Benedetta Cibrario, un libro che disegna le donne

Martedì, 2 marzo 2010 - 11:18:00

di Anna Casanova

Da bambina voleva viaggiare, avere tanti figli e scrivere libri. Di figli ne ha avuti quattro, di chilometri ne ha macinati tanti visto che si è spostata dal Piemonte alla Toscana all’Inghilterra per finire di nuovo in Italia, e di libri ne ha scritto uno, il primo,  che ha vinto il Premio Campiello nel 2008 e il secondo, pubblicato sempre dalla Feltrinelli, è appena uscito. Il titolo, Sotto cieli noncuranti, un verso di una poesia del poeta gallese Dylan Thomas  che ha fulminato la nostra autrice,  è intrigante ed evocativo e rappresenta la chiave di lettura del romanzo stesso. La scrittrice   in questione è Benedetta Cibrario.

  Dopo il successo del primo libro Rossovermiglio, ci regala un altro romanzo che ha come protagoniste  le donne e la famiglia, un contenitore che “raccoglie materiale esplosivo”.

     E’ un romanzo forte, diretto, rivestito da poliziesco, che non ci risparmia un pugno allo stomaco proprio nelle prime pagine, costringendoci a condividere con i protagonisti del romanzo il dolore di una perdita e a cercare, insieme a loro, un modo di sopravvivere davanti all’azzardo della vita. Il romanzo, attraverso la voce narrante di diversi personaggi femminili, intreccia il destino di due famiglie: siamo a Torino, sotto Natale e il magistrato Giovanni Corrias è chiamato ad indagare sul caso di un bambino morto in circostanze misteriose. Mentre si reca sul luogo dell’incidente, per uno scherzo meschino del destino, sua moglie, viene investita da un auto. Lascia lui e tre bambine. Nonostante il duro colpo il magistrato decide di proseguire le indagini in corso aiutato da una giovane poliziotta Violaine, laureata in psicologia. Con grande maestria Benedetta Cibrario ci tiene inchiodati alle pagine per scoprire come sono andati realmente i fatti, ma soprattutto per capire come sopravviveranno i personaggi di fronte ad un dolore così devastante. 

Benedetta Cibrario, colpisce lo scollamento tra la reazione degli adulti e quella dei bambini di fronte al dolore. Gli adulti si chiudono, i bambini fantasticano. E proprio alla figlia dodicenne del magistrato, Matilde, ha affidato la voce predominante del racconto. Come mai?

La sua voce è quella predominante perché è l’unica che alla fine riaggancia i fili di tutte le storie attorno a sé. Matilde è una bambina che non si accontenta  di come le cose  appaiono. Cerca sotto  la superficie evidente delle cose dei significati nascosti. Matilde  è una bambina che quando vede le scie degli aerei, che s’incrociano nel cielo, pensa che siano le due  crocette che in inglese significavano “tanti baci” e pensa che sia un messaggio di coraggio e di affetto; è amica della custode del palazzo in cui abita e  la considera un po’ una strega sotto mentite spoglie; è una bambina che legge le targhe delle automobili e pensa che siano dei messaggi che la sua mamma,  che non c’è più, le manda. Matilde è una bambina che in qualche modo sa che,  se siamo abbastanza attenti al mondo e a quello che ci sta attorno, possiamo trovare dei significati nascosti e talvolta questi sono consolatori.

Un tema molto forte nel suo romanzo è l’incapacità di esprimersi. Un tema che ritroviamo anche nel suo primo romanzo Rossovermiglio….

Sì   è vero, ne so sono consapevole. Alla fine  la mia narrazione ruota  sempre intorno all’incapacità di esprimere o meglio a quante cose diciamo quando in realtà non diciamo niente. Questo lo si osserva  continuamente, lo si osserva nei rapporti di lavoro, nel rapporto genitori-figli. Quante volte si fanno dei discorsi che apparentemente hanno  un tema, ma in realtà sottendono tutt’altro. E tal volta basta sapere leggere attraverso i silenzi, attraverso i discorsi degli altri che sembrano parlare di qualcos’altro; basta sforzarsi di prestare l’orecchio e anche il cuore e ci si rende conto che i messaggi arrivano, basta saperli  decifrare.  

Un altro personaggio chiave del romanzo è la poliziotta Violaine che condurrà le indagini. Ha voluto, per questo personaggio, una figura femminile o è stato casuale?

No, questo personaggio doveva assolutamente essere una donna  perché ci voleva una personaggio femminile  forte e dotato di una vera forza positiva. Queste diverse voci che parlano Matilde,  la mamma del bambino Irene, l’amante Claudia, sono tante sfaccettature, tante tipologie di donne diverse. Violaine è una poliziotta, ma è innanzitutto una sportiva.  La sua natura di sportiva è quella che mi interessava di più ossia la sua grinta e capacità di badare al sodo. Mi ha sempre impressionato negli sportivi la grande capacità che hanno di non mollare mai e di avere una grande rigore nelle cose che  fanno. Violaine è un personaggio positivo e solare.

Il paesaggio può essere un protagonista. In Rossovermiglio la campagna senese era un personaggio, in Sotto cieli non curanti, la Val di Susa, la montagna,  è un personaggio…

Ho vissuto in montagna un paio d’anni, quando ne avevo dodici, proprio in Val di Susa. Poi ogni tanto ci sono tornata negli anni. Mi sono rimasti nel cuore questi luoghi, soprattutto il  senso di forza, di silenzio di un mondo altro. Dopodichè come mai, nei miei romanzi abbia sempre bisogno del paesaggio come se fosse un protagonista,  non lo saprei spiegare. Forse semplicemente perché mi piace molto la natura.

Qual è il suo legame con Torino, un luogo che ricorre in entrambi i romanzi?

  Sono arrivata a Torino giusto dopo i due anni in montagna. Lì mi sono formata: ho fatto il liceo e l’università. Gli anni dell’adolescenza e della gioventù sono gli anni in cui si è più spugne, in cui  ti leghi di più ad un posto e alle sensazioni che questo luogo ti provoca. Per questo Torino torna sempre a galla nella mia scrittura. 

Entriamo per un attimo nel suo studio. Ci può raccontare come avviene il suo processo di scrittura?

E’ caotico. Ho un’idea, ci ragiono, comincio  a buttare giù degli appunti sempre rigorosamente al computer. Poi mi faccio portare avanti dalla storia, si crea un personaggio e si vede se questo personaggio  prende vita  sulla pagina o rimane pateticamente finto  e amorfo, allora lo si elimina.  Non ho mai fatto una scuola di scrittura creativa. Leggo che ci sono  scrittori, soprattutto americani, che  imparano a scrivere i romanzi secondo delle scalette  molto precise, secondo un’organizzazione del materiale  fatta prima a tavolino. Io non sono  quel tipo di scrittore, vado avanti  e indietro infinite volte. E’ un modo di scrivere molto faticoso  perché talvolta togli un pezzo e casca tutta la costruzione  soprattutto in romanzi con un intreccio molto forte  come quest’ultimo, dove  l’intreccio, è parte integrante  della struttura del romanzo  e la sua scrittura è stata molto faticosa.

Nel 2008 ha vinto il Premio Campiello con Rossovermiglio. Come le ha cambiato la vita?

Ha dato  sicuramente molta visibilità al libro e forse mi ha fatto sentire con ancor maggior forza  il senso della responsabilità  della scrittura e di questo mestiere. Per il resto io sono una persona molto schiva quindi la mia vita non è cambiata particolarmente. Continuo a fare le stesse identiche cose che facevo prima. 

Rossovermiglio l’ha pubblica intorno ai quarant’anni. E’ stata un’esordiente matura. Se dovesse dare un consiglio ad un giovane aspirante scrittore su come si fa a capire quando è il  momento di scrivere il primo romanzo che cosa direbbe?

Non c’è una regola in realtà. E’ il momento di pubblicare il primo romanzo quando la scrittura  è compiuta, matura,  dotata di senso e questo può accadere presto o tardi.  Ognuno ha il suo percorso. 

E’ sempre stata nelle sue corde la scrittura….

Assolutamente sì. Ho sempre sentito che volevo scrivere. Però si arriva alla scrittura sempre attraverso la lettura. Questo è un aspetto essenziale che non mi stancherò mai di ripetere. Sapevo di voler scrivere già da bambina perché mi piaceva leggere. Quando però capisci che leggi delle cose meravigliose, ti viene il sospetto che  forse, invece di dedicarti a scrivere le cose tue, è meglio utilizzare il tempo a leggere i libri meravigliosi scritti dagli altri ed è quello che ho fatto per molti anni. Finchè ho sentito l’urgenza di scrivere qualcosa, ma per molto tempo  ho pensato che fosse più importante dedicare il tempo a leggere i classici  piuttosto che a scrivere.

La convincono gli esordienti dell’attuale panorama editoriale. Legge i giovani scrittori contemporanei ?

Sì. li leggo. Come in tutte le cose, c’è qualcuno che mi piace e qualcuno  che non mi convince. Io leggo abbastanza letteratura straniera perché ho vissuto a lungo in Inghilterra  e mi sono appassionata alla letteratura inglese contemporanea. Leggo naturalmente gli italiani: ho letto tutti i libri più importanti usciti negli ultimi anni. Trovo che alcuni siano molto bravi  e penso che queste giovani leve di scrittori italiani abbiano tutto il successo che si meritano.

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