Bud Spencer ad Affaritaliani.it: "L'idea della morte non mi spaventa"

IL PERSONAGGIO/ "Non tornerò a fare film con Terence Hill. Il successo mondiale che abbiamo ottenuto come coppia è irripetibile. I miei 80 anni e i suoi 70 ce lo impediscono". Uno degli attori italiani più amati anche all'estero, Bud Spencer, nome d'arte di Carlo Pedersoli, si racconta a tutto campo con Affaritaliani.it in occasione dell'uscita della sua autobiografia, "Altrimenti mi arrabbio" (Aliberti): "Ormai vado verso gli 81 anni e solo da un anno ho capito cosa vuol dire 'trans'. Può rendersi conto di come io viva lontano dalla quotidianità. Ma non me la sento di parlare di deriva morale in atto, né di giudicare le giovani generazioni". E rivela: "L'idea della morte non mi spaventa...". L'INTERVISTA IN ANTEPRIMA E TRE FOTO IN ESCLUSIVA DALL'ARCHIVIO PERSONALE DELL'ARTISTA

Giovedì, 27 maggio 2010 - 10:00:00

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di Antonio Prudenzano

bud spencer
La copertina

L'80enne Carlo Pedersoli, meglio noto come Bud Spencer, è un indiscusso mito vivente del cinema popolare mondiale. Da poco è tornato sul (piccolo) schermo con la fiction "I delitti del cuoco", e in libreria è in arrivo la sua prima autobiografia, dal titolo che ai fan dell'attore, sceneggiatore, produttore ed ex campione di nuoto suonerà familiare: "Altrimenti mi arrabbio. La mia vita" (il libro, edito da Aliberti, è stato scritto con Lorenzo De Luca).

Come mai aspettare gli 80 anni per scrivere un'autobiografia?
"Era giunto il momento. Ci ho lavorato per più di un anno".

 

Bud Spencer 3
dall'archivio di Carlo Pedersoli ©

Nel libro c'è molto spazio per quella che è stata la sua esistenza prima di diventare Bud Spencer. Ma perché ci ha messo tanto prima di esordire nel cinema?
"Io non volevo fare l'attore. E' per questo che sono diventato attore tardi, a 37 anni, nel 1967. Nonostante il padre di mia moglie fosse un grande produttore (Peppino Amato, ndr) tra di noi non si è mai parlato di cinema. Lui è morto nel '64, e tre anni dopo ho incontrato quello che sarebbe poi diventato il mio primo regista, Giuseppe Colizzi. Lui disse a mia moglie: 'Ma suo marito è sempre così grosso come quando faceva le Olimpiadi?'. Lei rispose che ero ingrassato perché mangiavo soltanto e non mi muovevo più. Lui insistette per incontrarmi. Così lo andai a trovare...".


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Bud Spencer 2
dall'archivio di Carlo Pedersoli ©

Fu il suo primo provino. Come andò?
"Mi domandò: 'Sai andare a cavallo?'. E io: 'No, mai salito su un cavallo'. 'Parli inglese? No, nemmeno una parola'. 'La barba te la sei mai fatta crescere? No, me la faccio tutte le mattine'. Cominciò così il mio primo colloquio... Colizzi mi propose una parte del suo nuovo film. Quando mi chiese quanti soldi volevo, non avendo idea di quanto guadagnasse un attore, gli domandai: 'Quanti giorni devo lavorare?'. E Colizzi: 'Due mesi, giugno e luglio'. Io senza pensarci un attimo lo incalzai: 'Ho due cambiali, una a giugno e una a luglio. Se me le paga faccio il film'. L'importo delle cambiali era alto, quattro milioni di lire dell'epoca. Ma lui più di un milione non voleva pagarmi. Me ne andai lasciandolo di sasso. Dopo qualche giorno mi richiamò. Ero nel cast e avevo ottenuto i 4 milioni che mi servivano. E' così che è nato Bud Spencer". 

 

Nel 2003 lei ha dimostrato di essere anche un grande attore drammatico, recitando in "Cantando dietro i paraventi" di Ermanno Olmi. Ha il rimpianto di non aver fatto cinema d'autore, perché ingabbiato nel "personaggio Bud Spencer"?
"Per me è stato un onore essere diretto da un genio come Olmi. La verità è che nella mia carriera cinematografica non sono mai stato un attore, piuttosto un 'personaggio'. In 'Cantando dietro i paraventi' invece sono stato un attore. E tornando alla domanda no, non ho nessun rimpianto".

Bud Spencer 1
dall'archivio di Carlo Pedersoli ©

Qual è stato il momento più bello e quale il più difficile della sua carriera?
"Momenti difficili non ce ne sono stati. Ogni film che ho fatto ha rappresentato una grande soddisfazione. E ne ho fatti 120!".

Ha appena ricevuto il David di Donatello alla carriera insieme al suo amico e fedele compagno di tante scazzottate al cinema Terence Hill (nome d'arte di Mario Girotti, ndr). Tornerete a girare un film insieme?
"Non credo. Il successo che in tutto il mondo abbiamo ottenuto come coppia non è ripetibile. I miei 80 anni e i suoi 70 ci impediscono di rifare quello che abbiamo dimostrato di saper fare in tanti film".

Lei ha appena parlato di successo mondiale. Quali sono i Paesi in cui Bud Spencer e Terence Hill sono più amati?
"Mi arrivano lettere dal Sudamerica, dall'Australia, dalla Russia, addirittura dall'Arabia Saudita...".

Si è mai chiesto il motivo di questo successo internazionale?
"Nessuno di noi due è un comico. La nostra è piuttosto una comicità gestuale, e solo dopo molti anni ci siamo resi conto da chi l'abbiamo copiata. E cioè da Charlot e Buster Keaton, che facevano ridere senza parlare".

Cosa pensa del cinema italiano di oggi?
"Adoro Benigni, che si è meritato anche l'Oscar. Ma sono tanti i grandi nomi. Non condivido il pessimismo della critica e della stampa. Tra i registi apprezzo molto Muccino, Salvatores, Tornarore... e poi Moccia e Placido. Il fatto che abbiano avuto successo all'estero dimostra che il loro linguaggio è universale. Tra gli attori, oltre al numero uno Benigni, c'è Raoul Bova".

Ha seguito la polemica all'ultimo Festival di Cannes su "Draquila" di Sabina Guzzanti, attaccato dal ministro Bondi?
"In una democrazia la libertà di espressione è fondamentale. Non giudico le parole di Bondi, credo solo che tutti abbiano diritto a dire ciò che pensano".

Politicamente lei è si è sempre schierato a destra (alle elezioni regionali del 2005, nel Lazio, si è candidato nelle liste di Forza Italia senza però risultare eletto, ndr). Cosa pensa dell'attuale governo Berlusconi?
"Se lo lasciassero lavorare sarebbe meglio, allora sì che Berlusconi potrebbe essere giudicato...".

In Italia è in atto una deriva morale?
"Assolutamente no. La morale è la somma delle cose che la gente fa. La morale cambia continuamente ed è impossibile definirla come dogma. Se pensa che io vado verso gli 81 anni e solo da un anno ho capito cosa vuol dire 'trans' allora si può rendere conto di come io viva lontano dalle trasformazioni in atto".

Se guarda alle nuove generazioni è ottimista o pessimista?
"Non me la sento di giudicare le nuove generazioni. Quando parlo con i giovani io dico sempre: 'Sono venuto qui per imparare da voi'...".

L'idea della morte la spaventa?
"No, la morte è un viaggio e non mi fa paura".

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