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Cronache
"Fama, potere e denaro". La verità sul rapporto tra calcio e mafia
Raffaele Cantone

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

"Per i clan il calcio è uno strumento straordinario per fare affari e controllare il territorio". Raffaele Cantone, magistrato anti camorra, svela i rapporti tra lo sport più amato dagli italiani e la criminalità organizzata in un'intervista ad Affaritaliani.it: "Entrando nelle società la mafia riesce ad avvicinare mondi lontani come politica e imprenditoria". Coinvolto anche il mondo ultras: "Fornisce manovalanza". Il problema è globale: "Per le scommesse si creano joint venture tra la mafia internazionale e i clan locali". E il problema non riguarda solo il Sud e il calcio minore: "Basti pensare al caso della Sanremese e alla tentata scalata alla Lazio".

CALCIO E CRIMINALITA' ORGANIZZATA, UN LEGAME DIFFICILE DA RECIDERE

pallone da calcio

Riciclaggio di denaro sporco e ottenimento di consenso sociale. Sono i due obiettivi che la criminalità organizzata raggiunge attraverso il calcio. Il legame tra i due mondi è molto stretto, specialmente nelle realtà delle piccole città del Sud. Gli esempi sono molti. Per esempio il Giugliano calcio, squadra dell'eccellenza campana, fu sequestrata perché ritenuta riconducibile al clan camorristico dei Mallardo. Sequestrate anche Cittanova Calcio e Rosarno, società calabresi che erano diventate proprietà del clan Pesce. Restando in Calabria, un dirigente del Marina di Gioiosa Jonica mandò all'aria la sua latitanza per un sms inviato a una trasmissione calcistica locale. In Sicilia il presidente dell'Akragas, società della provincia di Agrigento, fu portato alle dimissioni dopo aver dedicato una vittoria a un boss appena arrestato. Tornando in Campania, si scoprì che lo stadio della Boys Caivanese era un nascondiglio per le armi della camorra. In Puglia sono stati provati diversi casi di infiltrazione mafiosa nelle società di calcio: dal Monteroni al Poggiardo fino al Racale, per un totale di sette società di Eccellenza. Ma non è un problema che riguarda solo il Sud. Al Nord c'è l'esempio della Sanremese. Nel 2011, quando la squadra militava in Lega Pro, presidente e amministratore delegato vennero arrestati con l'accusa di estorsione perché avrebbero assoldato tre personaggi della criminalità organizzata per convincere alcuni calciatori a lasciare la squadra. 

Raffaele Cantone, qual è il legame tra calcio e criminalità organizzata?

Il legame dipende da tre ragioni che sono insite nel mondo del calcio: fama, potere e denaro. Il calcio è uno strumento eccezionale per raggiungere questi tre obiettivi che sono tipici anche delle mafie. Sono obiettivi necessari alla mafia per mantenere il controllo del territorio.

Come fanno i clan a raggiungere questi obiettivi con il calcio?

Per i clan il calcio è un ottimo strumento per fare affari e per tenere il controllo sul territorio. Attorno al calcio c’è un grande movimento di denaro, legato per esempio al mondo delle scommesse. I clan usano le società per riciclare i soldi. E poi il calcio è un veicolo importante per avvicinare mondi lontani, visti i rapporti che le società intrattengono con la politica e l’imprenditoria.

Nelle scorse settimane c’è stato il caso della Nocerina con i calciatori che sarebbero stati spinti dai tifosi a non scendere in campo nel derby contro la Salernitana. C’è un rapporto tra il mondo degli ultras e quello della criminalità organizzata?

Tra gli ultras ci sono presenze criminali che prescindono dalla criminalità organizzata. Il mondo ultras viene spesso utilizzato come serbatoio dalla criminalità organizzata, visti i diversi personaggi dediti alla violenza. Ci sono anche dei precedenti. Indagini della magistratura napoletana hanno accertata che nei disordini legati alla discarica di Pianura ha avuto un ruolo primario il clan camorristico locale con l’utilizzo di tifoserie ultras come manovalanza. Anche dietro il mondo ultras ci sono degli interessi economici. Si tratta magari di cifre non grosse ma che possono fare gola.

Gli episodi di infiltrazione mafiosa riguardano solo le società dei campionati minori oppure toccano anche le categorie più importanti?

La prova certa la si è avuta per quanto concerne i campionati minori ma noi abbiamo scoperto anche il tentativo di scalata alla Lazio portata avanti da un gruppo di imprenditori vicini ai Casalesi. È chiaro che sulle società maggiori c’è un maggiore controllo mediatico e quindi è più difficile una scalata formale. Nelle piccole società il meccanismo di controllo funziona meno. Però il tentativo di “scalata sporca” alla Lazio è emblematico ed è un segnale che non va sottovalutato.

È un problema che riguarda solo le regioni del Centro-Sud?

È un problema che riguarda soprattutto il Sud ma anche il Nord non ne è estraneo. Basti ricordare il caso della Sanremese. E nelle curve, anche in quelle del Centro-Nord, ci sono infiltrazioni criminali non mafiose.

RAFFAELE CANTONE, napoletano, è nato nel 1963. È entrato in magistratura nel 1991. È stato sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli fino al 1999, anno in cui è entrato nella Direzione distrettuale antimafia napoletana di cui ha fatto parte fino al 2007. Si è occupato delle indagini sul clan camorristico dei Casalesi, riuscendo a ottenere la condanna all'ergastolo dei più importanti capi di quel gruppo fra cui Francesco Schiavone, detto Sandokan, Francesco Bidognetti, detto Cicciotto 'e Mezzanott, Walter Schiavone, detto Walterino, Augusto La Torre, Mario Esposito e numerosi altri. Si è occupato anche delle indagini sulle infiltrazioni dei clan casertani all'estero, in particolare in Scozia, in Germania, Romania e Ungheria. Ha curato il filone di indagini che hanno riguardato gli investimenti del gruppo Zagaria a Parma e Milano. Vive sotto tutela dal 1999 ed è sottoposto a scorta dal 2003 in quanto gli investigatori scoprirono un progetto di un attentato ai suoi danni organizzato dal clan dei Casalesi. Oggi lavora presso l'Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione, anche se nel novembre 2013 ha presentato al CSM la richiesta di nomina a procuratore aggiunto presso la Procura del neonato Tribunale Napoli nord, segno evidente della volontà di tornare all'attività inquirente.  Negli scorsi mesi il presidente del Consiglio dei ministri Enrico Letta, nomina Cantone, componente della task force per l'elaborazione di proposte in tema di lotta alla criminalità organizzata. Nel corso della sua carriera si è anche occupato di diverse inchieste sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo del calcio. Sul tema ha anche pubblicato un libro, intitolato "Football Clan", scritto insieme a Giulio Di Feo ed edito da Rizzoli.

Miccoli, Balotelli, Cannavaro… Ci sono vari casi di veri o presunti “rapporti pericolosi” dei calciatori con alcuni esponenti dei clan. Quanto sono consapevoli questi rapporti?

Nella maggior parte dei casi i giocatori non hanno gli strumenti per essere consapevoli. Poi c’è sicuramente un dato di sottovalutazione del fenomeno da parte delle società che tendono a tenere buoni i rapporti con i capi ultras per tenere tranquille le tifoserie ed evitare disordini. I rapporti tra società e frange violente o criminali della tifoseria sono un caso emblematico. Spesso vengono garantiti benefit alle tifoserie e le società si rendono ricattabili.

L’inchiesta sul “calcioscommesse” ha messo in evidenza che un sistema nel quale anche i clan hanno lucrato. Le mafie possono riuscire a condizionare le partite di calcio?

L’inchiesta ha messo in luce un dato molto grave in grado di mettere in crisi l’intero sistema sport. E non ci sono solo le mafie italiane, sono coinvolte le mafie internazionali perché ormai si può scommettere da qualunque parte del mondo. Dalle inchieste di Cremona e di Bari sono emerse evidenze inattese in tema di infiltrazioni criminali straniere per comprare le partite. E le mafie estere trovano terreno fertile rivolgendosi ai potentati criminali locali, come è successo a Bari dove si era venuta a creare una joint venture tra i cosiddetti “zingari” e i clan della zona.

In che modo si può contrastare questo fenomeno?

Innanzitutto c’è un problema che riguarda la giustizia ordinaria che dovrebbe modulare diversamente le pene. Il reato di frode sportiva è punito in maniera troppo blanda. C’è anche un problema di raccordo internazionale. Per tutelare lo sport servirebbero accordi tra i diversi paesi come avviene per altre materie. Poi c’è il problema della giustizia sportiva che dovrebbe essere in grado di dare punizioni più severe e dissuasive.

Lei è un tifoso. Pensa che il calcio abbia davanti a sé un futuro negativo?

Sì seguo tutte le partite del Napoli che è la mia squadra. Non sono pessimista. Certo ci sono dei problemi pericolosi che possono minarne la credibilità nel lungo periodo, ma non credo nel “grande vecchio” che decide i risultati a tavolino. Io credo che se questi problemi non vengono sottovalutati il calcio possa avere un futuro positivo.

Lei si è occupato di numerose inchieste sul clan dei Casalesi. Qual è il suo pensiero sul rischio, paventato nelle ultime settimane, di un ritorno alle stragi mafiose?

L’allarme è stato lanciato dal ministero degli Interni che su questi temi è l’organismo istituzionale per eccellenza. Credo ci sia un clima pericoloso che non riguarda solo le minacce di Riina.

Lei oggi lavora alla Suprema Corte di Cassazione. È vero che ha richiesto di essere trasferito e ritornare all’attività inquirente?

Sì, l’ho chiesto da tempo.

Enrico Letta l’ha chiamata a far parte della task force per l’elaborazione di proposte in tema di contrasto alla criminalità organizzata. Il governo sta facendo abbastanza sul tema?

Noi abbiamo fatto il nostro lavoro, ma in questo momento il governo è costretto a occuparsi di una serie di emergenze più stringenti della criminalità mafiosa. Dal punto di vista normativo qualcosa si potrebbe fare, forse quando finiranno le altre urgenze si riuscirà a intervenire. C’è stato un generale calo di attenzione su questo tema ma non si può parlare di attenuazione della lotta alla mafia. Semplicemente in questo momento non è il primo tema in agenda.

Qual è la priorità in tema di lotta alla mafia?

La priorità è scalfirne la zona grigia. È necessario occuparsi della questione dei patrimoni, non solo dal punto di vista della confisca ma anche per quanto riguarda il riutilizzo sociale. Sfruttare i beni confiscati in modo intelligente significa dare un segnale che lo Stato è in grado di vincere non solo con la repressione.

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