Rosarno, Alabama

Lunedì, 11 gennaio 2010 - 10:51:00

Per i fatti avvenuti a Rosarno è interessante chiedersi se non vi sia una spiegazione che va oltre il singolo incidente che li ha scatenati. Tutto infatti potrebbe dipendere da diversità e generalizzazione.

Finché un gruppo è omogeneo, un singolo che reputa di avere subito delle malefatte da un altro singolo le pone a suo carico: “Mi doveva pagare e non mi ha pagato, questo delinquente”. Quando invece c’è un gruppo che si distingue dalla generalità (diversità), si ha tendenza ad attribuire al gruppo da cui proviene l’avversario tutta o parte della responsabilità (generalizzazione). “Non mi ha pagato, si vede che è un delinquente come tutti i romeni”. “Non mi ha pagato, ora capisco perché tutti odiano gli ebrei”. “Non mi ha pagato, è un imbroglione e un bugiardo come tutti i maghrebini”. Queste animosità provocano un contraccolpo: il gruppo che si sente discriminato si costituisce in clan per meglio difendersi o perfino per attaccare. È la storia di Little Italy a New York e del gangsterismo italiano a Chicago.

Le frizioni causate dalla convivenza fra gruppi etnologicamente diversi sono tuttavia più o meno grandi secondo le proporzioni del gruppo minore. Se la percentuale è insignificante, da un lato i meno cercano di conformarsi ai più, e i più, avendo pochi contatti con i meno, non hanno pregiudizi universalmente condivisi; se invece i due gruppi sono numericamente vicini, anche ad essere di pari livello di civiltà, ed anche ad avere una lunga storia comune, si creano notevoli problemi: il migliore esempio è il Belgio. La Svizzera sfugge a questo destino perché le comunità sono spesso separate da alte montagne.

Qualcuno ha detto che la percentuale critica per l’insorgere di problemi “razziali” è l’8%. Probabilmente a Rosarno, durante il periodo dei lavori stagionali, si è andati oltre questa percentuale. E il risultato si è visto.

La diversità può venir meno con l’assimilazione. Delle decine di migliaia di emigranti italiani e spagnoli in Francia, oggi – salvo che nei cognomi – non si trova traccia: perché essi, a partire dalla seconda generazione, si integrano perfettamente. Non hanno nessuna difficoltà per il colore della pelle, per la lingua (trattandosi di idiomi neolatini), per la religione, e si perdono nel gruppo maggioritario. Se viceversa ci sono resistenze fortissime dovute per esempio alla diversa religione, l’assimilazione può richiedere secoli o non avvenire mai. Gli esempi sono purtroppo notissimi.

Naturalmente una differenza ineliminabile è quella della pelle. Già un maghrebino sarà guardato con sospetto (è un uomo di colore o per caso è un siciliano di colorito scuro?), ma per un nero veramente nero non ci sono dubbi: si tratta di una diversità che non verrà mai meno. E quando ci sono gruppi numerosi irrimediabilmente distinti, l’uno dominante, l’altro sottoposto perché svantaggiato come lingua, come cultura, come condizioni economiche, si apre una voragine. Tra “loro” e “noi” si crea una separazione tanto netta da somigliare al razzismo più cupo. Sarà un meccanismo inumano, ma è purtroppo un meccanismo costante.

Dopo che gli italiani hanno condannato severissimamente (e con ragione) il razzismo degli Stati dell’Unione, ecco che gli stessi fenomeni, inclusa la caccia al negro, li abbiamo avuti a Rosarno, Alabama.

Questa esperienza ci dovrebbe insegnare a non sentirci tanto migliori degli altri, a non giudicarli troppo severamente. Non sappiamo se, posti nelle loro condizioni, non ci comporteremmo come loro e peggio di loro. In secondo luogo, per ragioni di pura prudenza, dovremmo evitare se possibile la formazione di un gruppo allogeno e soprattutto di un gruppo diverso e non assimilabile. La Francia ha sbagliato, ad aprire largamente le porte ai maghrebini: e ha avuto occasione di pentirsene. Ecco perché noi faremmo male ad aprire le porte a immigranti di colore. Costoro non sono più cattivi degli altri e probabilmente – opinione personale – sono migliori dei maghrebini: ma ogni volta che si supera una certa soglia percentuale, anche localmente, si creano tensioni. È avvenuto a Milano con i cinesi, e dire che essi non hanno la fama di violenti o di fanatici religiosi.

Tutto questo non è politicamente corretto, ma sarebbe bello se, invece di condannare la rappresentazione della realtà, la si riconoscesse. E se ne tenesse conto anche nell’interesse dei gruppi allogeni minoritari: questi infatti, se sono inseriti nell’ambiente sbagliato, rischiano una vita d’inferno.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

 

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