Dodici milioni e 500mila vittime nel mondo, di cui 500mila solo in Europa, per un business di oltre dieci miliardi di euro all’anno. Sono questi i contorni di un fenomeno transnazionale come quello della tratta delle donne, che in Europa è diventato pervasivo e che in Italia conta dalle 29mila alle 39mila vittime.
“L’insorgere di questo fenomeno va ricondotto agli eventi seguiti alla caduta del muro di Berlino e al seguente crollo delle esperienze comuniste - spiega Paola Degani del Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli (Università di Padova) - che ha lasciato i Paesi disastrati, impoveriti, soggetti a una destrutturazione dei propri sistemi di diritto”.
Un impatto, questo, che ha avuto una grande ricaduta sulle donne, “che sono le più colpite perché in tutte le crisi pagano sempre il prezzo più alto. Infatti esiste un problema forte di femminilizzazione della povertà”.
Questi, dunque, gli inizi. Poi, nei primi anni ‘90 comincia il consistente movimento di popolazioni dai Paesi balcanici e si vengono a creare forme criminali che si specializzano nella tratta delle persone. “In Italia tutti ricorderemo che la costa del Salento fu l’approdo di migliaia di ragazze in stato di schiavitù”. Per parlare di tratta - sottolinea l’esperta - il punto di partenza deve necessariamente essere la definizione del fenomeno fornita dall’articolo 3 del Protocollo di Palermo, ma “oggi più che mai non è una questione solo legata alla prostituzione, bensì coinvolge lo sfruttamento lavorativo, il trapianto di organi, la costrizione al matrimonio e molti altri casi. Tuttavia, va riconosciuto che in Europa è lo sfruttamento a fini di prostituzione che catalizza la maggiore attenzione”.