"Blanca", l'affascinante detective senza vista dalla nascita

Patrizia Rinaldi ha scritto numerosi gialli. Ora torna in libreria per E/O con "Blanca". La trama? Il commissario Martusciello e l’ispettore Liguori sono alle prese con un caso spinoso. Ma è solo quando alla coppia si unisce la bellissima Blanca, ipovedente specialista di intercettazioni, che le indagini prendono il largo... - LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO

Lunedì, 1 luglio 2013 - 12:00:00

LA TRAMA - Il commissario Martusciello e l’ispettore Liguori sono alle prese con un caso spinoso: l’omicidio di un pregiudicato, due sparizioni, una donna ritrovata in un cratere e tutto sembra collegarsi. L’uno è un ostinato uomo del popolo, l’altro un piedipiatti che si da arie da aristocratico, ma è solo quando alla coppia si unisce Blanca, ipovedente specialista di intercettazioni che le indagini prendono il largo: bellissima, senza vista dalla nascita, costretta dal buio che l’avvolge a percepire con gli altri sensi ciò che la circonda e i tremiti degli uomini. I tre scopriranno presto una trama criminale che dai vicoli della città vecchia arriva alle grandi piazze del centro, senza risparmiare nessuno, senza nessuna pietà.   

L'AUTRICE - Patrizia Rinaldi vive e lavora a Napoli, dove è nata nel 1960. È autrice di diversi gialli, tra cui ricordiamo Il commissario Gargiulo (Stampa alternativa 1995), Napoli-Pozzuoli. Uscita 14 (Flaccovio editore 2007), Ninetta Ridolfi e gli oggetti affettuosi (Mondadori 2008, primo premio al concorso Profondo giallo 2007). È anche autrice di libri per ragazzi, tra cui Rock sentimentale (El 2011), E poi domani guarisco (Oscar Mondadori 2011, prefazione di Miriam Mafai). Nel 2012 è uscito per le Edizioni E/O Tre numero imperfetto.

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LEGGI SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO
(PER GENTILE CONCESSIONE DI PATRIZIA RINALDI, THESIS AGENZIA LETTERARIA E EDIZIONI E/O)

 

1.

Le tre di notte, Margherita non poteva dormire.  
Un tremito le aveva preso mani e stomaco. L’aveva piegata al­l’im­provviso e lei era caduta, in ginocchio. Per alzarsi si resse alla porta del frigo, che si aprì lentamente. Men­tre cercava un ordine nel ricordo degli ultimi giorni, il fremito si spostò nella gola, e nelle ragioni, sempre le stesse. Doveva trovare Ninì, doveva trovare sua figlia. Tutto sarebbe passato, lei dopo poteva morire o vivere. Dopo Ninì, di nuovo…

Ninì nella pancia e poi appena nata, i capelli chiari e la bocca trasparente. Morbida, liscia.

Guardò la cucina di legno scuro e le salì il vomito per l’odo­re di casa. Come si era trovata in quella trappola? Perché non poteva tornare indietro, scegliere di nuovo, vivere di nuo­vo, di­ventare un’altra?
Uno scarafaggio camminò in disparte, prima piano, poi si mise a correre davanti alla luce del frigo.
Margherita si chinò. Abbassata sulle gambe, lo aspettò con una mano a conca. Strinse l’altra a fare una gabbia e sen­tì le zampe della bestia sull’umido dei palmi. Stava impazzendo. Ricordò altre mani, quelle dell’uomo che le aveva tolto tutto. Di nuovo il vomito e il pensiero di Ninì. Strinse l’insetto, lo sof­focò e lo lasciò a terra.

Ninì che girava, la gonna alzata davanti allo specchio, le gam­be magre.
Un rumore per strada le richiamò una minima speranza. Si affacciò alla finestra.
“Cosa posso fare? Smetterò di bere e di mangiare. Smet­terò di ridere. Smetterò. Se rinuncio a ogni cosa, in cambio rivedrò Ninì. Me la danno di nuovo”.

Ninì che dice: «Ti voglio bene quanto il mare, mamma. Ti voglio bene quanto l’ultimo cioccolatino della scatola. E poi co­me tutti i numeri, anzi come la musica. E tu, mamma, come mi vuoi bene, tu?».

In quella città a sprofondo, giù a sud, nessuno parlava come lei. All’inizio era stata zitta, il più possibile. Poi aveva imparato. Persino l’accento ostile che non le faceva capire se le persone volessero offenderla o chiederle un saluto. Aveva imparato ad accompagnare le parole con le mani, a non truccarsi di mattina, a scivolare sottile per confondersi. Le avevano insegnato che lei non c’era, semplicemente non esisteva. Per farsi riconoscere doveva cambiare. E lei era cambiata. Com’era do­cile lei, brava. Lei sì che sapeva aggiustarsi il presente con le due o tre monete bucate che suonavano sorde.

«Più della mia vita, Ninì. Vieni prima tu della mia vita».

E invece la vita era tornata. Com’era successo? Era tornata negli occhi di quel ragazzo, troppo giovane per lei, che giovane non era mai stata.
Sua madre glielo diceva:
«Le donne come te nascono con le macchie sulle mani». Gliele girava e guardava le lentiggini. «Da frutto ti sei fatta ra­mo, da subito. Incredibile. Hai partorito Ninì a stento, da bam­bina vecchia, come una gatta stitica».

Sei bella, Ninì. Avvicinati, fammi sentire il tuo profumo. Pri­ma di te la bellezza non odorava di glicine.
A maggio dell’anno precedente Margherita aveva detto a suo marito che lei se ne andava nella fabbrica di pasta:
«In fabbrica? Noi abbiamo un commercio nostro e poi c’è Ninì. Tutti se ne vogliono scappare dalla fabbrica e tu ci vuoi andare senza bisogno?».
«Vado con Carmela, col tempo potrei passare agli uffici. Mi ha detto che cercano persone che parlano bene, così quando i clienti vengono in visita…».
«Si apre il bordello». Gianni aveva riso. Quella risata. «Par­la bene, lei! E fammi sentire come parli… de’, be’, l’è… non sai niente e ti senti scienziata. E poi è da mo’ che sei arrivata da quello schifo di posto! Fattene una ragione, biondina. Alla fabbrica non ci vai».

Ninì che cresce, libera e alta. Gli occhi curiosi a guardare in­torno.

Ma poi era arrivato il signor Derisi a chiedere i soldi a Gian­ni, ogni mese: per fare stare tranquilla l’officina, così aveva det­to. Lui già glieli dava, ma Derisi aveva alzato la retta. Così Mar­ghe­rita aveva avuto il permesso di andare in fabbrica, perché nel­l’officina ruote rubate, pezzi di ricambio, grasso di macchine non bastavano più.

«Mamma, il sangue che mi avevi detto è arrivato. Devo avere paura?». Mia figlia chiede se deve avere paura, a me, mentre il pa­nico mi guarda e mi sbava addosso. «Non devi avere paura, Ninì. È normale, è una cosa naturale».
Già. Come se la vita fosse gentile con il corpo di donna.

L’inizio in fabbrica era stato un ballo. Margherita si lavava, si vestiva, si profumava collo e ginocchia. In fondo aveva tren­t’anni. Lasciava Ninì a Federica, la sua vicina, perché la scuo­la cominciava dopo le otto, dopo la sirena, e si avviava insieme a Carmela.
Carmela alla fabbrica si faceva chiamare Carmèn e non ave­va mai niente da ridire. Lavorava più di tutti e si teneva le mani degli uomini addosso. Muoveva un sorriso studiato, storcendo la testa, e intanto cantava in un lamento le canzoni che Mar­ghe­rita non capiva. Carmèn non era bella: gambe corte sotto i fianchi larghi. La vita, piccola per tutta quella carne, si apriva come uno sbuffo sul petto largo.
Carmèn diceva che un uomo solo le faceva paura:
«Mamma mia e come si fa? E se si appiccia di gelosia o di qualche altro accidente e mi ammazza? Invece un uomo deve guardare l’altro, gli deve fare capire che non si deve permettere. Una bestia deve sorvegliare l’altra bestia».
Poi spingeva la testa indietro. E rideva.

Ninì che mi guarda, dodici anni nel corpo, sguardi da bambina con lacrime da ragazza.
«Papà mi vuole portare via. Dice che parti, dice che tu hai fat­to… ma cosa hai fatto, mamma?».

Margherita guardò la poca luce della strada. Si strappò i capelli davanti agli occhi e poi li scosse dalle mani con fastidio.
Una macchina scura arrivò sotto il suo portone, lei la vide venir giù dalla collina con il movimento liscio della biglia sul panno. Scese un uomo, non si guardò intorno, sparò alzando di poco il braccio, come quando si saluta.

(continua in libreria)
 




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