Moresco si difende dalle 'accuse' Parente, che controreplica... In esclusiva su Affaritaliani.it

LA POLEMICA (NON SOLO) LETTERARIA/ Prosegue in esclusiva su Affaritaliani.it il dibattito a seguito dell'intervista ad Antonio Moresco in cui l'autore de 'Gli incendiati' (Mondadori) tra le altre cose ha detto: "Siamo in un tempo di passaggio, gli scrittori non possono non confrontarsi con questa realtà 'sfondata'...". Subito Massimiliano Parente ha replicato polemicamente a Moresco. E a seguire sono intervenuti (a modo loro) anche Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni. Ora arriva la risposta di Parente a Moresco. Una lunga lettera in cui l'autore del monumentale 'Canti del caos' respinge tutti gli attacchi... E, immediata, la controreplica dell'autore di 'Contronatura'... LEGGI TUTTI GLI INTERVENTI IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT

Lunedì, 3 maggio 2010 - 10:24:00

SU AFFARITALIANI.IT 
PROSEGUE IL DIBATTITO (NON SOLO) LETTERARIO... ECCO TUTTE LE "PUNTATE" PRECEDENTI:

L'INTERVISTA A MORESCO DA CUI TUTTO E' PARTITO...
(27 aprile 2010)

Antonio Moresco ad Affaritaliani.it: Gli scrittori non possono non raccontare questa realtà 'sfondata'...". L'intervista a tutto campo allo scrittore (si parla del libro che sta per iniziare a scrivere, del premio Strega, di esordienti, di e-book, del presunto ritorno al realismo e di molto altro...) in occasione dell'uscita del romanzo 'Gli incendiati' (Mondadori)

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PARENTE VS MORESCO, COMINCIA IL DIBATTITO...
(28 aprile 2010)

Massimiliano Parente commenta a modo suo l'intervisto di Affaritaliani.it... ad Antonio Moresco. LEGGI L'INTERVENTO POLEMICO

 

Gianni Celati
Gianni Celati

ANCHE CELATI E CAVAZZONI INTERVENGONO. IL DIBATTITO PROSEGUE...
(30 aprile 2010)

IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT, GLI INTERVENTI DI GIANNI CELATI ED ERMANNO CAVAZZONI CHE COMMENTANO (A MODO LORO...) L'ALLARME LANCIATO DA MORESCO NELL'INTERVISTA

 

CELATI E L'ITALIA DI OGGI...

Gianni Celati si racconta a tutto campo con Affaritaliani.it: "L'Italia? Il paese dei senza vergogna". L'INTERVISTA

 

CAVAZZONI E GLI SCRITTORI ITALIANI...

Ermanno Cavazzoni ad Affaritaliani.it: "Gli scrittori? Inutili e arrivisti. Cani randagi che si fiutano l'un l'altro...". L'INTERVISTA

 

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di Antonio Prudenzano

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Antonio Moresco
Nella lunga intervista rilasciata ad Affaritaliani.it sul suo ultimo romanzo ("Gli incendiati", Mondadori) pubblicata lo scorso 27 aprile, Antonio Moresco tra le altre cose ha detto:  "Stiamo vivendo in una condizione inconcepibile all’interno di qualcosa di infinitamente più grande di cui non sappiamo nulla, stiamo andando a toccare un limite o un passaggio di specie e mi sembra inconcepibile che uno scrittore di questa epoca non possa e non debba esprimere tutto questo anche nel corpo stesso della sua scrittura".  Aggiungendo, sul presunto ritorno al realismo da parte dei nostri scrittori su cui da mesi la critica si divide: "Oggi i nostri critici -sempre pronti ad afferrare per la coda scampoli di vecchie categorizzazioni che già conoscono e che non creano loro problemi svegliandoli dal loro torpore, nella loro beata ignoranza rispetto a ciò che sta avvenendo nelle scienze, nell’antropologia, nella fisica, nell’astrofisica, nella genetica…- parlano tanto di ritorno al realismo da parte degli scrittori italiani e additano anzi questa inclinazione come nuovo (o neo) atteggiamento virtuoso per gli scrittori. Ma quella che abbiamo di fronte oggi è una realtà completamente sfondata. Di che 'realismo' stiamo parlando se non cogliamo questo aspetto della cosiddetta 'realtà'?".

massimiliano parente
Massimiliano Parente

L'intervista ha spinto Massimiliano Parente a scrivere in esclusiva su Affaritaliani.it un commento polemico (pubblicato il 28 aprile) alla parole di Moresco. Il 30 aprile, poi, sono arrivati gli interventi di Ermanno Cavazzoni e di Gianni Celati, che replicano a modo loro all'allarme lanciato da Moresco (LEGGI NEL BOX A DESTRA TUTTE GLI INTERVENTI, NDR). Ora arriva la lettera aperta di Moresco a Parente... E, immediata, la controreplica dell'autore di 'Contronatura'...

Anticipiamo che, al termine della replica con relativa controreplica (che potete leggere qui in fondo), Moresco ha voluto chiudere così il discorso:

Caro Massimiliano,
mi sembra che la cosa degradi. A questo punto dovrei: o risponderti riga per riga contestando le cose non vere, incomplete, discutibili e sfottenti contenute nella tua risposta, o lasciar perdere. Preferisco lasciar perdere.
Antonio

Contattato da Affaritaliani.it, anche Parente ha preferito non replicare ulteriormente.

 

IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT LA LETTERA APERTA DI ANTONIO MORESCO A MASSIMILIANO PARENTE (2 maggio 2010) E, DI SEGUITO, LA CONTROREPLICA DI MASSIMILIANO PARENTE (3 maggio 2010)...

Caro Massimiliano,

   ho visto che hai definito “consolatorio” il finale de “Gli lncendiati” e che nella tua risposta alla mia intervista su Affaritaliani.it rincari la dose con altre incomprensioni e semplificazioni.
   So bene che ti sei speso molto per me sui giornali e che hai scritto più volte ampiamente e generosamente sui miei libri, cosa di cui ti ringrazio. Ma che senso ha -mi domando- parlare il giorno prima così bene del mio lavoro di scrittore e poi, il giorno dopo, collocarmi in un contesto ideologicamente così caricaturale e risibile? Dove starebbe la mia bravura di scrittore? Solo nel fatto di saper allineare bene le parole?
   Siccome per me non c’è solo questo, siccome anche il resto non è per me meno importante, vorrei fare qui alcune riflessioni che mi sembrano significative e urgenti.
   Io non so perché a volte immiserisci e caricaturalizzi così alcuni aspetti del mio lavoro e delle mie battaglie di scrittore. Né perché ridicolizzi e deformi così tanto le mie passioni e le mie illusioni. Eppure dovresti avere letto i miei libri e conoscerne in modo un po’ più ampio e profondo il senso, che non è certo quello della facile consolazione e speranza. Dovresti sapere che è per me irrinunciabile, come scrittore e come uomo, tenere aperta la ferita, non chiuderla in un sillogismo, stare dentro la dimensione rischiosa e drammatica dell’esordio piuttosto che in una qualche postura letteraria edificante, sia essa positiva o negativa.
   Ognuno fa della propria vita quello che vuole ed è libero di usare le parole come vuole e con la disinvoltura che vuole. E questo chiuderebbe il discorso.  Tanto più che i miei libri sono lì, ognuno può leggerli e vedere se ha un senso quello che hai appena scritto su di me, se rispecchia davvero ciò che sto cercando di dire e di fare nella mia vita.
   Ma in questa tua ultima uscita ci sono alcune affermazioni che davvero non sono sostenibili neppure allo sguardo più superficiale. Parli ad esempio del mio “realismo” (“Il realismo di Moresco”, ecc…). Come fai ad attribuire, proprio a me, una simile semplificazione? Quando è da molti anni che mi batto contro questo piccolo scontornamento culturale nei miei libri narrativi e di visione e in quelli di riflessione, forse come pochi altri scrittori hanno fatto ultimamente in Italia.
   E poi questo tuo ridurre il mio lavoro, in fondo in fondo, alla dimensione piccola e manichea della denuncia e della facile e superficiale ricerca di un “capro espiatorio” e del “cattivo” di turno liquidato il quale ci sarebbe poi il paradiso (dove trapela anche -mi pare- una tua censura di tipo politico), come se fossi la caricatura dello scrittore “impegnato” e ideologico della metà del Novecento, quando mi sono sempre mosso in un'altra direzione e dimensione. Certo, ho delle persuasioni, delle passioni e, se vuoi, anche delle illusioni. Sono mosso anche da un sentimento ravvicinato del mondo e non mi rassegno a ciò che mi pare orribile e inaccettabile. Certo, è vero, una visione astratta, statica, separata, non drammatica dello scrittore non mi appartiene. Certo, è vero, mi sento più vicino a scrittori e poeti dell’antichità oppure del Seicento e dell’Ottocento che non a scrittori del Novecento come Bernhard e Beckett, di cui pure riconosco bravura e importanza. E allora? Non è nel mio diritto? Non si può? Non sta bene? Chi l’ha stabilito? Vedo che anche “sfondamento” e “apertura” sono ai tuoi occhi parole e attitudini sospette. Ma guarda che allora dovresti censurare anche Omero, Dante, Shakespeare, Cervantes, Dostoevskij, Tolstoj… per non parlare di tanti musicisti e pittori dei secoli passati che hanno operato sfondamenti profondi nella nostra mente, nel nostro corpo e nella nostra percezione del mondo. A leggere certe tue affermazioni così ideologiche e così castranti sembra che sia sufficiente per uno scrittore esibire un supernichilismo corazzato, autosufficiente e conchiuso come un teorema, per trovarsi automaticamente sull’ottovolante della grande letteratura. Sembra che uno scrittore debba e possa solo dire che siamo spacciati, e chi invece -pur nella sua disperazione e mancanza di ogni speranza- sta in modo inarreso e insurrezionale dentro la vita sia per ciò stesso “ottimista” e “consolatorio”, se non addirittura un ciarlatano metafisico o religioso. Ma allora dovresti buttare a mare anche tutti quelli che non si sono limitati a dire che il male era insito nell’inizio e nel calderone primordiale della vita credendo con ciò di avere assolto il proprio compito di scrittori e di avere raggiunto le vette della letteratura e della sapienza. Se così fosse, l’ultimo scrittore alla Houellebecq in circolazione e l’ultimo manierista impostato, meccanico e volontaristico, purché “negativo”, sarebbe meglio di Stendhal, di Balzac, di Hugo, di Dostoevskij, di Tolstoj e di tanti altri scrittori che hanno invece avuto delle grandi illusioni e hanno vissuto ciascuno a suo modo trascendenze e passioni anche nel proprio tempo e si sono sporcati le mani col basso mondo e con le sue allucinazioni e i suoi sogni, non si sono limitati a una sarcastica o incattivita o compiaciuta postura da letterati che hanno messo il cuore in pace dentro la semplificazione speculare del “male”. E che dire di quei poveri ingenui che si sono fatti prendere così tanto dalle passioni che agitavano gli uomini del proprio tempo da partecipare a scontri armati, come Dante e Cervantes, o che hanno combattuto nelle nostre guerre di indipendenza e sono morti per acqua, oppure nelle vie del cielo, per non parlare di quegli altri poveri sciocchi che sono finiti nei lager e nei gulag e hanno scritto di queste immani tragedie. Mentre pare, dalle tue parole e dalle tue sbrigative censure, che per dar prova di superiore rigore e status letterario e mentale si sarebbero dovuti accontentare di dire che tanto è già tutto inscritto nel male primigenio di nascere e che è quindi inutile e anzi letterariamente poco stimabile agitarsi così nella contingenza della propria vita, del proprio tempo e del mondo. Ma guarda che non erano così catafratti neppure gli scrittori novecenteschi per i quali anche tu, come me, hai grande considerazione: Kafka, Proust, Joyce, Musil.  Persino il mio congiungere l’infinitamente piccolo con l’infinitamente grande, la presenza nei miei libri e nella mia visione dei corpi cosmici e del drammatico movimento interno della materia (di cui -non per colpa o inclinazione misterica mia ma a detta dei maggiori fisici e astrofisici viventi- conosciamo solo una piccola parte) diventa sospetta ai tuoi occhi e alla tua impostazione così ideologizzata della letteratura e del mondo. Quanto alle stelle, che sono presenti nel finale de “Gli incendiati” come anche  in quello di “Magnificat”, sembrano, dalle tue parole, non la drammatica compresenza di combustioni e di spinte ma le consolatorie stelline del presepio messe lì per infondere un po’ di facile e consolatoria speranza.
   Ogni chiusura è sempre edificante e rassicurante, sia essa positiva che negativa. Io questo tipo di teoremi non li trovo neanche negli scrittori e nei poeti più pessimisti e più disperati che amo fin da ragazzo, come Leopardi, dove tutto è più drammatico, più lacerante e più mosso:
  “Hanno questo di proprio le opere di genio, che quando anche rappresentino al vivo la nullità delle cose, quando anche dimostrino evidentemente e facciano sentire l’inevitabile infelicità della vita, quando anche esprimano le più terribili disperazioni, tuttavia ad un’anima grande che si trovi anche in uno stato di estremo abbattimento, disinganno, nullità, noia e scoraggiamento della vita, o nelle più acerbe e mortifere disgrazie (sia che appartengano alle alte e forti passioni, sia a qualunque altra cosa); servono sempre di consolazione, raccendono l’entusiasmo, e non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta” (“Zibaldone”, 4 ottobre 1820).    
  E’ strano, gli uccelli volano, i pesci nuotano, gli uomini respirano, scopano, sognano… chissà perché solo gli scrittori della specie degli uomini dovrebbero limitarsi a dire che non si può volare e non si può nuotare e non si può respirare, scopare, sognare. La letteratura è una cosa strana, drammatica e mossa, caro Massimiliano, non è un club di presunti eletti che si scambiano parrucche superomistiche o nichilistiche o di altro tipo. E’ piena di gente venuta fuori dalla pancia nera della vita e del mondo e che aveva anche sentimenti, convinzioni e illusioni, magari sbagliate ma così indistruttibili e forti da diventare l’anima del loro lavoro di scrittori e poeti. Gente che combatteva dentro la propria contingenza anche se aveva una visione più ampia, che per le proprie idee e per le proprie parole è stata trascinata persino sui patiboli, sui roghi, che ha imbracciato le armi -dalla parte giusta o da quella sbagliata- o che magari aveva credenze religiose e andava a messa tutte le mattine, e che poi, per soprammercato, ha messo al mondo capolavori.
   Affermi persino -mettendo in un unico calderone tecnologia, scienza, Avatar e chi più ne ha più ne metta- che io, assieme ai miei presunti compari, respingerei l’Occidente, la chimica, la medicina e il progresso scientifico, che sarei addirittura contro la scienza, mentre non so se oggi ci sono in Italia tanti altri scrittori così nutriti di letteratura scientifica e che hanno esortato con tanta insistenza gli altri scrittori a leggere e a studiare gli straordinari libri di antropologhi, fisici, astrofisici, genetisti (Dawkins compreso) che escono in questi anni.
   So che alcuni mesi fa sei arrivato a scrivere, parlando della rivista di cui anch’io faccio parte, (“Il primo amore”) (“la cricca del Primo amore” l’hai sbrigativamente definita) che noi vorremmo addirittura abolire l’arte. Stai scherzando? A me dici questo? Ma ti rendi conto dell’assurdità di una simile affermazione? Se fossimo uno di fronte all’altro in pizzeria, ti direi amichevolmente: “Che cosa stai dicendo, Massimiliano? Perché affermi cose così palesemente strumentali e non vere? Cos’è che ti acceca a tal punto? Che cosa ti è successo? Che razza di elmetto ti sei messo in testa? (In tutto questo, la cosa buffa è che la “cricca del Primo amore” -che tra l’altro ha anche pubblicato, col tuo gradimento e consenso, un tuo scritto su Proust- sta nel frattempo preparando un numero intitolato, leopardianamente, “Le opere di genio”.)
   Lo so che è inutile segnalarti queste assurdità, se sei mosso da ansie di autogiustificazione e autoinnalzamento o da angosce di altro tipo. Ci ho provato qui, ancora per un’ultima volta, anche se temo che non servirà a niente. Se ti interessa un rapporto vero di amicizia e di reciproca libertà e rispetto, io sono qui. Mentre non mi va di imbarcarmi in una piccola rissa su queste basi.
   Però vorrei dirti un’ultima volta questo: guarda che la letteratura non è una gara tra chi è più cattivo, più superbo, più sprezzante, più bullo, più nichilista e più disumano da una parte e i presunti consolatori e speranzosi dall’altra. Se così fosse, per sentirsi superiori a buon mercato, basterebbe istituire un piccolo tribunale che metta sotto processo gli scrittori ideologicamente sospetti (cosa che si è pur vista spesso, in passato, sotto insegne religiose, politiche o di altro tipo, ma che non è stata, mi pare, una buona cosa…).
   Fra un po’ di mesi compirò 63 anni. Il tempo che ho davanti non è molto e vorrei cercare di impiegarlo bene, vorrei portare a compimento la mia orbita. Per quel poco che vale, la mia libertà è questa, la mia ribellione è questa. E se anche mi si continuerà a dire all’infinito che ciò non va bene, io -con tutta la mia disperazione- continuerò a non accettare di essere una caricatura di scrittore, continuerò a stare fino alla fine dentro questa libertà e dentro questa ribellione. 
   

LA CONTROREPLICA DI PARENTE (3 maggio 2009)

di Massimiliano Parente

Caro Antonio, non capisco perché appena ti si contesta qualcosa, l’altro sia subito tacciato di essere “castrante” e fautore di “semplificazioni”, “superficialità”, “piccolezza”, “manicheismo”, “facilismo”. Ho espresso il dissenso su un punto, un unico punto, che pur nella grandezza della tua opera per me è consolatorio, e può esserlo per te come sarò libero di pensarlo di Dante o Milton o Ariosto o Manzoni.  Se Lamarck o Buffon o Darwin sono sottoposti a verifica allora può esserlo anche uno scrittore, ammenoché non sia solo un cantastorie, ossia un narratore, questione che, in termini simili, si era già posto Galileo sullo statuto dell’arte, e sulle arti visive, nel Novecento, Marcel Duchamp, facendo fuori la pittura “borghese” e il concetto stesso di “dipinto” per non essere “stupido come un pittore”, ossia banalmente “retinico”.
Siete tanti  a pensarla così? Mi opponi una maggioranza a un’obiezione singola, individuale, radicale? Tanto piacere, siete in compagnia, eppure mi pare la prima volta che vieni discusso su questo punto, di solito è il contrario, il nichilista sei tu, credono gli illusi istituzionali, e proprio per questo non hanno capito niente, infatti ora sei tu che lo dici di me, si è ripristinato il senso delle cose.
Inoltre, ho sempre scritto della tua grandezza artistica, e come sai l’ho sempre appoggiata e difesa con tutte le mie forze (pubblicamente e privatamente) e continuerò a farlo, e allora? Ciò non implica che, proprio perché l’Italia è un paese di club, io debba prendermi tutto il pacchetto (e sai bene a cosa mi riferisco, visto che con me sei sparito da quando mi sono scagliato contro Tiziano Scarpa e per ragioni che, prima che vincesse lo Strega, io e te condividevamo appieno). Né implica che non possa mai obiettarti nulla senza che scatti tutto un apparato retorico vittimistico («Non è nel mio diritto?» «Non si può?» «Non sta bene?» «Chi l’ha stabilito?»), per aggirare la questione in chiave allarmistica e fare la parte di quello messo a tacere, quando fino a prova contraria i messi a tacere sono altri, ti assicuro. Non per niente io ti muovo una critica, e tu usi la parola “censura”, ormai un refrain obbligatorio e bollino di qualità del replicante (nel senso di Blade Runner), specie dove non c’entra niente: («...dovresti censurare anche Omero, Dante, Shakespeare»; «mentre pare, dalle tue parole, e dalle tue sbrigative censure»).
Ma chi ti sta censurando? Chi ti sta “strumentalizzando”? Io? Io per conto di qualche potere oscuro? Al riguardo non c’è bisogno che mi ricordi di avermi pubblicato sul Primo Amore, c’entra poco, me lo ricordo benissimo (difficile capire chi abbia fatto un favore a chi, io almeno avrò portato una voce dissonante in un sito dove le opinioni sono interscambiabili), come mi ricordo le censure (quelle sì censure vere e proprie) di Carla Benedetti, quando mi rimandò indietro un mio intervento completamente riscritto (tra l’altro, assurdo, già pubblicato su Libero), o quando, in un altro mio intervento, in seguito a riunioni su riunioni tra quattro gatti, mi fu cassato un pensiero negativo sull’opera di Saviano («perché non lo condividiamo»). E dal mio intervento su Affari Italiani trapelerebbe una MIA «censura di tipo politico»? Meno male che scrivo sul Giornale e ben pagato per esprimermi liberamente, altrimenti mi toccava scrivere sul Primo Amore gratis e censurato, pensa che disgrazia.
È come sulla questione Saviano-Mondadori, altro che censura di tipo politico: qualcuno prima o poi dovrà pur spiegarmi non perché tu non abbia scritto una riga quando fui cacciato dalla Bompiani per una faccenda ignobile nella quale mi sono difeso da solo e senza piagnistei, piuttosto perché, per non restare a noi e non annoiare chi ci legge, leggo per esempio sul Primo Amore la tua solidarietà espressa a Saviano «ma anche alle persone che, all’interno della casa editrice, hanno svolto in questi anni un lavoro onorevole e hanno agito in libertà pubblicando libri coraggiosi e buoni»: poiché, oltre a essere uno scrittore, sono un cittadino italiano senziente, mi chiedo cosa significa? Chi lavora alla Mondadori è stato minacciato da qualcuno? Da qualcosa? Franchini, Turchetta, Cavallero sono in pericolo? Glielo chiediamo? O si vuole passare anche lì per martiri di una paventata, fantastica “militarizzazione” (sic), pure questa in forma di illusione consolatoria perché in realtà non si rischia nulla, perché il vero potere non è Berlusconi bensì proprio coloro a cui esprimi la solidarietà e che ti garantiranno la tua libertà, che è la stessa ragione per cui ci si può inalberare per Berlusconi e tacere su Elisabetta Sgarbi? Io infatti non pubblico con Mondadori, e allora? Devo dedurne che il regime siete voi? Che poi è la stessa ragione per cui in Rai si epura Aldo Busi e tutti zitti mentre si elogia Santoro paladino della libertà perché attacca Berlusconi e però non è libero di fare una puntata su Chiesa & Pedofilia o di invitare Busi come ha invitato il cantante Morgan.
E non è possibile neppure che io non possa distinguere tra le tue opere e i tuoi interventi ideologici sul Primo amore, cosa che si fa serenamente anche con Dostoevskij, Tolstoj, Sartre o Céline o qualsiasi altro scrittore: amo molti libri di Pasolini e non condivido mezza analisi politica dei suoi editoriali, così come tu amerai I fratelli Karamazov o Guerra e Pace ma non condividerai le prese di posizione ideologiche dei loro autori fuori dalle loro opere, o sbaglio? Il giorno prima ho elogiato il tuo libro sul Giornale, niente di speciale visto che l’ho fatto a ogni tuo libro perché sei un grandissimo scrittore, non tralasciando tuttavia un piccolo disaccordo finale, quando il giorno dopo vengo interpellato al riguardo da Affaritaliani.it e amplio il concetto, qual è il problema? Lesa maestà? Non ti si può rispondere senza trasformarsi nel Grande Inquisitore?
Cosa significa inoltre «è strano, gli uccelli volano, i pesci nuotano, gli uomini respirano, scopano, sognano… chissà perché solo gli scrittori della specie degli uomini dovrebbero limitarsi a dire che non si può volare e non si può nuotare e non si può respirare, scopare, sognare»? E sono io quello “superficiale”? E tu chi sei, San Francesco? E di nuovo con la retorica del «non si può...», «non si può...», «non si può...»? Se non dite che qualcosa vi viene impedito vi sentite eroici? Perché non ve ne andate in Iran e vi rendete conto di quante cose non si possono dire o fare? E a parte, devo sottolineare, che se togli lo “scopare” il tuo discorso sul “non si può” è Cardinal Martini Compatibile e pubblicabile sul Corriere della Sera, mentre se ce lo metti lo pensano e lo fanno e lo mettono perfino molti preti e vescovi e cattolici praticanti e non praticanti, pedofili o non pedifili e compagnia bella di cristiani non cattolici e musulmani non integralisti e laici religiosi e atei devoti.
Nessuno, beninteso, ti impedisce di nuotare o respirare o sognare quello che vuoi, ma rivendico il diritto, anche qui, di oppormi con la mia carne senza speranza e la mia scrittura senza illusioni e biologicamente contro le illusioni. Dire il tutto in questo squarcio terribile e non in uno squarcio che alla fine utilizzi simbologie metafisiche. Senza accorgerti che, all’obiezione di essere un genio sì, benché con una punta di consolazione, mi rispondi con una predica ancor più consolatoria, populistica, apocalittica e per certi versi buonista e sdolcinata, tant’è che Susanna Tamaro o Dacia Maraini o gran parte degli intellettuali di sinistra e di destra potrebbero sottoscriverla. Tant’è che mi rispondi come uno dei tuoi detrattori Filippo La Porta, uno che ti dà del nichilista ma rimprovera a me le stesse cose («per dire la morte basterebbe una paginetta», ah sì?), almeno grazie a questo scambio hanno capito che non sei un “nichilista”, dovresti ringraziarmi anziché gridare alla censura.
Perché nessuno impedisce a un cattolico di credere che esista un’anima, né a un islamico che ci siano settanta vergini a aspettarlo in un qualche posto fantastico chiamato paradiso, né a un creazionista di credere che la Terra abbia dieci o ventimila anni, ma da scrittore, ossia da uomo moderno, da uomo umano, se permetti, voglio contrappormi alle finzioni per scavare e sprofondare dentro la verità e fuoriuscire dall’illusione che è sempre un’illusione di salvezza e di speranza, dove al contrario, proprio per il nostro amato Leopardi, «è funesto a chi nasce il dì natale». Poiché non sei ingenuo, la tua risposta conferma oltretutto l’esattezza del mio dissenso. Il mio sarebbe infatti un «supernichilismo corazzato, autosufficiente e conchiuso come un teorema», e sono proprio le etichette che in questi anni gruppi più o meno ampi di mistificatori metafisici, pseudoscientifici, appiccicano a ogni scienziato in nome di “progetti intelligenti” finanziati da potenti organizzazioni religiose e se invece vai al di sotto, alla base della vox populi più diffusa, ci sono i tanti che, perfino quando non credono, credono che «chi può dire?» e «non si può mai sapere...». Vogliamo togliergli l’illusione? Anche quella di credere che “il mistero” della vita e dunque la persona abbia inizio dal “concepimento”? Milioni e milioni di persone lo credono, e vogliamo togliergli questa speranza? Tu no, io sì.
A me, ribadisco, non cambia nulla lo sfondo su cui bruciano le tue stelle, se è uno sfondo michelangiolesco o uno sfondo sfondato da te o ricucito dall’uncinetto bizantino della luce e dell’oro o una «drammatica compresenza di combustioni e spinte», e con ciò? Devo gioire o rattristarmi per le spinte o per le combustioni? Casomai sapere di essere su un sistema stellare periferico, in uno dei cento miliardi di miliardi di pianeti, in una delle cento miliardi di galassie, conoscere la struttura delle cellule e degli atomi e l’origine della vita e la sintesi delle proteine mi cambia qualcosa e mi spinge a trarne delle conclusioni sull’essere umano, e non perché sono uno scrittore devo aderire a un romanticismo del mistero che «non si sa».
Mi sorprende anzi che proprio tu sganci la questione della “verità” dall’opera d’arte ponendola sotto la foglia di fico dell’illusione, perché se tanto mi dà tanto ricadiamo proprio nell’estetica astratta che in teoria respingi. Come la tua sodale Carla Benedetti, pur lei nemica dei “nichilisti”, pure lei suor Carla, la quale però, come ben sai, elogia Pasolini per quel suo voler fuoriscire dalla gabbia dell’estetica, ma se è per ragioni politico-ideologiche va bene, se è per denunciare un complottino di Stato va bene, se è per smascherare il complotto della natura no, o per dire davvero il dramma umano no. Perché il vostro stesso allarmismo apocalittico antimoderno, dove gli indigeni del Perù sono più avanzati perché hanno più parole di noi corrotti occidentali per dire montagna-collina-pianura (sebbene ne avrà molte meno per definire la seconda legge della termodinamica o la teoria della relatività, o sbaglio?), è consolatorio e la solita vecchia zuppa radicalchic, pur declinata con l’enfasi di un putch in una birreria. Tra l’altro non si capisce perché te la prendi tanto: tu sei l’uomo che apre, lo dici sempre, io quello che chiude. Non ho affermato il contrario, qual è il problema? Ti sei difeso per anni dall’accusa opposta, hai fatto dell’apertura, dello spiraglio, dello sbrego, della feritoia una battaglia, e dunque una speranza, perché tanta agitazione? Avresti potuto rispondere: hai ragione, tu chiudi, io apro e stop, ognuno apre a modo suo sull’illusione sua, e ora al cinema danno anche gli occhialini per vedere le illusioni in 3D.
Infine aggiungi anche «guarda che non erano così catafratti neppure gli scrittori novecenteschi per i quali anche tu, come me, hai grande considerazione: Kafka, Proust, Joyce, Musil». Che dirti, sarò il più catafratto, il peggiore, il più stronzo, sono uno scrittore contro la stessa letteratura se la letteratura è l’illusione narrativa di cui parli tu, e me va benissimo e tu stai tranquillo, continua a guardare le stelle, nessuno vuole impedirti di farlo, di certo non io, credo neppure la Mondadori in pericolo di militarizzazione. Se dovesse succedere, come ogni volta, sarò in prima linea a difenderti. E in prima linea dove costa qualcosa farlo, in prima linea dove le tue aspettative non se lo aspetterebbero, non in prima linea gratis, dove costa talmente poco che conviene di più tacere, se non quando conviene firmare un appello di solidarietà perché conviene a qualcuno in buona o cattiva fede, dove gira e rigira sempre fede è.

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