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Cronache
Raffaele Cantone: "Corruzione, l'Authority da sola non basta". Intervista

"Stiamo facendo il massimo ma siamo consapevoli che il nostro è un compito lungo, difficile e che non possiamo farcela da soli". Raffaele Cantone, presidente dell'Authority Anticorruzione, parla a tutto campo in una lunga intervista ad Affaritaliani.it in occasione dell'uscita del suo libro "Il male italiano" (scritto sotto forma di intervista con Gianluca Di Feo).

Presidente Cantone, quali cause hanno fatto sì che la corruzione in Italia non sia solo un problema ma addirittura il problema?

Credo che la corruzione non sia solo un problema italiano. In Italia è un problema più rilevante che in molti altri stati, anche per come viene percepito all'estero. E' un problema che va al di là dell'aspetto morale-giuridico e costituisce anche un danno economico.

Le cronache delle ultime settimane e degli ultimi mesi sono invase da continui scandali di tangenti e corruzione. Il fatto che vengano fuori tutti questi casi è un male oppure è un bene perché significa che le indagini vengono fatte in maniera corretta?

Io credo che la cosa migliore non sia nascondere la spazzatura sotto il tappeto. I problemi vanno espulsi, non tralasciati o messi da parte. In questo senso può essere letta in maniera positiva questa esplosione di attività investigative. Ma il fattore più importante è il clima di rinnovato interesse per il problema della corruzione che credo possa fare da detonatore. Si stanno creando le condizioni giuste per far emergere sempre di più i fatti di corruzione e questo è un elemento molto positivo. E' chiaro che bisogna evitare di rifare gli stessi errori commessi nel 1992. Errori, non imputabili alla magistratura, come quello di non lavorare per la prevenzione della corruzione. Le indagini giudiziarie costituiscono un momento importante della lotta alla corruzione ma sono solo un momento. Dopo e ancor prima della repressione deve esserci la prevenzione.

Qual è il suo bilancio dopo i primi mesi da presidente dell'Authority anticorruzione? L'Autorità da lei presieduta ha abbastanza poteri o ne servirebbe qualcuno in più?

Dobbiamo metterci d'accordo sul ruolo dell'Authority. Quando dico che non possiamo né arrestare né fare intercettazioni voglio sottolineare che non intendo sminuire l'Autorità, questo sia chiaro. Il nostro compito non è quello di fare le indagini bensì quello di inserire gli anticorpi che possano portare a una giusta lotta alla corruzione. E in questo senso non posso che essere molto soddisfatto. In meno di un anno di lavoro abbiamo portato avanti tutta una serie di attività molto significative a proposito della trasparenza e della vigilanza sugli appalti con la trasmissione di atti utili alla magistratura come è avvenuto ad esempio per la metro C di Roma. Anche sulla vicenda di Ischia più di due mesi fa avevamo segnalato un problema riguardante l'ufficio tecnico (che nulla ha a che vedere con l'indagine). Abbiamo messo in piedi una serie di proficui rapporti internazionali. Insomma, abbiamo fatto moltissime cose, però è illusorio pensare che in questa materia si ottengano i risultati in tempi brevi. Nessuno deve pensare che la lotta alla corruzione si faccia in poco tempo. Se c'è davvero l'interesse a fare qualcosa di serio serve un lavoro lungo e su tre fronti: repressione, prevenzione e battaglia culturale.

Su Expo crede che arrivando un po' prima si sarebbero potuti evitare gli episodi venuti alla luce con le indagini? E dobbiamo aspettarci che venga fuori ancora qualcosa nelle prossime settimane?

Sicuramente siamo arrivati un po' tardi e tutta la serie di poteri speciali è stata aggiunta dopo le vicende di corruzione. Questo è semplicemente un dato. Per quanto riguarda il futuro non saprei, non ho poteri divinatori.

Nel suo libro-intervista con Gianluca Di Feo, "Il male italiano", parla anche di un episodio negativo a livello personale come il mancato ritorno alla Procura di Napoli a causa di scelte contrarie del Csm. E' quella la più grossa delusione della sua carriera?

Non la vedo come una delusione. Ho semplicemente raccontato un episodio che è anche un sintomo di come funzionano le cose. Visto poi quello che è successo comunque non posso che dire grazie per come è andata.

La logica delle correnti in magistratura andrebbe rivista?

Tutte le riforme fatte non hanno mai toccato le correnti. Sembra sempre che la politica abbia interesse a liberarsi delle correnti ma in realtà anche la politica che finge di essere contro la magistratura flirta con parte delle correnti.

Ha mai avuto la tentazione di impegnarsi in politica?

Non credo vada fatta una critica a prescindere a chi sceglie di fare politica. Il problema è quello del "dopo". Un magistrato che sceglie di fare politica va collocato in una posizione nella quale non rischi di ledere l'indipendenza della magistratura. Io personalmente non ho mai inteso abbandonare la magistratura o la carica che ho assunto ma non metto in discussione i magistrati che lo hanno fatto. Non credo che l'entrata in politica di un magistrato sia un fatto disdicevole in sé. Certo però ci devono essere cautele sia sull'entrata sia, soprattutto, sull'uscita. 

Non le sembra però che troppo spesso i magistrati in politica siano sfruttati dai rispettivi partiti come "bandierine" di legalità quando poi gli viene dato poco spazio per incidere sul serio?

Sono d'accordo, spesso vengono sfruttati come brand. In più vorrei sottolineare che, solitamente, quando si fanno certe valutazioni sui magistrati in politica si pensa alla politica nazionale. Credo invece che bisognerebbe guardare con più attenzione alla politica locale. Molto spesso ci sono magistrati che hanno proseguito la loro carriera mentre facevano i politici, gli assessori e i sindaci. Queste situazioni, in parte superate con la legge Severino, creano molti problemi. E' opportuno stabilire delle regole precise e guardare con attenzione a quanto succede nella politica locale, che poi è quella che incide molto su cose concrete.

A proposito di legge Severino, crede che andrebbe modificata?

Intanto vorrei dire che quella che si chiama legge Severino in realtà non è una legge. Contiene quattro diversi provvedimenti legislativi che riguardano vari aspetti. Ha un impianto condivisibile, soprattutto per quanto riguarda le norme sulla trasparenza. Stiamo provando ad applicare una rivalutazione, una sorta di "tagliando", cosa normale che accade in tutte le lesiglazioni straniere quando una nuova legge entra in vigore per essere applicata in settori particolarmente rilevanti.

Quali sono le misure più urgenti da approntare per un più efficace contrasto alla corruzione?

Credo che nel complesso il ddl anticorruzione sia positivo. Credo poi ci sia bisogno di intervenire sul diritto penale, per esempio sulla prescrizione. Ma la cosa che ritengo più importante sarebbe quella di fare un buon codice degli appalti. E' lì che si annida la maggior parte della corruzione.

Nella sua carriera si è occupato, prima che della corruzione, anche della criminalità organizzata. Ritiene che l'una e l'altra godano ancora in Italia di una sorta di "avallo culturale"?

Fino a qualche tempo fa nei discorsi ufficiali di alcuni politici c'era persino una vera e propria accettazione culturale della mafia. Rispetto a 30 anni fa però il cambiamento sulla mafia è stato netto. Nessuno ne giustifica più l'esistenza e questo ha una grande importanza per l'azione di contrasto. Sul piano culturale si è riusciti a far passare il concetto mafia=male. Ora lo si sta cominciando a fare anche sulla corruzione. Se riusciamo a ribaltare la concezione che c'è stata fino adesso sul tema, facendo capire che la corruzione non crea danno solo per chi la subisce ma per l'intero Paese, l'azione di contrasto diventerà più facile.

Crede che, visto il suo ruolo e la sua autorevolezza, possa essersi venuta a creare una situazione in cui lei è visto un po' come un supereroe in grado da solo di mettere tutto a posto?

Sì, questa idea può essersi ingenerata. Io e tutti gli altri componenti dell'Autorità Anticorruzione stiamo provando a far capire che l'unica cosa che possiamo garantire è quella di fare sempre il massimo possibile, ma non abbiamo qualità salvifiche. Nessuno da solo può risolvere il problema della corruzione. Noi stiamo facendo il massimo, non solo nel lavoro di tutti i giorni ma anche provando a lavorare sul piano culturale, essendo presenti per tenere sempre alta l'attenzione sul tema. Però abbiamo la consapevolezza che si tratta di un compito difficile che richiede tempo e che non possiamo farcela da soli.

E' vero che le era stato chiesto di fare il ministro delle Infrastrutture?

Si tratta di un'ipotesi giornalistica. Io ho chiarito subito che non era una questione di mio interesse. Non mi sarebbe sembrato serio lasciare l'Autorità Anticorruzione dopo meno di un anno. Non facendo riferimento a me stesso dico comunque che la lotta alla corruzione non la si deve fare solo in un certo posto ma va portata avanti in molti luoghi, tra questi anche il ministero delle Infrastrutture che in tal senso è in grado di svolgere un grande e importante compito.

@LorenzoLamperti

IN LIBRERIA PER RIZZOLI "IL MALE ITALIANO", di RAFFAELE CANTONE con GIANLUCA DI FEO 

male italiano
Vent’anni dopo Tangentopoli, il cancro d’Italia è sempre più esteso. Dobbiamo rassegnarci a essere un paese corrotto? O possiamo ripartire con nuove regole che restituiscano dignità ed efficenza?
Per troppo tempo gli italiani si sono rassegnati a una rete di malaffare che avvinghia e soffoca tutte le forze del Paese: la politica, l’imprenditoria, gli uffici pubblici, fino a minare le fondamenta della vita civile. È un sistema paralizzato, dove le bustarelle sono l’unico metodo per sbloccare una pratica o conquistare un appalto, che inghiotte le risorse necessarie per far ripartire l’economia e non dà spazio alle energie positive. Un meccanismo che è diventato insostenibile e va combattuto introducendo nella società gli anticorpi che riconsegnino ai cittadini la fiducia in un futuro senza mazzette né intrallazzi, dove i meriti e le capacità riescano ad affermarsi. In questo libro il presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone e il giornalista Gianluca Di Feo, ripercorrendo le vicende del Mose di Venezia, dell’Expo di Milano e di Mafia Capitale a Roma, si confrontano per individuare i problemi chiave del nostro Paese e per suggerire delle soluzioni. Per lasciarsi alle spalle l’Italia delle tangenti occorre una rivoluzione culturale che, come suggerisce Cantone, non deve aver paura di far piazza pulita, perché il tempo stringe e «bisogna cogliere ogni occasione per dare un segnale forte: cambiare gli uomini e innovare le strutture, per dimostrare concretamente che siamo capaci di intervenire e sanare le ferite».  
Tags:
raffaele cantoneanticorruzioneintervista

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