Il romanzo/ Se Cosa nostra e mafia cinese si "incontrano"...

Arriva un altro romanzo targato Laurana, la nuova casa editrice indipendente milanese che sta facendo molto parlare in queste settimane. "I cani di via Lincoln" di Antinio Pagliaro, ambientato nella Palermo dei nostri giorni, mette in scena i rapporti tra Cosa nostra e mafia cinese... IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL LIBRO

Venerdì, 12 novembre 2010 - 10:26:00

Antonio Pagliaro Laurana
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Arriva un altro romanzo targato Laurana, la nuova casa editrice indipendente milanese che sta facendo molto parlare in queste settimane. "I cani di via Lincoln" di Antinio Pagliaro è ambientato nella Palermo dei nostri giorni. Una notte di maggio, all'interno del ristorante Grande Pechino, due carabinieri scoprono un massacro: otto persone ammazzate a colpi di kalashnikov e una donna in fin di vita. Sei dei morti sono cinesi. Uno è un giornalista italiano. L'ultimo ha viso e mani spappolati e nessuno sa riconoscerlo. La superstite è in coma. Forse potrà raccontare, ma non ora. Il tenente Cascioferro è sulla scena del crimine e pensa: via Lincoln è zona del boss Trionfante. Se c'è da compiere un omicidio, è Trionfante a doverlo ordinare o permettere. Se qualcuno sgarra in via Lincoln, è Trionfante a doverlo punire. Dunque: o Trionfante è coinvolto nella strage, o reagirà. Ma Palermo è una città in cui tutto è intrecciato. Boss mafiosi, anziani massoni e politici collusi si riuniscono nei palazzi nobiliari del centro città: la strage di via Lincoln ha rotto vecchi equilibri e messo in moto un'indagine che rischia di portare alla luce cose che devono rimanere nascoste. La cupola decide per una seconda strage proprio mentre Cascioferro scopre su cosa indagava il giornalista ucciso e capisce che forse è opportuno fermarsi. Ma non sa farlo, e negli scantinati del ristorante Grande Pechino lo attende un'altra macabra scoperta. "I cani di via Lincoln" è un meccanismo narrativo implacabile. Il lettore si rende conto ben presto che la scoperta dei colpevoli non porta con sé la possibilità di punirli. Il dilagare della corruzione ha ormai divelto il confine tra buoni e cattivi. "I cani di via Lincoln" mette in scena i rapporti tra Cosa nostra e mafia cinese a Palermo e lo fa in maniera del tutto credibile. E' una vicenda romanzesca costruita come meglio non si potrebbe, forte di una splendida galleria di personaggi e di scene che si fanno indelebili nella memoria. Tiene dentro di sé tutto: la farsa e il dramma, l'amore e la malinconia. Lasciando fuori dalla porta solo la giustizia, che, quando nessuno è davvero innocente, è semplicemente impossibile.

L'AUTORE - Antonio Pagliaro (Palermo, 1968) ha esordito nel 2007 con il romanzo Il sangue degli altri (Sironi). Il suo sito è www.antoniopagliaro.com

IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DEL ROMANZO
(per gentile concessione dell'editore)

Il viso della madre è un'espressione di terrore. È stata torturata. Anche i bambini sono morti. I corpi sono distesi davanti alla madre che non ha potuto proteggerli. Ci sono bicchieri rotti e mobili rovesciati. La madre ha provato a lottare. Il tenente Nino Cascioferro guarda i cadaveri e pensa: avrei dovuto salvarli. Avrei potuto farlo, se solo avessi agito prima, se solo avessi capito prima. Quando finirà questa guerra? La madre è nuda sul pavimento, caviglie e polsi ancora legati a una sedia. Il caschetto di capelli biondi è insanguinato. Era bella, pensa il tenente. Le guarda il seno, tagliuzzato, il sangue rappreso sui capezzoli, le guarda le mani, le dita affusolate. Le guarda le unghie lunghe curate e dipinte di rosso. Sette, perché tre unghie della mano destra non ci sono più. È colpa mia, pensa Cascioferro. Cosa le hanno fatto? Lei non poteva sapere. Se avesse saputo, avrebbe parlato. Nessuna madre resiste all'esecuzione di tre figli. Cascioferro guarda il volto bluastro. Dopo le torture è stata strangolata. Guarda i bambini allineati di fronte alla madre, ai piedi della parete attrezzata, sotto la tv accesa. Quali bestie uccidono tre bambini davanti alla madre? Un cuoco su Rai Uno sta parlando del battuto di sedano. Aggiungere le carote, dice. Sul tavolino rotondo c'è un bicchiere vuoto, odora di Martini. Sul bordo il segno del rossetto. Il tenente della Scientifica Grandinetti si avvicina a Cascioferro e gli dice: Deve essere andata così: sono entrati, erano almeno in sei. Hanno addormentato e chiuso i bambini nella stanza in fondo. Lei l'hanno torturata, ma lei non parla perché non sa. È durato ore. Guarda i segni sul corpo, dice Grandinetti, ma Cascioferro non vuole. Guarda il seno, le braccia, le mani. La benzina per terra. Le hanno fatto ingoiare la benzina. Cascioferro distoglie lo sguardo dal corpo. Allora hanno preso il bambino più grande. L'hanno messo qui, dove è morto, di fronte alla madre, e l'hanno strangolato. Cascioferro lo guarda. Avrà otto anni. Stringe in mano il modellino di un'autopompa. Cascioferro si abbassa. Legge la scritta FIRE BRIGADE. Si chiede se è la stessa autopompa che aveva lui da bambino. Gli sembra di sì. Torna con la mente alla casa di Alcamo. Sente gli odori. Sente il profumo della cucina di sua madre. Prima di ammalarsi, sua madre cucinava molte ore al giorno. Poi se n'è andata lentamente. È morta ormai da tanti anni. Cascioferro sente stringersi il cuore. Grandinetti prosegue il racconto, Cascioferro quasi non ascolta. Hanno detto alla madre: se parli, i più piccoli vivono. Ma lei non parla. Lei non ha nulla da dire. Loro cercano lui,e lei non sa dov'è. Le hanno ucciso gli altri due figli. Uno alla volta, con la crudeltà delle bestie. Poi hanno finito lei, con la stessa corda. Il cuoco su Rai Uno: abbondante cipolla e fuoco molto lento. Cascioferro ne ha viste molte, scene del crimine, meno di un mese fa otto cadaveri e mezzo trucidati col kalashnikov, ma questa lo colpisce. Avrei dovuto proteggerli, pensa. Sono tre bambini. Non dovrebbe, perché è un tenente dei carabinieri in servizio sulla scena di un crimine, ma Cascioferro piange. Si nasconde ai colleghi. I colleghi lo guardano. Non attendono ordini perché non ci sono più ordini da dare. Lo guardano come si guarda il capo quando si sta perdendo la battaglia. Lo guardano perché lo ammirano, perché è lui che deve consolarli per le sconfitte e motivarli per andare a vincerla, questa guerra. Il cuoco su Rai Uno: il piatto è pronto da servire in tavola ?Spegnete questa cazzo di tivvù, urla Grandinetti. Cascioferro piange e pensa: le bestie che hanno fatto questo non meritano un tribunale e avvocati difensori. Non meritano di andare liberi perché l'avvocato conosce le parole, i codici, i cavilli. Cascioferro dubita della legge in cui ha sempre creduto. È un carabiniere e crede nel diritto. Credeva. Le bestie Cascioferro vuole strangolarle con le sue mani. Sa che non dovrebbe pensarlo. Sa di rappresentare lo Stato. Sa di essere la legge. Eppure lo pensa. Non ha altri desideri, solo quello: le bestie vuole strangolarle con le sue mani. Si domanda: perché non li hanno sciolti nell'acido? Di solito fanno così. Senza cadaveri l'indagine è più difficile. Avrebbero avuto tempo e modo. Riflette: perché questi quattro corpi sono un messaggio per lui. I morti non ricevono messaggi. Dunque lui è vivo. Lui non è in un bidone di acido come credevamo. Lui è vivo e neanche loro sanno dove. (continua in libreria...)

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