Pierluigi Cappello, o del coraggio della poesia che sopravvive in un paesino del Friuli... L'intervista

REPORTAGE/ Chiusaforte, in Friuli, è la casa di Pierluigi Cappello, classe '67, uno dei poeti italiani contemporanei più stimati dalla critica. Un incidente lo obbliga a stare sulla sedia a rotelle dall'età di 16 anni. Cappello racconta la sua idea di poesia: "Le cose più interessanti negli anni ottanta e novanta le ho trovate nella poesia dialettale: lì c’era racconto e vita e stile. C’era quello che faceva Montale con la poesia, e non la distanza siderale che hanno creato le avanguardie, suicidandosi e portando con sé tutta la poesia. Che tiratura ha oggi un libro di poesia? Quanto vende? Chi li compra? In un certo senso è sempre stato così, ma un tempo c’era abitudine alla lettura della poesia, almeno da parte di un certo ceto sociale, che oggi si è persa completamente”

 

 

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di Chiara Besana

Chiusaforte è un paese cocciuto. Non più agricolo, non più di confine, resiste nonostante due guerre e un terremoto siano passati da lì, le caserme siano state chiuse, i giovani se ne siano andati, gli immigrati non siano mai arrivati e i turisti tantoméno. L’autostrada corre oltre il paese verso Tarvisio, una grande cicatrice che segue la pancia della valle, i boschi scendono fino alle ultime case e il cielo è un po’ di azzurro tra le creste delle montagne. Mi guardo intorno mentre rileggo Mandate a dire all’imperatore seduta sul muretto del cimitero e tra lapidi che ricordano nomi antichi dalla sillabazione slava noto che pochissimi dei nuovi morti hanno meno di ottant’anni. Longevità ed estinzione di una comunità: qui di giovani non ne muoiono più e solo i grandi vecchi resistono fino alla tomba. E chissà oggi dove sono finiti… qui non si vede nessuno. Sono arrivata a Chiusaforte proprio per vedere cos’è diventato questo paese oggi, anche perché ho un po’ di tempo prima di raggiungere Topolò e decidermi se dare ragione ad Andrea Cortellessa e al suo Senza scrittori. E dato che dopodomani incontrerò Pierluigi Cappello, che a Chiusaforte è nato e di Chiusaforte ha scritto, mi sembra un buon posto questo per rileggere le sue poesie. Chissà se qui ci torna ancora Cappello, mi chiedo camminando fra le case bianche tirando a indovinare dove possa esser cresciuto. E chissà perché quello che racconta in poesie come Parole povere, L’autostrada, La neve che sei stato, I vostri nomi, Ombre risale almeno a due generazioni prima della sua. E perché non ci sono i suoi, di coetanei, in questa Spoon River friulana. Forse se ne sono andati tutti, o forse non ne ha proprio voluto scrivere. Di coetanei che si sono sposati e hanno avuto dei figli, uomini dalle vite meno ostinate e coraggiose, c’è pochino da poter raccontare, penso. E lo faccio ad alta voce, tanto qui non mi sente nessuno. Arriva subito un’automobile che si ferma facendo stridere le gomme e scarica un ragazzino che mi supera correndo per sparire dentro a un portone. L’uomo al volante riparte guardandomi da sotto in su.

PierluigiCappello

“Sei stata al cimitero? C’è sepolta anche una mia zia. Hai ragione, non ho mai scritto dei miei coetanei e di quello che è Chiusaforte oggi. Ho scritto di mio padre dei miei zii, proprio di quella generazione perché sono stati gli ultimi che sono passati attraverso due guerre e poi hanno fatto anche l’Italia, sopportando la trasformazione del mondo contadino in quello industriale, per poi finire in posti come quello qui di fronte.”

Del posto qui di fronte ho visto solo il prato recintato e una decina di uomini e donne molto vecchi seduti su carrozzelle spinte dolcemente da personale in divisa bianca. Un attimo prima, perdendoci tra le strade di Tricesimo, Roberto Dodenaro, che mi sta accompagnando, annunciava perentorio “Dobbiamo cercare La Casa di Riposo”. Che Cappello viva lì e non più nel prefabbricato in legno della postfazione di Eraldo Affinati? Possibile? Infatti non è possibile. Troviamo la casa con l’auto bianca parcheggiata all’esterno “Non potete sbagliare” aveva detto al telefono un attimo prima e sentendoci arrivare, ben prima di poterci vedere, ci invita a entrare “Venite, venite, sono qui”. Ci aspetta seduto sulla sedia a rotelle dietro a una piccola scrivania, sorridendo sotto una zazzera di capelli arruffati e non più così neri. La voce è quella di un ragazzo gentile.

“Sono nato nel ’67. A Chiusaforte fino al ‘65 si nasceva in casa. Tutto si faceva in casa, anche la morte. Io invece sono nato a Gemona, dove avevano appena aperto il reparto di ostetricia. Guarda ora questo giornale. È un quotidiano di qui: tre pagine dedicate a una bambina annegata a sette anni in una piscina pubblica. Terribile, certo, ma quello che mi stupisce sono le tre pagine, i titoli. Non siamo più abituati alla morte. Mia nonna ha avuto sette figli, molti dei quali sono morti da bambini. La morte era una cosa naturale. Anche il rapporto con gli animali era diverso. Pensa a quello che dicono della caccia oggi. Eppure un tempo c’era una grande forma di rispetto, di timore: che un cinghiale ti ammazzasse mentre eri a caccia era da mettere in conto e se succedeva, certo, era una disgrazia, ma non una tragedia. Penso anche ad Umberto M, alle lettere dal fronte alle madri, che per una goffa tenerezza non dicevano mai la verità

 

Un futuro perduto si salvava dentro gli occhi
Da dove era stato raccolto quando scrivevano,
c’erano i prati da ricordare, la bestie da governare
la casa lasciata a metà da tirare su. Alte
sui loro vent’anni e incomprensibili
come il freddo delle stelle nella notte
le cianfrusaglie dei poeti laureati:
“fulgido esempio” “sublime olocausto” “eroiche truppe”.
Li vedo addossati l’uno all’altro nella terra scavata
Lo sguardo di conigli inseguiti
avvicinare i palmi come per una preghiera
ed alitarvi dentro, il vapore sfuggito fra le dita
nel cielo dell’inverno. Anche queste parole
sono poco più di un bioccolo che sale e subito si disperde
e riconducono a loro sfocate e intermittenti,
pesci sotto un fiume gelato. Stavate sempre bene
nelle lettere alle madri, Umberto, e la tua grammatica
impacciata induce a tenerezza, “come spero sia di voi” aggiungevate ogni volta, alzandovi in un supremo, goffo
atto d’amore.

 

perché la verità si diceva ai fratelli, e alla madri solo ‘Sto bene, mangio con appetito e abbondantemente’. Fino alla generazione di mio padre, quella che racconto in quelle poesie che hai citato, l’accesso alla cultura non era per tutti e non era certo. Mi ricordo mio padre che prendeva la cornetta del telefono per parlare e fino alla fine della conversazione la teneva in mano delicatamente, piegandosi un poco verso l’apparecchio, come in una riverenza, come se provasse un grandissimo rispetto. Era questa generazione che mi interessava, una generazione che se gli è andata bene poi è finita a vivere col terremoto del ’76 nei prefabbricati. Che poi è quello di cui parlo in Parole povere.

A proposito: bellissima poesia, ma che ne è stato di Isolina? E quello che è morto come Robert Walser? E quella che esce dalla porta di casa con l’occhio coperto? E quello che leggeva Topolino era lo stesso che urlava campione mondiale del mondo in un’altra tua poesia?

“Ci sono tante vite e nomi dietro ogni strofa. Quella che usciva dalla porta di casa con un occhio coperto e l’altro che piange lo fa perché è stata appena picchiata dal marito. Era anche questo quella vita lì. Quello che leggeva Topolino era davvero un bell’uomo: alto, un fisico e una forza eccezionali. Si era costruito una canoa in casa e poi non era riuscito a farla passare dalla porta e allora l’aveva lasciata lì, senza mai smantellarla, al posto del tavolo, rovesciata in mezzo alla sala, e quando apriva la porta del prefabbricato la vedevi. Lo chiamavamo Tarzan e non c’era con la testa: la mattina usciva solo col perizoma, arco e frecce: tendeva l’arco e faceva centro al primo colpo. Poi però c’è anche Chiara, che si chiama come te, mia nipote. Queste poesie su Chiusaforte le ho scritte anche per lei perché volevo che sapesse qualcosa delle persone che vivevano al tempo del padre di suo padre. Mio fratello ha sposato una donna giovanissima ed è nata Chiara. Nella famiglia di lei queste cose non contano molto. Io invece volevo che mia nipote potesse sapere.”

Di questo mondo, di Chiusaforte, del padre, degli zii, Cappello dice che non scriverà più “Da allora non ho scritto che tre poesie che possano definirsi tali e poi molto raramente torno su un argomento che ho già affrontato”. Mi mostra con orgoglio un’edizione slovena di Assetto di volo e chiede a Roberto di tradurgli qualche verso dallo sloveno, lo interroga su alcune parole: Cosa vuol dire questo? E questo? Roberto si schermisce e finiamo a parlare degli altri editori che pubblicano poesia. Cappello mi chiede “Che ne pensi della collana di Mondadori? Hai notato, però? Che differenza. Io normalmente do sempre del lei quando incontro qualcuno che non conosco. Infatti quando sei arrivata ti ho detto buongiorno. Mi piace molto il lei. Invece appena tu sei entrata qui dentro, vuoi forse perché ci fa incontrare un comune amico, ci siamo subito dati del tu. Questo annullamento delle distanze è falso. Ma è quello cui siamo stati abituati dalla televisione, il tu diffuso, fra tutti, anche fra i politici. Che non è il you anglosassone, dove è contenuta le bellezza del nostro lei. Mentre nel nostro tu il lei non è contenuto proprio per tradizione della lingua.”

Intanto cerco di farmi venire in mente qualcosa di intelligente su Mondadori e non mi ricordo altro se non che la collana di poesia è diretta da Maurizio Cucchi. E anche di questo non ne sono poi molto sicura. Parliamo invece di De Signoribus e poi di Folla sommersa e di quanto ami le poesie di Fabio Pusterla, quindi di Garzanti e Marcos y Marcos e Crocetti. Qualche giorno dopo trascrivo proprio Terre emerse dalla omonima raccolta e gliela mando in una e-mail. Cappello mi risponde via sms ‘Ci sentiamo quando torni. Buone vacanze.’ Solo alcune settimane dopo, in un’intervista sul Corriere della Sera, scoprirò il senso del messaggio che avevo palesemente frainteso: Pierluigi Cappello preferisce sentire la voce delle persone più che leggerne le mail. Terre emerse, di Fabio Pusterla, comunque fa così:

 

Là, dove nidificheranno molti uccelli.

Insisti nello scrutare a lungo il mare
diffidando del tuo sguardo disabile.

No, niente di maestoso, per fortuna.
Piuttosto una nuova calma, una diversa
geometria della spuma.

Si vorrebbe raggiungerle
proprio nei giorni peggiori, quando le onde
sembrano ghiaccio azzurro, il cielo pesa
più grigio, e unico scampo
rimane l'improbabile.

Se ci sono,
se brillano sotto il pelo
dell'acqua, inconosciute
eppure attese, fuori vista,
saranno lastre verdi di sasso,
lievemente inclinate.

L'emersione
si addebita alle forze
e alle frizioni che sconvolgono il fondo,
a un'orrenda pressione in assenza
di ogni altra possibilità.

Un lunghissimo periodo di mestizia
si può considerare inevitabile.

Avranno freddo anche loro, intirizzite,
e forse pioverà e ci sarà il vento.
Dovremo accoglierle bene, riconoscerle,
scostare adagio il buio dai loro brividi,
convincerle dolcemente a rimanere.

La geografia e tutte le coordinate cambieranno da sole, senza fretta;
ci vorrà un po'di tempo per capire.

E poi non devi illuderti: vedremo
al massimo l'inizio,
la timida colonia dei molluschi, un po' di bava
d'alga bagnata nelle scanalature,
la sosta di un gabbiano, un grido roco
che sembra senza senso o troppo fragile,
eppure si propaga, si moltiplica.
I fiori, l'erba e le altre cose bellissime
verranno forse dopo. Ma ci basta.

 

“Le cose più interessanti negli anni ottanta e novanta le ho trovate nella poesia dialettale: lì c’era racconto e vita e stile. C’era quello che faceva Montale con la poesia, e non la distanza siderale che hanno creato le avanguardie, suicidandosi e portando con sé tutta la poesia. Che tiratura ha oggi un libro di poesia? Quanto vende? Chi li compra? In un certo senso è sempre stato così, ma un tempo c’era abitudine alla lettura della poesia, almeno da parte di un certo ceto sociale, che oggi si è persa completamente.”

Eppure nel web se ne trovano tante di poesie. Forse perché se è difficile farsi pubblicare un romanzo, figurati una raccolta di poesie. Forse però gli stessi poeti del web non le leggono le poesie degli altri, quelli che vengono pubblicati. “Sì, sicuramente molte delle stesse persone che scrivono versi più o meno poetici non leggono, non comprano libri di poesia. Ma non è questo il problema. È la figura del poeta che non conta all’interno della società. A Montale veniva chiesto un parere su qualsiasi argomento e chi glielo chiedeva era il Corriere della Sera. Non interessava che scrivesse di poesia, recensisse il lavoro di un altro poeta o di uno scrittore, ma era il suo pensiero, di quel poeta, che contava. Oggi dimmi quale poeta scrive con regolarità sul Corriere della Sera.”

 

Tricesimo, Luglio 2011

 


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