Iolanda Romano, "la mia battaglia (concreta) per la democrazia partecipativa..."

IL PERSONAGGIO/ Mentre la politica chiacchiera, c'è una donna che dal '92 si batte concretamente per la democrazia, e per la partecipazione della cittadinanza alle scelte pubbliche. Iolanda Romano, stimata anche all'estero, per Chiarelettere ha pubblicato un saggio-manifesto, "Cosa fare, come fare", che finora non ha goduto della meritata attenzione. Nel libro, di cui parla con Affaritaliani.it, spiega come risolvere i problemi di tutti con la collaborazione tra cittadini e istituzioni, e la mediazione di figure indipendenti. "La democrazia deliberativa, il coinvolgimento attivo dei cittadini, è un metodo per valorizzare i saperi e gli interessi di tutti, per cui alla fine si arriva a costruire un’opzione migliore, che magari non era neanche stata contemplata dai decisori, che emerge dal confronto come una proposta nuova. E che soddisfa anche l’interesse dei decisori...".

Iolanda Romano, che alle Primarie del centro-sinistra voterà Renzi, parla anche del governo dei tecnici, del dopo-Monti e del Movimento 5 Stelle ("Penso che sia importante che esista una forza politica che intercetta quest’ondata di insofferenza e che sappia accoglierla positivamente. Rappresenta anche un utile campanello d’allarme per il centro-sinistra. Ma credo che Grillo stia dando alcuni messaggi rischiosi: il primo è che la partecipazione debba per forza significare essere 'contro' la politica. Il secondo è che gli eletti debbano essere dei 'portavoce' dei cittadini...") - L'INTERVISTA

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di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

Iolanda Romano, architetto, stimata all'estero (ma anche da alcuni nostri politici) sta dedicando la sua vita alla democrazia, convinta che la partecipazione alle scelte pubbliche sia il modo migliore per migliorarla. Nel '92 ha fondato Avventura Urbana, una società (di cui è tuttora presidente) impegnata nella progettazione partecipata delle politiche pubbliche.

Ora Chiarelettere ha pubblicato il suo "Cosa fare, come fare", un libro che finora non ha goduto dell'attenzione che meriterebbe. Ed è un peccato, perché Iolanda Romano, impegnata ogni giorno nella risoluzione di conflitti e nella conduzione di processi partecipativi in scala locale e sovralocale, in "Cosa fare, come fare" parla, tra le altre cose, di democrazia partecipata (anche in una conversazione con il giurista Gustavo Zagrebelsky) e in generale del futuro delle nostre vite, convinta che il coinvolgimento dei cittadini sia fondamentale. Affaritaliani.it l'ha intervistata.

IolandaRomano

Le decisioni vanno prese insieme. E' uno dei punti fermi del suo libro, della sua idea di politica e in generale della sua vita. In Italia siamo così in ritardo dal punto di vista della partecipazione della cittadinanza alle scelte pubbliche?
"Sì, in generale siamo in ritardo di decenni rispetto ad altri paesi.  In Europa e al di là dell’Atlantico in molti casi hanno consolidato l’idea, sia a livello culturale sia istituzionale, che decidere insieme sia un vantaggio e non una perdita di tempo. Ma anche nel nostro Paese ci sono esperienze avanzate, solo che faticano a emergere alla luce, diciamo che ‘non bucano lo schermo’".

Lei presenta metodi innovativi per progettare insieme il nostro futuro. Ovviamente, però, il contesto di crisi con cui l'Italia e l'Occidente fanno i conti complica le cose. E rabbia e rassegnazione sono condizioni che accomunano molti cittadini. Con queste premesse, oggi gli ostacoli che deve affrontare la democrazia partecipata sono maggiori rispetto a qualche anno fa?
"Non credo, anzi. A dire la verità - anche se può sembrare paradossale - questa situazione può favorire la democrazia partecipata, Da un lato, perché quando le risorse sono più scarse  il conflitto fra interessi si acuisce e, visto che la politica ha dimostrato di non avere strumenti adeguati per affrontarlo, si apre uno spazio per delle proposte alternative. In fondo è la stessa cosa che è successa nel ‘92, quando ho iniziato a praticare queste esperienze, a valle della bufera di Tangentopoli. Dall’altro perché, proprio in un forte momento di incertezza e timore verso il futuro, la gente sente il bisogno di maggiore coesione sociale; vuole condividere, affrontare insieme il futuro. Questo si legge nei volti delle persone quando facciamo gli incontri: è quello che Gustavo Zagrebelsky, nella conversazione al fondo del libro, ha chiamato la ‘felicità pubblica’, che si sprigiona dalle cose fatte insieme per il bene comune".

Un passo indietro: quando è nato il suo intereresse per la democrazia partecipata?
"Subito dopo la laurea in architettura, che non mi bastava. Non riuscivo a pensare alla progettazione dello spazio come a un fatto tecnico, sentivo che mancava la voce di chi doveva viverlo. E in Italia allora non c’era nessuno che si occupasse di queste cose, da cui potessi andare a imparare. Allora sono andata a Londra e ho visto delle esperienze di progettazione partecipata che mi hanno entusiasmato. Sono tornata in Italia con l’idea di avviare un’attività di quel tipo anche qui, e così è stato, con molta fortuna".

Veniamo a un esempio emblematico: la Tav e il conflitto che continua a generare. Il suo governo ideale, in un caso difficilissimo da gestire come questo, come dovrebbe comportarsi? Facile dire che si dovrebbe evitare il "muro contro muro" tra cittadini e istituzioni, ma concretamente è davvero possibile arrivare a un punto di incontro, che non deluda i cittadini che da anni si stanno battendo contro la Tav, e che li faccia sentire coinvolti, considerati, rispettati?
"In un governo ideale non solo è possibile, ma è doveroso, che il confronto con i cittadini inizi con un segno di riconoscimento e rispetto, anziché con un atto di violenza. Il riferimento non è ai recenti scontri sulla Tav, ma a ciò che è successo nel 2005 a Venaus, quando pochi manifestanti sono stati attaccati durante la notte. Il giorno dopo erano diventati migliaia. Ascolto, confronto sui dati, e  - solo dopo -  la ricerca degli spazi di mediazione, il tutto gestito da figure indipendenti dalle parti: queste in ordine sono le cose da fare. Non è così difficile, in molti paesi, come gli Stati Uniti, è la prassi. Ma qui sembra difficile capirlo. Soprattutto, in Italia, si fatica ad accettare che il dialogo debba essere gestito da una figura indipendente, ma è così ovvio no?".

In Italia finora l'uso di internet da parte delle istituzioni nel coinvolgimento dei cittadini è stato soddisfacente? Ha proposte concrete da questo punto di vista?
"Tutto ciò che è stato fatto per favorire l’accesso agli atti, la diffusione delle informazioni, la promozione di una cultura della trasparenza delle scelte pubbliche, è prezioso. Ma non è sufficiente. Un conto è dire ai cittadini: queste sono le opzioni, quale preferite? questa, nelle migliore delle ipotesi, e se è fatta bene, è una consultazione pubblica. Ma la democrazia deliberativa, il coinvolgimento attivo dei cittadini, va molto oltre la conta delle preferenze. È un metodo per valorizzare i saperi e gli interessi di tutti, per cui alla fine si arriva a costruire un’opzione migliore, che magari non era neanche stata contemplata dai decisori, che emerge dal confronto come una proposta nuova. E che soddisfa anche l’interesse dei decisori".

Negli ambiti di cui si occupa, si aspettata di più dal "governo dei tecnici"?
"Sì, mi aspettavo che facessero le riforme importanti per il Paese, ma capisco anche che in tutti noi si era forse formata un’attesa eccessiva".

Mancano pochi mesi alle elezioni: preferirebbe il Monti-bis o è giusto che si torni a un governo politico democraticamente eletto?
"Io sono per la politica, credo nella politica, nonostante tutto. La democrazia deliberativa a supporto - e non al posto - della democrazia rappresentativa. Ma i nostri politici hanno l’obbligo di tornare a servire l’interesse comune, così a lungo accantonato. E devono porsi una domanda: come faccio, nel 2013, a soddisfare questo bisogno diffuso di partecipazione alla vita pubblica, senza prendere in giro i cittadini?".

Domani sono in programma le Primarie del Centro-Sinistra. Lei parteciperà? E se sì, per chi voterà?
"Sì certo, parteciperò, sono già iscritta. Io ho avuto il privilegio di conoscere direttamente uno dei candidati, Renzi, avendo lavorato per lui in diversi percorsi partecipativi (una precisazione: ciò è avvenuto grazie a una mail che gli ho mandato poco dopo che era stato eletto Sindaco). Voterò Renzi perché lo stimo e penso possa dare uno scossone salutare al centro-sinistra, ma ho stima anche per Bersani".

L'ascesa del Movimento 5 Stelle non si arresta: che cosa pensa del modello di democrazia proposto da Grillo & Casaleggio, della loro idea di politica (e dei politici italiani)?
"Penso che sia importante che esista una forza politica che intercetta quest’ondata di insofferenza e che sappia accoglierla positivamente. Rappresenta anche un utile campanello d’allarme per il centro-sinistra. Ma penso che Grillo stia dando alcuni messaggi rischiosi: il primo è che la partecipazione debba per forza significare essere 'contro' la politica. Il secondo è che gli eletti debbano essere dei 'portavoce' dei cittadini. Tutto ciò mi pare in contrasto con quella che secondo me dovrebbe essere la buona politica, che si appoggia ad una solida pratica partecipativa e che cerca di ricomporre i punti di vista nell’interesse di tutti. C’è un principio costituzionale che dice che gli eletti devono agire in assenza del vincolo di mandato e questo significa proprio non essere dei portavoce dei propri elettori. Anche Obama, nel discorso  della vittoria, sia la prima che la seconda volta, ha detto che avrebbe governato nell’interesse di tutto e non della sua costituency".

Dica la verità, non dev'essere facile per chi, come lei, da anni si batte per salvaguardare concretamente la democrazia, osservare come quotidianamente i media diano spazio quasi esclusivamente alla politica delle dichiarazioni superficiali, degli slogan e delle risse. Cosa la spinge a non rassegnarsi e a continuare a lottare?
"La fiducia nelle persone. Lei non può neanche immaginare quante persone meravigliose si incontrano facendo questo lavoro e quante volte accade che le persone più scettiche, una volta coinvolte nel modo corretto, diventino dei sostenitori convinti. Questi processi innescano  meccanismi di apprendimento che tirano fuori il meglio della nostra società. Non è incoraggiante?".

 


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