Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Alberto Sordi, un cinema fra equivoci e consensi

Il cinema di Sordi fra equivoci e consensi

Alberto Sordi, un cinema fra equivoci e consensi

di Antonio Magliulo

Dopo Totò, Sordi è forse l’attore italiano più famoso al mondo, ma non piace a tutti. Potrà sembrare un’affermazione arbitraria, infondata, ma è così: ancora oggi, a distanza di tredici anni dalla morte, si sentono pareri discordanti sul suo conto.

La stragrande maggioranza del pubblico adora i suoi film, nutre per essi una vera e propria venerazione, ma alcuni spettatori li criticano e se si chiede loro il perché, forniscono risposte vaghe e sfuggenti, come colti da un fastidio istintivo ed inspiegabile.

Se gli si obietta che Sordi era un grande artista, rispondono col vecchio adagio: - Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace - come a dire che il rifiuto per il suo cinema nasce dal sacrosanto diritto al gradimento, osservazione condivisibile sino a un certo punto, perché un’opera d’arte non è un cibo, un vestito o un aroma e pertanto, come sostiene Benedetto Croce, andrebbe valutata non tanto in base al gusto personale, ma secondo criteri obiettivi e universali. E’ il giudizio storicizzato e collettivo che sancisce il valore estetico di un’opera.

alberto sordi (2)
 

C’è da credere che chi snobba le pellicole dell’attore romano patisca un po’ le figure che egli ha tratteggiato in cinquant’anni di attività, prestando spesso il volto a personaggi opportunisti, pavidi e cialtroni.

Tempo fa, un regista “schierato” lo additò come emblema del qualunquismo nazional-popolare e in un suo film gli indirizzò pure una battuta sprezzante: “Ve lo meritate Alberto Sordi, ve lo meritate!”, marchiandolo così di disimpegno politico.

Eppure, basterebbe prendere in esame soltanto quattro pellicole del suo nutrito repertorio per ricredersi, ad esempio: “Una vita  difficile”(1961); “Il maestro di Vigevano” (1963); “Detenuto in attesa di giudizio (1971)  e “Bello, onesto emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata” (1971); capolavori assoluti, indimenticabili, nati dalla sinergia fra scrittori, sceneggiatori e registi di grande talento, che trovano in Sordi un inteprete superbo, capace di rendere in modo magistrale le varie e complesse sfaccettature dei rispettivi personaggi, dote non comune, appartenuta a pochi: De Sica, Gassman, Manfredi, Tognazzi, etc.

Com’è noto, “Un vita difficile” è uno spaccato di storia patria, che parte dalla Resistenza e arriva sino agli anni del boom economico, quando gli ideali progressisti cominciano a vacillare sotto l’urto di una realtà dura, in cui dominano arrivismo e compromesso.

“Il maestro di Vigevano”, trasposizione cinematografica dell’omonimo capolavoro di Lucio Mastronardi, è un altro importante tassello del mosaico cinematografico nostrano, che analizza la posizione della cultura nell’era del capitalismo rampante. Mombelli, il personaggio principale, è un insegnante elementare che non riesce a sostenere adeguatamente la famiglia e per questo viene dapprima dileggiato dagli imprenditori calzaturieri locali e infine tradito e abbadonato dalla moglie.

“Detenuto in attesa di giudizio” è una pellicola dotata di cocente realismo, che punta il dito contro gli errori giudiziari e la perdita della dignità umana, conseguente all’applicazione della carcerazione preventiva.

Nel film: “Bello, onesto, emigrato in Australia sposerebbe compaesana illibata”, che vede compartecipe una formidabile Claudia Cardinale, Sordi trascende la sua proverbiale “romanità” e diviene cittadino del mondo, il mondo degli emarginati, dei diseredati e, grazie a un’interpretazione di straordinaria intensità, compie un prodigio raro, senza uguali: riesce a trasformare la prosa in poesia.

Nelle opere citate, tutte degne dell’ oscar, sicuramente più delle pluripremiate ma epidermiche commedie d’oltreoceano, l’attore dà prova della propria statura artistica, interpretando dei personaggi complessi, che si muovono dentro vicende in cui è presente una denunzia sociale corrosiva e in grado di far presa sul pubblico molto più dei proclami e degli slogan politici che popolano certi film cosiddetti impegnati. Se ne deduce che, in arte, nulla è più utile che additare i problemi, senza tracciare percorsi obbligati per risolverli.

"La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere quasi su tutto"  sosteneva l’attore scomparso; dunque l'accusa di disimpegno rivoltagli deriva da un equivoco di fondo, cioè dal fatto che egli ha connotato i personaggi negativi di una forte carica di comicità, vivacità e simpatia, facendoli apparire quasi “perdonabili”.

Di che specie è il riso che suscita Alberto Sordi?” - si chiede Pasolini in un suo scritto - è un riso di cui ci si vergogna”.

Ma Sordi non è si è mai sognato di legittimare il malcostume, né di strizzare l’occhio ai mascalzoni, ha dato loro corpo nel modo più verosimile ed onesto possibile, li ha resi credibili e persino  accattivanti, smascherandone però l’ipocrisia e stigmatizzandone la negatività. In effetti, la maggior parte del pubblico, uscendo dalla sala cinematografica, ha pensato: E’ bravo Sordi a interpretare cinici e farabutti.

Soltanto chi non è andato a fondo, ha equivocato l’autentico messaggio dei suoi film; gli spettatori più attenti, dotati di autoironia, si sono specchiati nei modelli sordiani, ne hanno individuato i difetti ed in cuor loro si sono proposti di correggerli.

  

                 

 

 


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