Non c'è l'ha fatta "Gomorra" di Matteo Garrone a conquistare un Golden Globe, i premi della stampa straniera a Hollywood che sono stati spesso nel passato una passerella verso l'Oscar: il premio per la migliore pellicola straniera è andato infatti al film d'animazione israeliano "Valzer con Bashir".
A farla da padrone alla 66esima edizione del Golden Globe è stato "The Millionaire" (Slumdog Millionaire), del britannico Danny Boyle, che ha conquistato 4 globi e dunque si mette in 'pole position' per le statuette: miglior film drammatico, migliore regia, migliore sceneggiatura, miglior colonna sonora originale. L'attore australiano Heath Ledger è stato premiato postumo come miglior attore non protagonista per la sua vulcanica interpretazione di Joker ne "Il cavaliere oscuro". Woody Allen ha vinto nella categoria musical/commedia con il suo "Vichy Cristina Barcelona". Ottima performance per Kate Winslet che ha conquistato due premi (era già accaduto solo altre due volte nella storia dei Golden Globe) come migliore attrice protagonista ("The Reader") e non, con la sua casalinga frustrata in "Revolutionary Road".
La strage di Sabra e Shatila diventa un cartoon...
Di Oriana Maerini
Il 22 gennaio sapremo se il suo bellissimo film “Valzer con Bashir”, che aveva già riscosso grandi consensi a Cannes, rappresenterà Israele agli Oscar. Intanto è Ari Folman stesso, giunto a Roma a presentare la pellicola, che spiega come, mettendo a nudo le sue debolezze di reduce di guerra, sia riuscito a scuotere le coscienze con un semplice cartoon. Una pellicola autobiografica e salvifica che lo ha aiutato a superare il trauma riportato dopo la devastante esperienza del conflitto in Libano, nella metà degli anni 80 quando, appena diciannovenne, è stato costretto a vivere l’orrore del genocidio di Sabra e Shatila.
Aspetto ieratico (capelli e barba sale e pepe che incorniciano due grandi occhi azzurri) Folman è un artista poliedrico: attore, regista e sceneggiatore e musicista. Inizia la carriera come sceneggiatore televisivo ed esordisce dietro la macchina da presa nel 1996 con il film Clara Hakedosha con il quale vince sei Ofir Awards, gli Oscar israeliani, e diventa popolare in patria. Nel 2001 gira Made in Israel, pellicola bizzarra che racconta le vicissitudini della consegna al governo israeliano di Egon Shultz ottantaduenne ufficiale nazista, ultimo criminale di guerra latitante. Ora con questo piccolo film d’animazione girato come un documentario ha riscosso successo anche all’estero mostrando al mondo le contraddizioni e le assurdità del conflitto medio orientale viste attraverso gli occhi dei reduci di guerra.
Quando ha deciso di girare questo film?
Nel mio paese siamo costretti a essere riservisti fino a 50 anni ma, se si dimostra di soffrire di disordini da stress post traumatico in seguito al servizio di leva, si può ottenere l’esonero a 40 anni. Così ho iniziato a frequentare uno psicoterapeuta per superare i problemi legati all’amnesia parziale riscontrata dopo l’esperienza bellica. In pratica avevo rimosso gran parte dei ricordi legati a quel periodo della mia vita. Non credo molto nella psicanalisi ed ho scoperto che incontrare amici ed ex reduci come me e filmare quegli incontri era molto più efficace. Così è nato il progetto del film: come una sorta di “autoanalisi” attraverso la quale ho scoperto cose importanti del mio passato e elaborato le ferite psicologiche riportate in guerra.
E’ vero, come mostra nel film, che non si riconosceva nelle foto in divisa?
Si, fino a cinque anni fa quando guardavo il soldato nella foto non mi riconoscevo. Una sorta di terribile rimozione, ora sono ho riconquistato la pace con me stesso e riesco mi sono riconciliato con quel ragazzo.
Che ne pensa dell’attuale conflitto nella striscia di Gaza?
Purtroppo il mio film anche se racconta un episodio bellico degli anni 80 è sempre attuale. Non c’è mai stato nei politici del mio paese l’intenzione di realizzare la pace e non c’è mai stato un tentativo serio da entrambe le parti per porre fine al conflitto. Gli uomini si dividono in pacifisti e violenti ed i secondi sono sempre più numerosi dei primi e riescono ad imporsi. Trovano le scuse più strane per fare le guerre: la religione, un pezzo di terra. Oggi non c’è più rispetto per la vita umana e si gioca solo con la contabilità dei morti.
Lei racconta una versione inedita del massacro di Sabra e Shatila…
Ho solo cercato di raccontare i fatti con gli occhi di un semplice soldato ed ho voluto mettere l’accento sul fatto che materialmente quel genocidio non è stato commesso dai nostri ragazzi al fronte ma dalla milizia falangista. Ho anche mostrato, però, l’ipotesi di una responsabilità del governo israeliano che forse era al corrente di quanto stava accadendo nei campi profughi.
Perché ha deciso di mostrare il massacro nell’ultima scena del film?
Perché non volevo che gli spettatori uscendo dalla sala fossero convinti di aver visto solo bel film d’animazione su un tema scottante. Ho voluto mostrare il massacro per ricordare al mondo che in quei campi hanno perso la vita oltre 3000 civili fra cui donne e bambini. Se solo due spettatori dopo aver visto il film avranno la curiosità di informarsi meglio su quei fatti avrò raggiunto il mio scopo.
Spera in Obama?
Moltissimo. La sua stessa storia è sorprendente: se venti anni fa avessi detto ad un americano che avrebbe avuto un presidente di colore mi avrebbe sicuramente riso in faccia. Obama rappresenta il miracolo, la grande speranza per il mondo intero. Come pacifista mi auguro che possa aiutare anche alla risoluzione del conflitto israelo-palestinese.