittimità in più occasioni ha affermato che, onde assicurare il rispetto del principio di legalità e di quello di uguaglianza, il giudice dev’essere un mero fruitore della legge scientifica di copertura utilizzata nella ricostruzione di un fatto e non un creatore della stessa. Ma, più ancora, la nomofilachia ha precisato, ispirandosi ai criteri dettati dalla Corte Suprema americana, che, proprio nei contesti connotati da “incertezza scientifica”, il giudice è tenuto a ponderare le diverse teorie scientifiche che si fronteggiano nella soluzione del caso concreto, al fine di scrutinarne “l’affidabilità metodologica”.

La giurisprudenza su questo punto è maggiormente specifica puntualizzando che qualora l’estrapolazione del profilo genetico comporti una modificazione irreversibile delle cose oggetto di analisi e l’accertamento non sia compiuto nelle forme stabilite dalle norme non è consentito utilizzare il meccanismo di recupero degli elementi di prova acquisiti nella fase delle indagini difettando il requisito della irripetibilità determinata da fatti e circostanze imprevedibili al momento del compimento dell’accertamento medesimo. A questo proposito è stato dimostrato che per alcune analisi i genetisti dell’accusa hanno usato kit scaduti, come altresì una parte del DNA non è stato correttamente attribuito.

Non si capisce inoltre come mai il DNA mitocondriale è stato assunto come prova per certificare la correlazione con la madre dell’imputato mentre non è stato accettato come prova per scagionarlo dato che profilo del DNA mitocondriale rinvenuto sullo slip di Yara esclude che la traccia sia stata lasciata da Massimo Bossetti. In altre parole a rigore la prova del DNA ascritta a Bossetti era da ritenersi, semmai, solo un grave indizio ma non una prova. Resta il fatto che Bossetti non ha saputo dare una risposta convincente di come il suo DNA fosse finito sugli indumenti della ragazzina ma questa mancanza di correlazione non è una evidenza inconfutabile di un omicidio.

E’ per questi motivi che, pur non entrando nella colpevolezza o meno di Bossetti, il processo doveva essere cassato; ma la sentenza era già stata scritta da tempo.

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