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La cultura è un bene di lusso? La nostra classe dirigente non ha dubbi: non si mangia e quindi non serve. O, secondo altri, è bella e utile ma non possiamo permettercela. Risultato bipartisan: tagli su tagli, dal 2,1 per cento della spesa pubblica nel 2000 allo 0,2 di oggi, e un’Italia avvitata nella più infelice delle decrescite. invece si dà il caso che la cultura sia, ovunque, il motore dello sviluppo, come dimostra questo pamphlet documentato, battagliero, propositivo. Lo scrittore e critico letterario Bruno Arpaia e il giornalista scientifico Pietro Greco, autori del pamphlet "La cultura si mangia" (Guanda), sfatano miti tossici: non è vero che il nostro Paese può vivere di passato e di "patrimonio artistico". Forniscono coordinate utili: dal 2007, in piena crisi, l’occupazione nelle industrie culturali italiane è cresciuta in media dello 0,8 per cento l’anno. Analizzano esempi virtuosi, dal New Deal alla rinascita di Bilbao, dal miracolo artistico della Ruhr alla riscoperta scientifica di Trieste. E offrono idee concrete per una rivoluzione della struttura produttiva del Paese, un progetto di sviluppo fondato sulla conoscenza. Spunti indispensabili per la classe politica, che ha il compito di guidare fuori dalla crisi un Paese sempre più confuso, ignorante e (quindi) povero...

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(per gentile concessione di Guanda)

E adesso, sulla base di tutti i numeri che abbiamo dato, proviamo a fare ciò che non hanno fatto gli economisti: a immaginare quale sarà il ruolo dell’Italia nel futuro prossimo venturo. Fra trent’anni. Da un lato avremo il mondo della conoscenza: con Paesi come la Corea del Sud, il Giappone, la Russia, il Canada in cui tre persone in età da lavoro su cinque avranno una laurea. E in cui i principali fattori di sviluppo economico saranno la ricerca e le industrie creative. In questo mondo ci saranno una serie di altri Paesi – dagli Stati Uniti alla Cina, dal Sudafrica al Brasile – che tenderanno a raggiungere in un modo o nell’altro performance analoghe.

Dall’altro avremo gli « esclusi dalla conoscenza ». Paesi dove il numero di laureati in età da lavoro supererà appena il 10 per cento. In cui i beni e i servizi prodotti saranno sempre meno e sempre meno importanti. Paesi che dovranno sperare di sopravvivere continuando a comprimere stipendi e welfare. È questo il futuro dell’Italia che stiamo costruendo.

Se non cambiamo rapidamente questa condizione, se l’Italia – patria di Dante e di Galileo, di Leopardi, di Fermi e degli scienziati che hanno infine individuato il « bosone di Higgs » – non si ricorderà nei prossimi mesi di avere nella conoscenza il suo maggiore e ormai unico potenziale, potremo dare ai nostri figli – non solo ai migliori cervelli, che pure continuiamo a produrre in abbondanza, ma a tutti – un solo realistico consiglio: « Fujtevenne! » come quello che anni fa diede Edoardo De Filippo ai giovani che gli chiedevano se restare a Napoli o accettare la via dell’emigrazione. Lo stesso che ha dovuto dare nel luglio 2012 Fernando Ferroni, coraggioso presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, proprio ai giovani ricercatori che avevano appena contribuito a intercettare il « bosone di Higgs ». In effetti, le scelte degli ultimi governi sarebbero già un messaggio mortale per la ricerca italiana e per la cultura in generale, un implicito – ma neppure troppo – invito ai giovani studenti, artisti, intellettuali e ricercatori: « Fujtevenne! » Per voi, in Italia, non c’è futuro.

Una simile situazione è grave in sé . E dovrebbe scatenare un dibattito serio e appassionato nel Paese. A ogni livello: politico, sociale e culturale. Ma c’è di più . Il combinato disposto di queste scelte dimostra che nessuno – né il governo Prodi, né tanto meno il governo Berlusconi, ma neppure il governo di Monti e dei tecnici – ha compreso qual é la causa profonda del declino economico e non solo economico dell’Italia: un declino che dura senza soluzione di continuità da almeno vent’anni.

Il nostro Paese ha scelto, in un periodo preciso (l’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso), con persone precise (di cui alcuni storici come, per esempio, Gianni Paoloni sono in grado di fare, documenti alla mano, nomi e cognomi), di seguire una strada verso lo sviluppo diversa da tutti gli altri. Per alcuni questa strada ha le sembianze di un vero e proprio modello alternativo a quello degli altri Paesi di antica (e anche nuova) industrializzazione: un « modello di sviluppo senza ricerca ». Un modello di sviluppo senza conoscenza.

In soldoni (si fa per dire), mezzo secolo fa l’Italia è diventata un grande Paese industriale (secondo, in Europa, solo alla Germania), ritagliandosi una nicchia isolata nell’ambito dei prodotti a bassa innovazione tecnologica. Nella scelta di questo peculiare modello l’Italia ha puntato essenzialmente su due fattori: il basso costo del lavoro rispetto a quello delle economie concorrenti e la periodica svalutazione, cosiddetta competitiva, della sua moneta, la lira.

Per due o tre decenni – quando eravamo « i più poveri tra i ricchi » – il modello ha funzionato. L’Italia poteva vantare la maggiore crescita economica al mondo, seconda solo a quella del Giappone. Ma negli anni Ottanta il modello ha iniziato a mostrare tutti i suoi limiti. Appena nascosti dal made in Italy e dalla creatività, mirabile ma artigiana, della moda o del design. Poi arrivano gli anni Novanta e per l’Italia non e` più possibile utilizzare nessuna delle due antiche leve del successo senza ricerca. Paesi poveri, che una volta si chiamavano « in via di sviluppo » perché sostanzialmente fuori dal sistema industriale e commerciale mondiale, hanno fatto irruzione sulla scena (la cosiddetta nuova globalizzazione), con un costo del lavoro decisamente inferiore a quello italiano. Nel medesimo tempo l’Italia è entrata prima nel sistema di cambi fissi dell’Unione europea e poi nel sistema monetario fondato su una moneta forte e non svalutabile a piacere, l’euro.

Da venti anni almeno, dunque, abbiamo perso quelle due antiche leve: il costo del lavoro italiano è di gran lunga più elevato rispetto a quello dei nuovi concorrenti a economia emergente (inclusi Cina, India, molti altri Paesi del Sud-Est asiatico, ma anche Brasile, Sudafrica e altri sia latinoamericani sia africani); non abbiamo più la « liretta » da svalutare, ma al contrario un moneta, l’euro, forte e (tutto sommato) solida. In questi ultimi venti anni non abbiamo preso atto che il mondo è cambiato. Non abbiamo compreso che nell’era della « nuova globalizzazione » non c’è più posto per la vecchia specializzazione produttiva dell’Italia. Che non possiamo più pensare anche solo di galleggiare continuando a produrre con le nostre industrie beni a media e bassa tecnologia. Che le due antiche leve che garantivano il successo al « modello di sviluppo senza ricerca » non potevano essere più utilizzate. Che la nuova situazione lasciava aperta la porta a due sole possibilità. O un declino sempre più profondo o un’impresa titanica, al limite del velleitarismo: il rapidissimo cambiamento della specializzazione produttiva. In altri termini: o il sistema Italia inizia a produrre altri beni, diversi da quelli prodotti nell’ultimo mezzo secolo, o il Paese muore.

Lo abbiamo visto qualche pagina fa: gli unici beni che un Paese con un’economia sviluppata e una società avanzata possono oggi produrre in maniera competitiva sono quelli ad alto valore tecnologico aggiunto. Anzi, ad alto « tasso di conoscenza » aggiunto. Per produrli abbiamo bisogno di luoghi ove si crea « nuova conoscenza »; di luoghi dove questa nuova conoscenza venga trasformata in prodotti hi-tech o ad alta knowledge intensity; infine, abbiamo bisogno di superare l’antica ritrosia del sistema produttivo italiano a misurarsi con i migliori sulla scena internazionale, senza cercare furbe scorciatoie o nicchie isolate.

Quali siano i luoghi della produzione di « nuova conoscenza » è cosa ben nota. Tra i principali ci sono i centri pubblici e privati di ricerca scientifica. In questi settori l’Italia ha due gap da recuperare: uno enorme, l’altro abissale. Quello enorme riguarda la ricerca pubblica: come abbiamo detto, in questo settore il nostro Paese spende, in media, poco più di un terzo degli altri. Quello abissale riguarda la ricerca privata: l’industria italiana investe in ricerca una quota di Pil (intorno allo 0,4 per cento) che è inferiore persino di quattro quinti rispetto a quella degli altri Paesi avanzati.

(continua in libreria)

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