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Culture
Alieni in safari. La recensione

di Alessandra Peluso

Estraniarsi da se stessi, alle volte, è necessario per capire gli altri, per conoscere la realtà con occhi disincantati. È questa la funzione che svolge Caterina Davinio, scrivendo “Alieni in Safari”: una raccolta poetica e fotografica di immagini verseggiate, riguardanti il continente africano.

È in Africa che Davinio immerge il lettore come un ippopotamo che sguazza nel suo stagno, si ritrova a conoscere l’alieno che è in sé, l’altro, diverso da lui e si sente a suo agio.

Si tratta di versi intensi, acuti, come tutti quelli contenuti nelle pubblicazioni precedenti. Caterina Davinio ama il Sud, l’Oriente, le contraddizioni, i colori, il bianco e il nero, la pace interiore che si incontra in “Alieni in safari”.  Non solo, incombe la metafora del viaggio, e l’autrice esplora come un’autentica viaggiatrice i luoghi esotici, delle profondità, dell’anima. Si legge: «Africa / solo le voci / la Terra / rosso / e foglie di palma, / il dolce / condiva / i sapori, / o tramonti! / Sul giallo orizzonte» (p. 81). E ancora: «Festa / al centro del mondo-fiore / tuttointorno / a cerchio / universo e le stelle» (p. 33).

Inoltre, il viaggio all’interno del testo poetico è alternato da poesie e foto suddivise in due parti, alle quali si aggiungono da corollario la Prefazione di Francesco Muzzioli “Poesia e alterità” e la Nota di David W. Seaman.

Alieni in Safari” è un bagno di riflessione, è uno scalare vette difficilmente esplorabili come l’Everest, alla quale Caterina Davinio dedica una poesia: «La tua punta / sinistra / e fummo avventurieri d’aria, / - aria temeraria / nell’aria - sporgendoci / da fragili eliche azzardate / avidi dell’ultima frontiera, / dell’altro mondo…» (p. 159).    

Come in ogni viaggio, c’è un’andata e d’un ritorno, c’è un Sud e un Nord, e Davinio li vive tali opposti in modo carnale, con tutta la passione, nel senso puro del termine  “pathos”, ossia sentimento, forza, coraggio, che caratterizzano il poeta e rendono tale silloge un lavoro d’eccellenza.

La condizione di “alieno”, vissuta da Caterina sembra corrispondere a quella dello “straniero” di Camus, straniero in ogni luogo, perché così si sentiva Albert Camus in ogni Paese, così come ad Algeri; amava la scoperta, la diversità, l’altro, il sé, e il tutto lo teneva libero di esserci con audacia in compagnia della sua inquietudine. Così forse Davinio, ombrosa, inquieta, esploratrice del tutto, della vita, si scopre sola nella faziosa quotidianità. “Straniero” dunque, da “estraneo”, ovvero al di fuori di sé, e parimenti, “alieno”, l’altro  da sé, distinti probabilmente da un atto di volontà.

È la stessa che Caterina Davinio, in un certo senso, impone per conoscere l’altro da sé anche attraverso le immagini e le poesie di “Alieni in safari”.  E così, ci si ritrova sulla Terra: «Ma la tua corolla inferma / tra gli altri steli il tuo, più sensibile, stava maledetto in Terra, / rinnegato da quella madre feroce / di cui fosti figlio imperfetto, non amato, / condannato al buio che ti spense» (p. 207).  Il desiderio pare essere quello di provare, per l’appunto, la condizione di “alieno” attraverso il modo che è più consono a Davinio, la poesia, in modo da godere appieno se stesso.   

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