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Cronache
Mafia Capitale, parla il prosciolto Ius: "Chi è di destra viene demonizzato"

I successi imprenditoriali, il coinvolgimento nelle inchieste di Finmeccanica e di Mafia Capitale. Il carcere ed il mondo del calcio, fino al tentativo di rinascita imprenditoriale. Affari ha incontrato Gianluca Ius, quello che alcuni giornali avevano definito il cassiere di Massimo Carminati. La sua posizione, nel processo di Mafia Capitale, insieme a quella di tanti altri imputati, è stata archiviata.

Che cosa rimane di Mafia Capitale, in attesa del processo di appello e dopo che in primo grado è caduta l'aggravante mafiosa?

“In Italia si fanno sempre dei polveroni e le mega battaglia sulla legalità, sulla correttezza, valori che purtroppo non ci appartengono come Paese e come popolo. Ognuno di noi cerca sempre il sotterfugio, l'aiuto dell'amico degli amici. Sono battaglie che fanno pulizia da una parte per cambiare solo gli attori di una commedia che si continua purtroppo a recitare. È stato dimostrato che non c'erano gli elementi per parlare di mafia. Una definizione, a mio modo di vedere, utilizzata solo per cercare di far inasprire le pene. Nelle carte e nel processo non ho visto tutti quegli elementi tipici dell'organizzazione mafiosa: omertà, intimidazioni, violenza, controllo del territorio. Stiamo parlando solo di un discorso di malaffare e di corruzione come tante altre volte accaduto in Italia. Solo che in questo caso, sono stati toccati personaggi su cui bisognava fare delle crociate. Qui parliamo anche di politica: chiunque in questo Paese partecipi fattivamente alla vita politica della destra italiana o abbia soltanto idee vicine a quest'area politica viene demonizzato e deve essere in ogni caso abbattuto, mentre inneggiare alla sinistra garantisce una sorta di tutela. Lo si vede anche dallo strampalato manuale delle leggi italiane che considera reato l'apologia di fascismo mentre l'apologia del comunismo è sempre tollerata. La libertà di pensiero dovrebbe essere da una parte e dall'altra. La storia ci insegna che destra e sinistra abbiano compiuto entrambe gesti scellerati”.

Come si spiegano però certe ragnatele di rapporti?

“Roma è una grandissima città, una metropoli internazionale che sotto sotto è solo un gran paese. Nomi e centri di potere sono piuttosto ristretti, i grandi affari si fanno in una cerchia di 100-200 persone, non di più. Se ne conosci qualcuno che magari finisce nei quai, rischi di rimanere risucchiato nel calderone. Nel mio caso può avere influito la mia simpatia per la destra, vista come fumo agli occhi. Hanno cercato in tutti i modi riscontri su conoscenze e frequentazioni con Carminati. Il fatto di far parte di un certo ambiente, avere determinate simpatie, mantenere alcuni rapporti può fare la differenza per venire coinvolto in una inchiesta. Aggiungiamoci poi parole di troppo dette da terze persone e varie leggende metropolitane. Bisogna tenere in considerazione una cosa comunque”.

Quale?

“In Italia hanno distrutto gli appalti pubblici, il mercato è stato falsato. Si è fatta pulizia sulle tangenti ma alla fine oggi si lavora con dei margini irrisori che fanno ridere e questo va a scapito della produzione e della qualità del lavoro finale: chi fa un ponte od un'autostrada è quasi costretto per rimanere in a gara a fare ribassi del 40 o 50%. Quale ponte verrà fuori da una gara falsata in questo modo? Un ponte di pasta frolla: e poi ci si lamenta se non regge o crolla. In Italia si punta il dito dove girano i soldi, a volte gli imprenditori sono costretti a pagare tangenti per lavorare. Può essere brutto quanto vogliamo, ma lo fanno per poter lavorare”.

Detta così sembra apologia di corruzione...

“Non voglio giustificare in nessun modo qualsiasi forma di reato finanziario o di sangue. Credo però che prima di distruggere la vita di una persona, anche professionale, chi ha questo potere come magistrati o giudici dovrebbero pensarci 100.000 volte. Mettiamo la nostra vita in mano di altre persone. Come un medico bravissimo che può sbagliare un'operazione su un milione la stessa cosa può accadere nella giustizia. Ci vorrebbe molta prudenza nel prendere decisioni che restringono la libertà delle persone comuni. La custodia cautelare in carcere, in particolare per reati finanziari, può distruggere moralmente e fisicamente una persona e tutto ciò che ha costruito nella sua vita lavorativa, si tratta di una esperienza che lascia il segno. Io mi sento come un treno che non si ferma mai e sono riuscito a rinascere dalle ceneri tre volte. Se quanto accaduto a me succedesse ad altri in molti si sarebbero suicidati”.

La vicenda Mafia Capitale si è risolta positivamente, mentre sono in corso i processi per i fondi neri di Finmeccanica e riciclaggio. Cosa si aspetta?

“Sono fiducioso. Spesso ho la sensazione che per i magistrati io sia una sorta di reincarnazione del diavolo. In tutte le questioni romane in cui girano molti soldi chiamano in causa il sottoscritto. Non ci sono elementi a livello accusatorio. Quando sono finito in carcere la prima volta quasi volevo ringraziare il magistrato titolare dell'indagine, in quel momento ero come in una Ferrari senza freni e qualcuno all'improvviso mi ha sollevato prima che andassi a sbattere. Nell'ultima vicenda in cui sono accusato di riciclaggio ci sono tre società non riconducibili a me, come hanno dichiarato i loro amministratori, che hanno ricevuto finanziamenti bancari per circa un milione di euro. La società a me riconducibile invece aveva lavorato con queste imprese con regolari fatture per importi irrisori. Tutto qua. Da questo si è concluso che avessi società fantasma. In realtà la Irta, unica società a me riconducibile nel processo, aveva personale dipendente, tutto un piano di un palazzo sulla Tiburtina a Roma, avevamo delle qualifiche con Telecom Italia e Vodafone: per lavorare con queste compagnie devi passare una serie di verifiche interne societarie serrate. Avevo delle persone che lavoravano e che ora sono senza occupazione L'azienda è stata distrutta, ero riuscito ad ottenere 2,5 milioni di contratti, tutti persi purtroppo. Oggi sto rimettendo in piedi ciò che è rimasto e cerco di continuare a fare quello che so fare meglio, cioè business”.

Esattamente di cosa si occupa?

“La mia “specialità” è sempre stata quella di rilevare società che erano in difficoltà perché non riuscivano a sviluppare il loro business, aumentando il valore dei contratti o inserendone di nuovi, e diversificare laddove possibile le attività. Quando introduci nuovi capitali in azienda che siano sotto forma di aumento di capitale o di ottenimento contratti anche il ricorso al credito diventa più semplice. Ci sono molte aziende sottosviluppate: ad esempio oggi per una impresa edile non cercare espansioni di mercato nel campo dell'impiantistica rappresenta una follia. Altro esempio: io avevo individuato nell'Ancona Calcio, una società con un potenziale enorme di sviluppo, anche commerciale. Perché il calcio rappresenta oggi l'unico settore trainante dell'economia. Anche qui, però, dove girano tanti soldi, girano avventurieri che rovinano calcisticamente le piazze oppure si creano mostri che non ci sono”.

Cosa vuole dire?

“Nell'ultima puntata de “Non è l'Arena” su La7 si parlava del calcio pulito o non pulito. C'era un ex calciatore che ha fatto un'imboscata ad un procuratore: gli aveva chiesto dei soldi per poter giocare. Si sta perdendo di vista il vero problema. Si attaccano le società ed i procuratori ma la cosa grave sono quei genitori che pensano di avere dei fenomeni come figli e pur di vederli giocare sarebbero disposti a vendere l'anima al diavolo”.

Lei è stato presidente del Foligno, una società di Serie D. Le è mai capitato di imbattersi in situazioni simili?

“Quando sei dirigente c'è la questua di chi viene a chiederti di far giocare questo o quello. Le società di solito scelgono i migliori. Può però capitare che ad esempio il genitore che ha un'azienda si proponga come sponsor. se la cosa è una sorta di compromesso per rimborsare la società dei costi sostenuti per il suo tesseramento, il vitto e l'alloggio allora non ci vedrei niente di male. È un po' come si pagasse un master. quello che non va bene è se, come spesso capita, si fa mercimonio su questo. Se cioè presidente, direttori sportivi o procuratori ci speculano. Mi sono imbattuto in casi di genitori di ragazzini che dovevano pagare per essere svincolati. Quando firmai lo svincolo per un giovane calciatore la madre mi chiese quanto doveva darmi. Mi trattò quasi come un eroe quando le dissi che non mi doveva nulla. La mia era solo onestà”.

Come l'ha segnata l'esperienza del carcere?

“L'esperienza carceraria più dura è stata quella legata alla vicenda Finmeccanica: tre mesi in cella e sei ai domiciliari. Quando non potevo uscire dalla mia abitazione facevo con me stesso le riunioni operative che ero solito fare in azienda, accumulavo energia pensando a come avrei ripreso a lavorare una volta libero del tutto. La seconda volta, complice una situazione personale un po' particolare, a farmi trovare la forza per andare avanti e risollevarmi mia figlia Luna, per dimostrarle che tutto quanto detto e fatto al papà non corrispondeva al vero. Una rivalsa personale nei confronti dell'amore più grande che ci possa essere”.

Per un imprenditore abituato ai salotti ed agli affari, ritrovarsi in un carcere deve essere un inferno.

“Il carcere è una esperienza devastante. La prima volta mi sono ritrovato in cella insieme a Monsignor Nunzio Scarano, il numero tre del Vaticano, chi l'avrebbe mai detto di trovarlo proprio in quella situazione. In carcere, oltre all'idea di soffocamento, ti senti privato della tua dignità. Ricordo con molto piacere il corpo degli agenti penitenziari, persone splendide e preparate che sapevano come comportarsi nelle varie situazioni. La cosa che più mi ha colpito è quella legata all'igiene. Una persona comune si fa la doccia tutti i giorni, quando sei in carcere, soprattutto nell'ala dei nuovi arrivi e di alta sorveglianza, la doccia la puoi fare solo tre volte alla settimana. Una cosa brutta che ti colpisce proprio da un punto di vista fisico”.

Recentemente un sito che si occupa di affari, top100maganer, l'ha inserita tra i 100 manager più influenti d'Italia insieme a nomi di spicco. Come se lo spiega?

“Innanzitutto si è trattato di una bella soddisfazione per chi come me arriva da un periodo così burrascoso, una schiarita all'orizzonte. Tutto quello che ho fatto, comincia ad essermi riconosciuto. Certamente non sono patrimonialmente solido come Benetton, Doris od altri imprenditori presenti in quella lista ma la voglia di fare e l'intuito manageriale sono sicuro sia lo stesso. È stato valutato la variazione positiva dei numeri di bilancio da quando ho preso il controllo delle aziende rispetto a quando le ho lasciate. Il mio gruppo prima del 2013 fatturava 110 milioni. La Irta, di cui parlavo prima, quando l'ho presa fatturava 700.000 euro, l'ho portata a 3,8 milioni. Ed è quello che voglio continuare a fare con le imprese che si sono salvate e con le nuove avventure imprenditoriali che mi riserverà il futuro”.

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