Comunicazione 3.0 - Parla Zygmunt Bauman

In anteprima su Affaritaliani.it l'intervista a Zygmunt Bauman che apre “Comunicazione 3.0” di Franco Pomilio, volume in uscita per Fausto Lupetti Editore. Tra i temi affrontati, contaminazione, ibridazione. e cortocircuiti: "L’introduzione dei social media è stata la storia di uno spettacolare successo commerciale e culturale, ma non credo che abbia modificato la situazione sociale delle persone, che erano già preparate al loro avvento..."


 

Lupetti
Contaminazione. Ibridazione. Cortocircuiti. Sono alcune delle parole chiave che percorrono come un filo rosso le pagine di questo libro di Franco Pomilio “Comunicazione 3.0” pubblicato da Fausto Lupetti Editore e in libreria fra qualche settimana. Un percorso di riflessione, tra spunti teorici e casi concreti, arricchito dalle voci e le testimonianze di alcuni interpreti e protagonisti della rivoluzione in corso nel mondo della comunicazione. Su tutti, la voce di Zygmunt Bauman nella intervista che apre il libro e che Affaritaliani.it pubblica in anteprima. “Aspettando l’esplosione” è  uno degli argomenti dell’intervista riferita alle rivoluzioni arabe al ruolo dei new media nel passaggio dall’on line all’off line, cioè dalla comunicazione all’azione, alla vita reale, alla strada; mentre di grande attualità  è la riflessione di Bauman sulla separazione tra potere e politica, il potere è evaporato nello spazio globale e non risiede più nello stato nazionale, per dirla con le parole del sociologo spagnolo Manuel Castells il potere della finanza abita ”lo spazio dei flussi” e non può essere arrestato o afferrato dalla politica che è invece localizzata e questo è all’origine della incertezza,  per alcuni già la certezza, che i problemi della società non potranno essere risolti.

 

Conversazione con Zygmunt Bauman di Franco Pomilio


Aspettando l’esplosione.

bauman piccola

La metafora della liquidità, che lei ha così profondamente teorizzato, esprime un mondo fatto di relazioni flessibili, malleabili e dunque indefinitamente mutevole, non prevedibile e proprio per questo adattivo. Eppure molti fenomeni sociali degli ultimi anni, dalla rivalorizzazione di economie reali alla rinascita di movimenti collettivi, pare ci restituiscano una nuova voglia di solidità, di boundaries, di limiti chiari. Alcuni iniziano a parlare di ritorno del “pensiero forte”. A suo avviso siamo di fronte al delinearsi di un nuovo paradigma socio-culturale? La metafora della liquidità può ritenersi ancora valida?

"Se non siamo proprio di fronte a un nuovo paradigma, di certo ci siamo molto vicini. Mi viene in mente, ad esempio, che ancora fino a poco tempo fa, sin dai tempi di Michelangelo, molti oggetti erano costruiti in marmo, erano pensati per durare. Ora si cerca piuttosto di utilizzare materiali biodegradabili, che così come rapidamente appaiono, così escono di scena. Questa è, in estrema sintesi, l’idea di liquidità.
È noto che i liquidi non sono in grado di mantenere la loro forma a lungo: la cambiano continuamente. Come risultato dell’essere continuamente esposti a cambiamenti molto rapidi e veloci, per cui ogni giorno nuovi problemi finiscono sulle prime pagine dei giornali, per poi scomparire il giorno dopo ed essere sostituiti da qualcos’altro (nuove catastrofi, nuove minacce e paura), l’impressione che si ha dall’interno di questo tipo d’ambiente è prima di tutto di ignoranza – non si sa cosa accadrà, non si ha la minima idea di quali potranno essere i futuri sviluppi e non si è tantomeno in grado di prevederli in maniera razionale, perché qualsiasi previsione è destinata a venir meno con il comparire di nuovi eventi terrorizzanti – e in secondo luogo il sentimento di impotenza – non si è in grado di dare una forma stabile alle cose, che sfuggono a ogni interferenza, si modificano più rapidamente di quanto non si riesca a “fissarle”, mantenerle in ordine, dandogli la forma che si vorrebbe. È da qui che nasce il sentimento d’impotenza. Anche se si potesse prevedere cosa accadrà, non si potrebbe comunque far nulla per fermare o cambiare il corso degli eventi.
Un altro modo per osservare il fenomeno, oltre a quello della liquidità, è l’effetto “ovatta”. Accade infatti che nel momento in cui decidi di rompere il “muro” che ti separa dallo stato che desideri, finalmente libero dalle paure, e provi a colpirlo col pugno, magari riesci ad oltrepassarlo, ma nulla: il muro rimane ancora lì al suo posto. Non è crollato. È troppo soffice per poterlo scalfire, per poterlo afferrare. Tutto questo sfocia in un’atmosfera generale d’incertezza, che rappresenta il principale impatto psicologico e sociale della modernità liquida. Ovviamente l’incertezza non è un stato piacevole. Le persone che sognano la libertà, quando riescono ad ottenerla, rimangono impallidite dalla quantità di rischi che ne derivano. La libertà arriva sempre con una sorta d’incertezza e il futuro è imprevedibile. E anche questo non è piacevole.
Per questa ragione, la modernità liquida dà origine automaticamente a un certo senso di “nostalgia della sicurezza”, piuttosto che della libertà. Saremmo disposti a cedere anche una parte della nostra libertà in cambio di un maggior senso di sicurezza. Ci sentiamo persi, abbandonati: la “paura liquida” accompagna costantemente la modernità liquida.
Sono quindi giunto alla conclusione che la linea dello sviluppo storico non è diritta, non ha un corso lineare. Il progresso non è lineare, è piuttosto come un pendolo.
Circa ottant’anni fa, Sigmund Freud scriveva che la maggior parte dei problemi degli uomini e delle donne nella contemporaneità derivavano dal fatto che avevano ceduto molta della loro libertà per una maggior sicurezza. Oggi Freud direbbe il contrario: gran parte dei malesseri psicologici degli uomini e delle donne derivano dal fatto che essi hanno ceduto parte della loro sicurezza per una sempre maggiore libertà.
Il “pendolo” ha cambiato direzione di nuovo. E mi sembra che negli ultimi dieci anni, le persone siano di nuovo sempre più disposte a limitare la propria libertà in cambio di maggiore certezza. L’incertezza è diventata ingestibile. È questo il cambiamento avvenuto dal momento in cui ho pubblicato il mio libro Liquid Modernity. Proprio in quel momento, il “pendolo” ha iniziato ad oscillare nel verso opposto".

Nel bene o nel male, i nuovi media continuano ad avere un ruolo forte nei processi di cambiamento della società. In che modo in particolare influiscono sulla “liquidità sociale” di cui lei parla? Rispetto a essa, sono più un effetto o una causa? Un acceleratore o un inibitore?

"L’introduzione dei social media è stata la storia di uno spettacolare successo commerciale e culturale, ma non credo che abbia modificato la situazione sociale delle persone, che erano già preparate al loro avvento. Ciò spiega l’enorme diffusione dei social media, spiega perché queste modalità di comunicazione sono riuscite a catturare l’immaginario e perché Zuckerberg, l’ideatore di Facebook, sia riuscito a guadagnare 50 miliardi di dollari nel mercato delle azioni in soli quattro anni. Se la base, il terreno non fosse stato già preparato, nulla sarebbe realmente cambiato.
Innanzitutto, ritengo che i media rispondano a un’esigenza sociale esistente, ma non la creano. Rispondono semplicemente a qualcosa che ci si aspetta, facendo in modo che “il miracolo” atteso accada. Non creano la situazione: accelerano e intensificano le tendenze, offrendo mezzi più efficienti e veloci per implementarle. Accelerano, dunque, non creano. Ma il materiale esplosivo deve già essere lì.
La nostra situazione di incertezza è piena di materiale esplosivo, sparso ovunque. Sappiamo, quindi, che in qualche momento, da qualche parte, ci sarà un’esplosione. Potrebbe essere un’esplosione contro la dittatura come in Indonesia, o contro l’autocrazia di Mubarak; oppure l’esplosione di quei giovani israeliani che recentemente hanno occupato le piazze e le strade, per chiedere una maggiore attenzione agli interessi della middle class, che con i salati che percepisce non è più in grado di pagare l’affitto e sostenere le spese di ogni giorno; o ancora si pensi alle rivolte a Londra.
Esplosioni di cui non possiamo prevedere nulla: né il momento né il luogo in cui avverranno. Sappiamo solo che ci saranno.
Non dobbiamo quindi puntare il dito contro il messaggero o lo strumento. Gli strumenti da soli sarebbero completamente inutili e non spiegherebbero proprio nulla, se non il senso di coordinamento tra l’offerta e la domanda. Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi, mentre si cerca di rispondere alle domande fortissime della società dell’incertezza.
La grande questione, alla quale non sono in grado di dare una risposta, è in che misura i media possono accelerare e intensificare questi processi. Sappiamo per certo che essi sono abilissimi nel preparare queste esplosioni. Qualche volta accade, come abbiamo visto, che a partire da un messaggio su Facebook o Twitter centinaia di migliaia di persone si riuniscono per strada, innescando eventi e dinamiche davvero importanti.
Infatti, lo scoppio della rivoluzione, innescata con l’aiuto dello stesso Mubarak, ha coinciso proprio con l’oscuramento di Internet e con il passaggio dal mondo dell’online all’offline, cioè alla vita reale, alla strada. L’intero movimento rivoluzionario, prima dell’oscuramento, era confinato alla Piazza Tahir del Cairo. Dopo l’oscuramento, anche le province hanno iniziato ad attivarsi. È così che la rivoluzione si è estesa all’intero paese.
L’unico mistero, quindi, non è se i media siano in grado di cambiare la natura della società, ma in che misura. E ad oggi non ci sono segni per dare una risposta a questo interrogativo".

Lei ha espresso negli anni alcune riserve sul potenziale relazionale di Internet. Col web 2.0, però, la rete sembra aver accentuato i suoi aspetti partecipativi e di condivisione sociale. Lo si è visto, come ha appena ricordato, nelle rivoluzioni in Nord Africa ma anche nella recente ondata di riots in Inghilterra, dove i social media hanno fatto quasi da “infrastruttura” al diffondersi delle proteste. Qual è la sua posizione in merito?

"Penso che noi tutti siamo, in misura minore o maggiore, pieni di rabbia, furia, incertezza e paura. La paura è ancora più disastrosa quando non è ancorata, indirizzata, quando non ha un target. È dunque il target ciò di cui siamo alla ricerca. Da qui, Twitter o Facebook: essi forniscono il target e danno una sensazione piacevole di “rilascio” di rabbia e paura già accumulata. La questione è quanto a lungo possa durare tutto ciò. La caratteristica principale delle dinamiche mediali, infatti, è che come velocemente iniziano, altrettanto rapidamente finiscono. L’eccitazione non dura molto a lungo".

In che modo le dinamiche della società liquida stanno cambiando il ruolo delle Istituzioni e più in generale la dimensione pubblica?

"Temo che quando si parla di dimensione pubblica, sia necessario collegare la propria opinione alle singole realtà nazionali. Si parlerà quindi delle Istituzioni in Italia, in Francia, in Polonia, in Spagna o Germania e così via.
Il problema più grande della società liquida, tuttavia, è che non si può più pensare in questi termini. Almeno fino agli sviluppi più recenti – si pensi alle rivoluzioni neo-liberali, alle deregulation e alla globalizzazione – il potere e la politica erano nelle mani di un’unica entità: lo Stato nazione. Si potevano dunque formulare delle previsioni sugli sviluppi del singolo Stato nazione.
Oggi non è più così. C’è una crescente separazione tra potere e politica, che sta conducendo ad un definitivo scollamento. Il potere è evaporato nello spazio globale e non risiede più nello Stato. La politica è rimasta, come prima, localizzata. Questa è la principale causa della nostra incertezza: la discrepanza, la separazione tra potere e politica.
Il potere è l’abilità di fare. La politica è l’abilità di decidere cosa va fatto. Almeno fino a quando potere e politica sono rimasti in qualche modo collegati, lo Stato aveva il potere di agire e di decidere cosa doveva esser fatto.
Oggi, nessun governo al mondo, tantomeno i più potenti, è in grado di agire e decidere. Questo spiega perché oggi è possibile osservare due “sfere”: quelle che Manuel Castells, celebre sociologo spagnolo, chiama “spazio dei flussi” e “spazio dei luoghi”. Il potere abita lo “spazio dei flussi”, non può essere né afferrato, né arrestato. La politica è invece ancora localizzata.
Dunque abbiamo un potere non controllato dalla politica e una politica che non ha abbastanza potere. È questo il problema del settore pubblico e delle Istituzioni. Non cosa i politici, all’interno dello Stato, decidono, ma l’impatto della globalizzazione del potere. Questo potere globalizzato permette alla politica di agire come desidera? La ascolta? O seguirà solo i suoi interessi?
Poniamo caso che il Governo italiano decida di implementare alcune politiche che il potere globale – finanza, commercio, informazione, terrorismo, traffico di droga, traffico di armi – non gradisce: contro questi “flussi” il Governo non potrebbe far nulla.
Dunque, la risposta alla domanda è semplice: a meno che non facciamo qualcosa per riportare potere e politica sullo stesso livello, in modo tale che l’uno sia in grado di influenzare l’altra, i soggetti pubblici dovranno continuare a fare i conti con forze di cui, al momento, non abbiamo il controllo.
Certamente nessun Governo, anche quello statunitense, presumibilmente il più potente al mondo, può permettersi di non prendere in considerazione la situazione globale: non può cambiarla unilateralmente, ma non può tantomeno ignorarla.
Penso che concentrandosi sulla politica interna di un Paese e sperare che si possa cambiare radicalmente la situazione dei cittadini agendo solo all’interno dello Stato, non faccia altro che aggiungere incertezza ad incertezza, dando maggiore libertà al potere globale, che rimane così libero dall’interferenza della politica.
La mia grande convinzione è che, nella prossima fase della storia umana, ci si debba impegnare ad elevare la politica al livello già raggiunto del potere. C’è un gap ora tra potere e politica: tutte le Istituzioni pubbliche sono al servizio della politica locale, ma nessuna Istituzione è al servizio di problemi globali. A meno che non riusciamo a creare, a livello globale, una dimensione pubblica equivalente che, così come era stata pensata dai padri fondatori all’interno degli Stati per servire interessi locali, sia capace di risolvere problemi globali, non potremo mai cambiare il corso della storia.
Si pensi alla rivoluzione di oggi. La rivoluzione c’è, ma è una rivoluzione senza rivoluzionari, senza partiti rivoluzionari e senza programmi rivoluzionari. Non è qualcosa che stiamo facendo, ma è qualcosa che ci sta capitando.
L’unico rimedio, anche se per nulla semplice, è dunque quello di battersi affinché le Istituzioni e la politica si elevino ad un livello tale da permettere loro di controllare il potere, che è già globale".

Che ruolo ha l’etica in questo quadro? L’attuale spinta alla condivisione di beni, opinioni, risorse può contribuire a una rinascita della morale pubblica?

"Non vorrei sembrare pessimista. Anzi, ritengo che probabilmente, per la prima volta nella storia, l’interesse razionale e l’ordine morale viaggino nella stessa direzione.
Il problema della filosofia etica negli ultimi duecento anni è stato come riconciliare la volontà della ragione e la volontà della morale, che sembravano puntare in due direzioni differenti.
La morale mi indicava che dovevo prendermi cura dell’altro, sacrificare il mio interesse per il bene altrui, concentrare la mia attenzione sullo stato di esistenza dell’altro. Il mio interesse mi suggeriva invece di essere egoista, di competere, di cercare di soddisfare innanzitutto i miei bisogni e desideri, di migliorare la mia posizione sociale, perché queste costituivano la condizione iniziale per poter fare qualsiasi cosa.
Oggi, per la prima volta, siamo in una situazione in cui la razionalità e la moralità suggeriscono lo stesso tipo di azione. Il risultato dello scollamento tra potere e politica è stato infatti la netta separazione tra le forme concrete di dipendenza e le Istituzioni create per rispondere a questa dipendenza. Tutti siamo già interdipendenti a livello globale: qualsiasi cosa accada in Bangladesh o a Kuala Lumpur o in Hawaii, ha influenza sul futuro dei laboratori della Pirelli o Fiat e sulle prospettive dei giovani laureati in Italia. E viceversa. Siamo ormai dipendenti l’uno dall’altro: nessuno è indifferente all’altro.
Ma questa è solo una parte del quadro. L’altra è che non esiste al momento nessuno strumento, nessuna Istituzione, nessuna tecnologia capace di gestire questa dipendenza virtuale. Non siamo capaci neppure di sostenerci a vicenda. E se ci riusciamo, è una sorta di carnevalata: quando accade un disastro da qualche parte nel mondo, possiamo mettere mano ai nostri portafogli e dare un aiuto a chi ne ha bisogno, ma nulla di più. Non siamo in grado di implementare, giorno per giorno e in maniera sistematica, un programma effettivo di azione, così come i nostri padri desideravano nel fondare lo Stato nazione.
Per questo credo che oggi l’etica abbia davvero un’importante occasione per risorgere: per la prima volta, è sostenuta dalla ragione. Se non la seguiamo, saremo tutti in pericolo".

Ogni epoca ha le sue rivoluzioni, più o meno evidenti, più o meno dirompenti. Quali sono le rivoluzioni che oggi si vanno delineando o che si sono già consumate?

"Probabilmente ora, mentre siamo seduti qui a parlare, la rivoluzione sta già accadendo. Ho detto prima che ci stiamo dirigendo verso un momento rivoluzionario, ma è una rivoluzione senza rivoluzionari. Le rivoluzioni “vecchio stile” consistevano nell’assalire i palazzi del Governo. Oggi non c’è alcun palazzo da assediare. La rivoluzione ha natura differente. Non sarà un partito con un programma politico a fare la rivoluzione, ma la rivoluzione è qualcosa che sta accadendo a tutti. Temo che per una risposta autorevole a questa importante domanda, si debba aspettare almeno altri vent’anni, quando gli storici, guardandosi indietro, saranno in grado di dare un nome alla rivoluzione che ora sta avvenendo.
I grafici e le statistiche ci stanno insegnando a dare maggiore attenzione alla maggioranza, ai suoi interessi. “La maggioranza ritiene che…”; “La maggioranza delle persone si comporta in questo modo…”: questo è il segno dei tempi.
Ma attenzione: ogni maggioranza, nella storia, è nata da una minoranza. Persino una quercia centenaria è stata, una volta, una piccola ghianda. Non c’è altro modo per diventare una maggioranza: devi iniziare dall’essere una ghianda, una minoranza.
Sono minoranze, ma non sono inattive. Non appaiono nelle tavole statistiche, per questo non ci accorgiamo di loro. E tuttavia, sono abbastanza convinto che da qualche parte, nel mondo, stiano emergendo dei modelli alternativi di azione. So che ci sono, ma non sono in grado di dire che forma prenderanno".

 


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