Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Olio di palma: "Ecco tutte le falsità", parla Allocca

L' intervista a Giuseppe Allocca, presidente Unione Olio di Palma Sostenibile

Olio di palma: "Ecco tutte le falsità", parla Allocca
Giuseppe Allocca

L’ olio di palma, da anni, sembra diventato il nemico pubblico numero uno. Chi lo consuma, si dice, ne ignora i rischi per salute e i pericoli per l’ambiente. L’ Unione Italiana per l’Olio di Palma Sostenibile, invece, costituita a fine ottobre 2015 da un gruppo di Aziende e Associazioni attive in vari settori merceologici nei quali viene utilizzato olio di palma, nasce per promuovere l’impiego di olio di palma sostenibile e contrastare «una delle più grandi bufale degli anni 2000». Affari italiani ne parla con Giuseppe Allocca, il presidente dell’Unione.

 

Presidente, contro l’Olio di palma si è scatenata una guerra.  Perché? E perché soprattutto in Italia?

«Difficile dire con certezza perché sia nata la campagna denigratoria nei confronti dell’olio di palma, anche se possiamo affermare che dietro questa, che in un ampio reportage di Affari&Finanza è stata definita la “guerra degli olii”, ci siano essenzialmente interessi di tipo commerciale. A conferma di questa tesi ricordo che la comunità scientifica, le Autorità nazionali competenti e l’AGCM, sostengono che l’olio di palma, che può far parte a pieno titolo della nostra alimentazione, “non presenta rischi per la salute in una dieta bilanciata” e “se prodotto in modo sostenibile aiuta a salvaguardare l’ambiente”. Quindi, perché in Italia abbiamo assistito a una vera e propria psicosi nei confronti di questo ingrediente, che ha portato numerose aziende a eliminare l’olio di palma dalle ricettazioni facendo appello a “principi di precauzione” o a un presunto miglioramento del profilo nutrizionale? In merito al miglioramento del profilo nutrizionale il Ministero dello Sviluppo Economico si è espresso sull’utilizzo della dicitura “senza olio di palma”, affermando che il ricorso a questo claim è legittimo solo in presenza di ingredienti più salutari e più sostenibili, condizioni da verificare caso per caso rispetto al mercato».

E per il principio di precauzione?

«A chi si appella al “principio di precauzione” bisognerebbe ricordare che non spetta ai singoli operatori appellarvisi, bensì alle autorità comunitarie nazionali competenti che, nel caso dell’olio di palma, non hanno mai ritenuto opportuno dover assumere sul tema alcuna misura restrittiva neppure a titolo precauzionale. E, infine, sul miglioramento del profilo nutrizionale per chi sceglie di abbandonare l’olio di palma ha fatto luce uno studio di Campagne Liberali, che mostra come i prodotti con olio di palma abbiano spesso un profilo nutrizionale analogo se non migliore rispetto a quelli senza questo ingrediente».

Quali sono, per lei, le più evidenti falsità sull’ Olio di Palma?

«Ne sono state dette tantissime, sia per quanto riguarda gli aspetti nutrizionali che per quelli ambientali. Le accuse più gravi e infondate sull’olio di palma sono state dette in relazione agli effetti sulla salute».

Qualche esempio?

«L’accusa mossa di contribuire a un eccessivo consumo di grassi saturi all’interno della dieta. Ebbene, se da una parte questo ingrediente è formato per circa il 47% di acidi grassi saturi, dall’altra nessuno evidenzia che, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, l’apporto di olio di palma rispetto al totale degli acidi grassi assunti nella dieta degli italiani rappresenta meno del 20% del totale ovvero meno di 5g al giorno. Questo significa che il restante 80% dei grassi saturi viene da altri alimenti e che quindi, per seguire una dieta bilanciata, bisognerebbe ridurre, prima dell’olio di palma, altri alimenti come, per esempio le carni rosse o i latticini. Altro esempio, poi, è quello relativo alla strumentalizzazione del parere dell’EFSA».

Cioè?

«All’indomani della pubblicazione del testo, numerose voci gridavano all’allarme lasciando intendere che l’olio di palma fosse cancerogeno. Una falsità! Il parere non si riferiva all’olio di palma in sé, ma ai contaminanti che si formano in tutti gli oli e i grassi animali e vegetali se portati a temperature superiori a 200°. Inoltre, né l’EFSA né la Commissione Europea (cui spetta ogni decisione normativa in merito) hanno mai chiesto o precauzionalmente ipotizzato il bando dell'olio di palma in quanto è stato riconosciuto che l’industria alimentare ormai da tempo ha migliorato i propri processi e impiega olio di palma “mitigato”, cioè lavorato a temperature sotto i 200°C e perciò privo di queste sostanze al pari dei migliori oli sostitutivi. Va sottolineato che la stessa EFSA afferma – a pagina 92 del suo parere - che “Non sono stati identificati dati rilevanti relativi alla tossicità di questo ingrediente” (l’olio di palma) e che comunque è difficile che particolari concentrazioni siano raggiunte con la normale alimentazione».

Qual è la posizione della scienza?

«Intanto ribadiamo che ad oggi nessun Istituto o Ente o Organizzazione (mondiale o nazionale) ha mai ritenuto di eliminare l’olio di palma o affermato che questo ingrediente sia dannoso. Sul tema olio di palma si sono poi espresse realtà nazionali e internazionali che hanno provato a fare chiarezza».

Ne elenchi qualcuna.

«Questi sono gli studi più rilevanti: lo studio della Nutrition Foundation of Italy, sottoscritto da 24 esperti italiani e pubblicato da vari organismi rappresentativi delle più importanti società medico-scientifiche nazionali, afferma che l’olio di palma è un ingrediente che può far parte a pieno titolo della nostra alimentazione e che non presenta rischi per la salute in una dieta bilanciata. Lo studio è stato pubblicato anche sui siti della Società Italiana di Scienza dell’Alimentazione, della Società Italiana di Nutrizione Umana (Sinu) Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) e tanti altri. Poi l'Istituto Mario Negri, che ha realizzato un’analisi su 51 studi e ricerche scientifiche, ha notevolmente ridimensionato il ruolo negativo degli acidi grassi saturi (di cui è composto l’olio di palma per circa il 47% - persino meno del burro) sull’innalzamento del colesterolo sanguigno, principale fattore di rischio delle malattie cardiovascolari. E ancora lo studio di Stiftung Warrentest, la più importante associazione di consumatori tedesca, mostra come un olio di palma trattato a basse temperature può essere migliore rispetto a un qualsiasi altro olio vegetale trattato in modo non ottimale. L’EFSA, poi, come conferma Reuters, sta rivedendo il suo parere circa i livelli di contaminanti tollerabili per l’uomo, alla luce delle più recenti e rassicuranti indicazioni fornite in merito da FAO e OMS».

Altro problema contestato all’ olio di palma: l’impatto ambientale.

«Ecco. Fugato ogni dubbio sul piano salute, vorrei soffermarmi sul fronte ambientale, perché questo ingrediente è stato accusato di contribuire alla deforestazione mondiale. Ci sono alcuni fatti oggettivi che vorrei segnalare, però».

Tipo?

«Il contributo dell’olio di palma alla deforestazione tropicale globale è, contrariamente rispetto a quanto “gridato” da più parti, stimato intorno al 5% (dati Global Forest Resource Assessment 2015 della FAO) tanto che, come ben evidenzia lo studio Climate Focus, sono gli allevamenti, la soia e il mais i principali responsabili della deforestazione. Lo stesso studio afferma che la filiera dell’olio di palma è quella che più si è impegnata per adottare criteri di sostenibilità oltre a chiarire, una volta per tutte, che la produzione di questo ingrediente impatta sull’ambiente meno dell’allevamento e di altre colture come, mais e soia. L’ olio di palma è il più sostenibile degli oli vegetali presenti sul mercato, potendo contare su una migliore resa per ettaro rispetto ai suoi competitors. La palma da olio ha una resa media di 3,47 tonnellate per ettaro: 5 volte più della colza (0,65 t/ettaro), 6 volte di più del girasole (0,58 t/ettaro), addirittura 9 volte più della soia (0,37 t/ettaro) e 11 (0,32 t/ettaro) rispetto all’olio di oliva».

E questo che cosa significa?

«Che oggi la palma da olio si “accontenta” di 17 milioni di ettari di terreno per fornire il 35% del fabbisogno mondiale di olio vegetale. Mentre servono ben 111 milioni di ettari perché la soia garantisca appena il 27% del fabbisogno globale. Insomma, bisogna ragionare nel quadro d’insieme e compararne l’impatto ambientale con le altre colture. Quest’ anno il Ministro dell’Ambiente Galletti ha firmato la Dichiarazione di Amsterdam, impegnando anche il nostro Paese a promuovere iniziative volte ad assicurare una filiera dell’olio di palma 100% sostenibile entro il 2020 e confermando, di fatto, che l’olio di palma sostenibile è la risposta».

Ma in tanti vorrebbero sostituirlo, usando altri prodotti.

«Ipotizzando un’eventuale sostituzione dell’olio di palma con altri oli o grassi, bisognerebbe fare delle considerazioni a livello tecnologico, nutrizionale e ambientale. Se da una parte i vantaggi in termini nutrizionali dati dalla sostituzione del palma sarebbero pochi, se non si migliorano le abitudini alimentari nel complesso, sul piano tecnologico la sostituzione non è semplice».

Perché?

«Perché per ottenere le stesse caratteristiche dell’olio di palma ci sarebbe bisogno, a volte, di più additivi e aromi e di lavorazioni più complesse; oppure dell’utilizzo di altri grassi, come burro, burro cacao o di cocco, che hanno contenuti di saturi analoghi o superiori. In termini di sostenibilità, invece, è molto importante evidenziare che, come detto, rispetto a tutti gli altri oli vegetali, il palma ha la migliore resa produttiva, richiede poco terreno, poca acqua e pochi concimi e fertilizzanti. Inoltre, la coltivazione dell’olio di palma rappresenta per i maggiori Paesi produttori una risorsa economica fondamentale, fonte di reddito per milioni di famiglie che grazie all’olio di palma riescono a uscire dalla soglia di povertà. Piuttosto che boicottare questo ingrediente sarebbe opportuno seguire le indicazioni delle grandi ONG internazionali che suggeriscono ai consumatori di chiedere ai propri marchi di riferimento di approvvigionarsi solo con olio di palma certificato sostenibile».

Che ruolo ha avuto il giornalismo in questa guerra?

«Il ruolo dei giornalisti è spesso cruciale quando si parla di veicolare informazioni o studi scientifici. Sono loro che hanno il compito di “tradurre” in modo semplice pareri o studi dedicati agli esperti del settore. Ai giornalisti spetta il compito di analizzare le fonti a disposizione per veicolare un’informazione equilibrata, senza pregiudizi e basata sulle verità scientifiche più recenti».

E non è stato fatto?

«Purtroppo, sull'olio di palma è stata fatta molta disinformazione e alcuni media e siti hanno contribuito ad alimentare allarmismi e pregiudizi, favorendo la diffusione di una delle più grandi bufale degli anni 2000. Oggi, tuttavia, notiamo che c’è una maggior comprensione e propensione ad analizzare la situazione in modo obiettivo e costruttivo e questo ci ha permesso di chiarire che l’olio di palma è un ingrediente che può far parte a pieno titolo della nostra alimentazione».

Crede sia possibile riabilitare il nome dell’Olio di palma?

«Quando è nata, l’Unione si è inserita in uno scenario fortemente ostile, ma è riuscita a dare voce alle posizioni oggettive sull’olio di palma. A fare la differenza, la strategia di basarsi su evidenze scientifiche e normative. Un approccio che sta dando i suoi frutti. Oggi i nostri interlocutori sono più disposti ad ascoltare e ad affrontare le tematiche che noi trattiamo con un’attitudine più aperta al dialogo. Un appoggio equilibrato è fondamentale quando si affrontano argomenti in continua evoluzione come quello dell’olio di palma e speriamo di poter trovare, soprattutto nei media, un supporto valido per continuare a parlare in modo obiettivo e chiaro di questo ingrediente. Anche perché non possiamo dimenticare che l’olio di palma rappresenterà una commodity insostituibile davanti al progressivo aumento della popolazione – e conseguentemente di cibo – che la FAO stima supererà i 9 miliardi di persone nel 2050. Quello per cui tutti dovrebbero battersi – come già l’Unione sta facendo da anni – è avere una filiera 100% sostenibile. La certificazione, infatti, è l’unica via per continuare a utilizzare responsabilmente questo ingrediente come riconoscono anche le grandi organizzazioni internazionali e ambientaliste».


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