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Culture
Casimiro Porro ci conduce “Per le strade dell’arte”

di Raffaello Carabini

 

Quali credete siano le questioni legate al mercato delle opere d’arte? Non quelle che possiamo permetterci noi comuni mortali, con il nostro portafoglio tartassato da imposte in crescita e lavoro in crisi. Quelle destinate a noi solo come fruitori, come visitatori dei musei oppure delle esposizioni di pregio. Quelle che costano centinaia di migliaia, quando non proprio milioni, di euro.

Ve ne sottoponiamo un paio. Le collezioni dei musei devono rimanere bloccate nei depositi, come succede oggi con l’inesportabilità di tutto il patrimonio museale italiano, oppure sarebbe bene venissero immesse (ovviamente non i capolavori assoluti, ma opere anche di un certo pregio) sul mercato, così da poter diventare – se vendute all’estero – “la più efficace delle réclame al genio creatore della nostra razza”, come già scriveva il futurista Filippo Tommaso Marinetti nel 1913, e insieme una fonte di denaro da destinare a completare le collezioni dei medesimi musei, ovviando ai “buchi di percorso” che spesso presentano?

Oppure quale dev’essere il rapporto tra il pubblico e il privato al momento dell’acquisizione di collezioni oppure di lasciti importanti: lasciare che sia tutto regolato dagli attuali avvitamenti burocratici o permettere delle vie alternative di snellezza e disponibilità, sottoposte solo alla competenza economica e alla sensibilità culturale degli amministratori. (Quest’ultima non sempre un marchio di fabbrica dei nostri politici: ricordiamo, ma di esempi simili si potrebbero riempire volumi, la parola d’ordine della Lega Nord per esprimere il proprio dissenso all’acquisizione della Collezione Jucker da parte del comune di Milano: “il moderno non va!” Fu uno degli affari del secolo, non solo dal punto di vista economico – 47 miliardi di lire per 44 quadri che oggi, messi all’asta, sarebbero battuti per almeno un miliardo di euro, ma anche da quello culturale, considerato che costituiscono l’ossatura fondante del Museo del Novecento, il più ricco in Italia.)

Queste e molte altre diatribe affronta Casimiro Porro nel bel libro Per le strade dell’arte (Skira editore, pgg. 125, € 25), a metà strada tra il memoir personale e il saggio analitico, una raccolta di – recita il sottotitolo - “ricordi e riflessioni di un protagonista, tra mercato e istituzioni”. Nel 1959 Porro è stato il cofondatore, insieme al suocero Gian Marco Manusardi, di Finarte, la prima e principale casa d’aste italiana del 900, di cui è stato presidente fino al 2001, per poi continuare l’attività al fianco del figlio con la Porro & C.

Oltre all’importante aspetto del rapporto tra mercato e istituzioni, il libro narra avventure e incontri, furbizie e intuizioni, competenza e fortuna, di numerosi protagonisti di una stagione importante per stabilizzare il mercato e per cercare di portare anche i musei italiani a guardare con attenzione all’arte moderna. I ricordi di Porro passano attraverso una serie di capitoli dedicati ai compagni di viaggio che ha avuto in Finarte, di cui narra senza remore genialità e sregolatezza con aneddoti, retroscena e siparietti divertenti: da Giovanni Testori (“era un tipo preoccupante a volte, complesso e iroso”) al Gianfranco Ferroni (“mi telefonava dal Bar Jamaica, dove mangiava panini insieme ad altri artisti: vieni a pagare altrimenti moriamo di fame”), da Federico Zeri (“azzeccava le attribuzioni anche con una descrizione telefonica dell’opera”) a Paolo Volponi, Giuliano Briganti, Carlo Volpe.

Chiude la lettura una mancita di interviste che Porro fa ai suoi collezionisti-clienti più amati, che ci raccontano come la passione per l’arte sia animata sempre dal “piacere della scelta prima che dalle valutazioni degli esperti”.

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