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Cronache
Riuscirà la Cina a soccorrere il capitalismo? Iniziato congresso del PC cinese


"La Cina è vicina”, più di quanto si creda.  

E’ partita lunedì la quarta sessione plenaria del 19° Comitato centrale del partito comunista cinese. A fine settembre, dopo due mesi di carcere, è morto l’attivista per i diritti umani Wang Meiyu che a luglio chiedeva l'introduzione del suffragio universale in tutta la Cina (aveva innalzato un foglio bianco con la richiesta di fronte al dipartimento di polizia dello Hunan) e le dimissioni del presidente Xi Jinping e del premier Li Keqiang. E’ stato immediatamente arrestato. Ma non è la mancanza di democrazia a toccare i leader del grande drago asiatico, bensì il rallentamento drastico dell'economia. Le proteste ad Hong Kong e la gestione delle ambizioni globali di Pechino fanno da contorno. Gli argomenti trattati e la relazione finale del congresso restano per ora segreti, saranno resi noti solo domani, giovedì. Intanto l'agenzia di stampa Xinhua ha riferito che il leader del partito e presidente della Cina, Xi Jinping, sta discutendo con i 200 membri del Comitato Centrale su come rafforzare il dominio del partito nel Paese di pari passo alla modernizzazione del territorio. 

 

Il tema Hong Kong resta però nevralgico perché per il governo centrale, il controllo delle periferie è uno dei compiti più delicati. Ogni angolo della Cina deve rispettare i dettami del partito centrale. La certezza è che un solo cedimento potrebbe mettere in crisi tutto il sistema, la dissoluzione dell’Unione sovietica ne è stato un esempio. E così al di là della singola protesta quella con Hong Kong è una battaglia lunga e logorante. Al centro la questione fondamentale: l’impossibilità per il partito centrale di estendere davvero il suffragio universale, così come lo vorrebbero le frange più occidentali che chiedono l’elezione diretta del governatore della città (i candidati attuali vengono decisi dal partito centrale). Pechino non può permettersi che a Hong Kong il suffragio universale diventi qualcosa anche solo di vagamente simile ai sistemi democratici occidentali. Chi potrebbe, a quel punto, negare quei diritti ad altre regioni cinesi? E non farle entrare in subbuglio? Il partito centrale ha da tempo respinto l'adozione di un sistema democratico e di strumenti come il suffragio universale, l'indipendenza giudiziaria e una stampa libera. Ed ha chiuso la partita.

 

Ma la crisi economica sta esasperando tutto. Per la Cina vedere il Pil scendere al 6% nel terzo trimestre dell'anno vuol dire crisi, non tanto per gli effetti diretti sulla popolazione, ma perché questo è il livello più basso in quasi 30 anni. Dato insidioso soprattutto a causa dell'indebolimento della domanda interna (non tanto per i dazi Usa voluti da Trump), dalla vendita di autovetture al settore immobiliare. Con effetti non prevedibili sul lungo termine anche per noi. La Cina copre da sola il 3% dell’export italiano ma anche il 6,7% di quello tedesco che è, a sua volta, la prima meta delle nostre esportazioni (12% del totale). E pur avendo scarsi effetti sull'economia complessiva, la guerra commerciale in corso con gli Stati Uniti ha colpito il drago e il settore delle esportazioni. Da non dimenticare il caso del colosso Huawei che ha subito un duro attacco americano durante una campagna stampa in cui si è stigmatizzata la compagnia come una possibile minaccia alla sicurezza nazionale.

 

In contemporanea mentre l’Europa flirta con la Cina, tra “vie della Seta” e processi similari non si placano le critiche alle sue ingerenze, come con l'Australia che di recente ha protestato contro le presunte interferenze del Partito Comunista nella politica interna dell’isola.

“Dieci anni fa la Cina aveva avuto un ruolo decisivo nel soccorrere l’economia globale dalla crisi finanziaria grazie al lancio di un programma di stimolo monetario da 4 trilioni di yuan”, scrive il Financial Times, “oggi i mercati temono esattamente il contrario”. Un paradosso per il sistema comunista. Riuscirà la Cina e soccorrere l’economia globale e il capitalismo? Si capirà qualcosa di più sullo scenario solo giovedì. Certo è che nei sogni di Xi Jinping la Cina dovrebbe diventare a tutti gli effetti un Paese di consumatori e superare lo status di fabbrica del mondo. Ma un’accelerazione in questo senso comporta dei cambi sotto il profilo anche dei diritti che il partito comunista non può del tutto permettersi.

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