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Cronache
Watergate, 45 anni dopo
Fonte: FanPage

I grandi protagonisti del «Washington Post», Carl Bernstein e Bob Woodward, canonizzati nel film di Alan Pakula - Tutti gli uomini del presidente (1976) – con i volti di Robert Redford e Dustin Hoffman, nel 2003 hanno venduto l’archivio dei loro appunti all’università di Austin (Texas) per cinque milioni di dollari. Robert Smith e Robert Phelps, due giornalisti del New York Times che nell’estate del ’72, prima di loro, entrarono in possesso dei dettagli del caso senza interessarsene, lì hanno guardati per anni firmare libri, ottenere successo, scrivere una leggenda. E ancora Mark Felt. Vicedirettore dell’ FBI, alias «Gola Profonda», passò informazioni ai due reporter del «Post», compromettendo lo schema difensivo della Casa Bianca. Era irritato con Richard Nixon: che non lo aveva promosso direttore dopo la morte di J. E. Hoover (marzo 1972); e che, spregiudicato, si servì inizialmente dell’ FBI per fermare le indagini. Felt si tolse la maschera, rivelandosi al mondo, solo nel 2005: tre anni prima di morire. Infine David Frost. L’autore di una serie di interviste, nel 1977, che piegarono Nixon dandogli il «processo che non aveva avuto». Frost staccò al vecchio repubblicano un assegno da seicentomila dollari per l’esclusiva: e divenne più famoso di quanto già non fosse. «Ho deluso i miei amici, ho deluso il paese, ho deluso il nostro sistema di governo e i sogni di tutti quei giovani che avrebbero voluto entrare in politica, ma che ora pensano sia tutto troppo corrotto», ammise un incupito Nixon davanti a quarantacinque milioni di spettatori incollati alla televisione.

Cos'è stato, dunque, il Watergate? Molte cose, e in più direzioni. Il trionfo del giornalismo militante (di carta, nell’era della tv). E un rilancio del ruolo del «quarto potere», figlio degli anni Sessanta. Dall’effrazione del 17 giugno 1972 all’Hotel Watergate di Washington, sede del Comitato nazionale democratico, si arrivò a un complesso puzzle di depistaggi, intercettazioni, tattiche irregolari e illegali. Quella notte, infatti, l’arresto di tre cubani e due americani fu solo l’inizio. I «Plumbers», gli «idraulici», cioè gli esecutori materiali delle operazioni, conquistarono in poco tempo le prime pagine. E gli americani scoprirono la corruzione nel cuore politico di una grande democrazia (il denaro c’entrava poco, il sospetto molto di più). Alla fine alcuni tra i fedelissimi di Nixon furono condannati. E oltre trenta funzionari politici rimasero coinvolti. Il «Washington Post» fece esplodere lo scandalo, intestandosene la paternità. E rivendicandone poi i meriti: perché non ci sarebbe stato nessun Watergate senza il quotidiano della capitale.

Oltre il mito, però, c'è la storia. La sinergia determinante tra media, FBI e giustizia federale. La vicinanza del «Post» al partito democratico: la vena liberal che tornò a pulsare con l’elezione di Nixon nel ’68. Le audizioni pubbliche della commissione d’inchiesta, che con NBC, CBS e ABC in prima linea (un fuoco incrociato), raggiunsero l’85% delle famiglie statunitensi. E il punto di non ritorno, nel luglio del ’73: quando non dai giornali ma da Alexander Butterfield, vice assistente al presidente, si seppe di un sistema di registrazione all’interno dello Studio Ovale. La Corte Suprema ordinò la consegna dei nastri con le conversazioni integrali: e Nixon, un anno più tardi, sicuro della ratifica del Senato alla procedura di impeachment già approvata alla Camera, venne tradito dalle sue stesse parole.

Il Watergate fu la distruzione di Nixon. Giudicato, prima che politicamente, innanzitutto moralmente. Per quanto fatto (o non fatto), per quanto detto (o non detto) durante mesi di follie e smentite, culminati nella sera dell’8 agosto 1974. La sera dell’annuncio delle dimissioni. Uno squarcio in un mondo già diviso in due. «Trickie Dick», Dick l’imbroglione, nomignolo accostatogli dai nemici, lo marchiò a vita. Accompagnandolo alla morte, nel 1994, quando pure era considerato un «elder statesman», un anziano statista. La sua maggiore eredità da quel momento non fu – come lui stesso auspicava, e nonostante una lenta riabilitazione – il riavvicinamento alla Cina di Mao Tse-tung, la «diplomazia del Ping Pong», ma il suffisso –gate, utilizzato (dal lì in avanti) per molti degli scandali che hanno rapito l’opinione pubblica (Irangate, Sexgate). Ancora nel 2016 la vicenda delle mail utilizzate (impropriamente) da Hillary Clinton è stata accostata al Watergate. Con uno scopo: amplificarne la portata. E dal 2017, del resto, per Donald Trump c'è il Russiagate. Su Nixon, al momento della morte, Indro Montanelli scrisse: «Non era simpatico, e soprattutto non aveva nulla che potesse sedurre l'America dei salotti e della intellighenzia, che gli uomini politici li misurano a modo loro, mai quello giusto». «L’uomo che tutti amavano odiare», per Beppe Severgnini.

Il lascito più grande del Watergate, dopo il Pulitzer al «Post» per la «pubblica utilità», furono le iscrizioni alle scuole di giornalismo: decuplicate. Ma scomparso lo scandalo, dello scandalo rimase la passione. «E' in atto un processo di criminalizzazione delle differenze politiche», disse Norman Ornstein, docente presso l'American Enterprise Institute, in occasione della commemorazione per i 25 anni. E gli stessi Woodward e Bernstein ne riconobbero le degenerazioni. «Passiamo troppo tempo a guardare alla vita politica dei politici», disse Bernstein. Gli anni Settanta, infine, quelli della crisi d’identità statunitense all’interno di un secolo tutto a stelle e strisce, avrebbero legato il Watergate al contesto. L’umiliazione in Vietnam, il golpe in Cile, la crisi energetica, le responsabilità della CIA, l’inflazione galoppante, gli ostaggi in Iran e l’ascesa di Reagan. Il collasso del vecchio paradigma economico, dell’Età dell’oro, e l’imposizione del nuovo, agli albori della globalizzazione. La Guerra fredda sullo sfondo. Qui, e solo qui, si inserisce il Watergate. E l’apogeo del «Washington Post» segnò l’unico momento (tra 1960 e 1980) in cui la fiducia del pubblico nella stampa superò quella nel governo. Un pezzo di storia che del giornalismo porta i segni. Anni lontani, sì, intaccati (anche) dal furore della retorica. E forse irripetibili. 

 

twitter11@Simocosimelli

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watergatewashington postrichard nixonnixon dimissioniusagiornalismostoria

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