Cimatti: "Il mio noir etologico? E' nato quando da piccolo vidi un orango allo zoo"

ANTEPRIMA/ Filosofo del linguaggio che da sempre mette il tema degli animali al centro dei suoi studi, Felice Cimatti si racconta con Affaritaliani.it in occasione dell'uscita del suo primo romanzo, "Senza colpa" (Marcos y Marcos): "Sembra che nessuno riesca a parlare degli animali senza subito dire che gli animali sanno fare questo ma non quest’altro, oppure che sono come noi, oppure ancora che sono tutto il contrario di noi umani...". E sul suo rapporto "particolare" con gli animali aggiunge: "Quando vedo un gatto, o una capra in un prato, non mi preoccupo più tanto di quello che possono pensare, li guardo e basta, se non li infastidisco, e rimango stupito per la meraviglia misteriosa di quello sguardo". E aggiunge: "In futuro vorrei raccontare la storia di uno scimpanzé triste...". L'INTERVISTA

Venerdì, 24 settembre 2010 - 16:36:00

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di Antonio Prudenzano

felice cimatti marcos y marcos
La copertina

"Senza colpa", in uscita per Marcos y Marcos il 30 settembre, è il primo romanzo (definito "un noir etologico che smaschera tutti e non assolve nessuno") di Felice Cimatti. L'autore, nato a Roma nel 1959,  è docente di filosofia del linguaggio all’Università della Calabria, a Cosenza. Non si era mai occupato di narrativa finora, ma in compenso ha pubblicato "Mente e linguaggio negli animali. Introduzione alla zoosemiotica cognitiva" (Carocci 2002), "La scimmia che si parla. Linguaggio, autocoscienza e libertà nell’animale umano" (Bollati Boringhieri 2000), "Il senso della mente. Per una critica del cognitivismo" (Bollati Boringhieri 2004) e altri saggi filosofici.

La trama di

felice cimatti marcos y marcos
L'autore
"Senza colpa" parte dal Centro per lo studio della coscienza animale, dove si fanno strani esperimenti sugli scimpanzé, dai quali gli animali escono sconvolti e spesso anche feriti. Il dottor Sauvage, scienziato senza scrupoli, vuole capire se in certe condizioni anche gli animali possono diventare crudeli come gli uomini. Ma un giorno Sauvage scompare.  La sua auto è nel parcheggio del centro, ma di lui non c’è traccia.  L’ispettore Mark Soul varca i cancelli di quello strano carcere per animali.  Incrocia sguardi avviliti, vede zampe, così simili a mani, stringere le sbarre delle gabbie, sente le urla di uno scimpanzé ferito. Cerca spiegazioni, ma il silenzio che lo circonda è omertoso, e nessuno sembra veramente interessato a parlare, soprattutto a far luce sulla scomparsa di Sauvage...

Cimatti, per il suo primo romanzo ha scelto un tema a lei caro, quello degli animali e del loro linguaggio. Come e quando nasce questa sua passione?
"La mia tesi di laurea, in Filosofia del linguaggio, alla Sapienza di Roma (relatore Tullio De Mauro), è stata sui linguaggi animali. Mi sono laureato nel 1983, e per preparare la tesi passai molti mesi nelle biblioteche di Roma, soprattutto quella del CNR al piazzale delle Scienze (ora si chiama piazzale Aldo Moro), leggendo una quantità di articoli di etologia. Allora non c’era internet, e trovare a Roma quello che mi serviva non fu semplice. Ricordo l’invidia che provai quando finalmente frequentai una vera biblioteca universitaria, quella di Berkeley, sempre aperta, con la possibilità di girare fra gli scaffali, con nessuna restrizione per le fotocopie, e con il personale che ti chiedeva espressamente di non rimettere a posto i libri dopo averli consultati. Da allora il tema degli animali è stato in modo diretto o indiretto al centro del mio lavoro filosofico. Su questi temi ho scritto un paio di libri, oltre ad avere rappresentato un costante punto di confronto rispetto alle ricerche sulla mente umana, perché per dire qualcosa di sensato su come siamo fatti noi serve sempre un confronto con chi è simile, ma anche diverso, da noi, gli animali non umani appunto. Ultimamente sono diventato sempre più animalista, nel senso che sono molto meno sicuro delle affermazioni che si fanno sul conto degli animali; sembra che nessuno riesca a parlare degli animali senza subito dire che gli animali sanno fare questo ma non quest’altro, oppure che sono come noi, oppure ancora che sono tutto il contrario di noi umani. Come scrive Derrida, un filosofo che non mi piace molto, ma che ha scritto un bel libro sulla filosofia e gli animali, sono davvero poche le persone che si fanno guardare da un animale, ad esempio un gatto, senza subito pensare di sapere tutto su quell’animale. Forse per questo, dopo averci pensato tanto (l’ultimo capitolo di 'Senza colpa' l’avevo in mente da anni), alla fine mi sono messo a scrivere questa storia. Perché quando vedo un gatto, o una capra in un prato, non mi preoccupo più tanto di quello che possono pensare, li guardo e basta, se non li infastidisco, e rimango stupito per la meraviglia misteriosa di quello sguardo".

Cosa pensa della moda editoriale del noir italiano? A quali autori si ispira?
"Non ne so molto del noir italiano, ne ho letti diversi, ma non è un caso forse che la storia che racconto sia ambientata negli Usa, anche se in realtà è una ambientazione molto astratta, poco realistica, in un luogo immaginario, un laboratorio sperduto nella periferia di qualche cittadina sconosciuta. Semmai mi piacciono molto le storie che hanno a che fare con la scienza, da Verne a Stevenson, per finire con Crichton; quando lessi Congo rimasi folgorato, una storia bellissima. Direi che mi piace la narrativa precisa, in cui le parole si attaccano a qualcosa di determinato, e se possibile a qualcosa che riesco ad immaginare (spesso la prosa filosofica sugli animali ha queste caratteristiche, penso ad esempio al libro di Condillac sugli animali). Ma poi mi contraddico subito, perché il romanzo che più mi ha colpito in questi anni è Austerliz, di Sebald, che è tutto un lungo viaggio nella memoria del protagonista. Anche se le descrizioni che contiene sono molto accurate, in realtà. Ecco, mi piace la letteratura – ma anche la filosofia - in cui le parole siano strettamente sorvegliate. Una letteratura in cui le parole alla fine scappano via, ma solo alla fine".

Registi specialisti in horror e thriller come Dario Argento e George Andrew Romero (ad esempio in "Monkey Shines - Esperimento nel terrore") nella loro filmografia hanno affrontato (in parte e a modo loro) il tema del suo romanzo. Si è ispirato anche a dei film per il suo ultimo libro?
"No, almeno consapevolmente. L’immagine che avevo in mente era quella di una scimmia che mi fissa da dietro le sbarre di una gabbia. Credo, se non ricordo male, di avere visto la prima scimmia viva allo zoo di Roma, credo fosse un orango, annoiato e solitario in una gabbia. Ero un ragazzino, ecco, forse la storia che racconto nasce da quello sguardo".

A proposito di cinema, crede che "Senza colpa" sia adatto a diventare un film?
"Non ne ho idea, mi sembra già una meraviglia che Marcos y Marcos abbia deciso di pubblicarlo, così, senza che nemmeno li conoscessi. Aspettiamo che qualcuno lo compri, questo libro, e poi lo legga, poi si vede. Proprio a proposito di gatti, ricorda come dice Trapattoni, l’allenatore di calcio, “non dire gatto se non l’hai nel sacco”. Ecco, poi si vede, intanto sono contento che sia stato pubblicato".

Sta già lavorando al prossimo romanzo? Sarà ancora "un noir etologico"?
"No, in realtà ora stanno per cominciare le lezioni all’Università, e alla specialistica farò un corso, un approfondimento di quello fatto lo scorso anno, proprio sull’animalità. Mi piacerebbe trovare un documentario, che vidi ad un convegno sull’evoluzione umana qualche anno fa, sulla storia di Washoe, una femmina di scimpanzé a cui provarono ad insegnare la lingua dei segni statunitense (la lingua gestuale che usano le persone sorde degli USA). Un documentario che voleva essere scientifico, e che a me sembrò agghiacciante, il tentativo di trasformare una scimmia in una piccola borghese di provincia degli USA negli anni ’60. Per fortuna poi Washoe crebbe, e divenne impossibile tenerla in una casa. L’esperimento fu interrotto, un mezzo successo oppure un mezzo insuccesso a seconda dei punti di vista, e passò il resto della sua lunga vita (è morta pochi anni fa) in giro per i laboratori di psicologia. Mi piacerebbe molto farlo vedere agli studenti. Poi, se questa storia funziona, se qualcuno la legge, magari ne scrivo un altro, qualche idea in mente ce l’ho, mi piacciono i personaggi che non parlano, e che aspettano qualcuno che li aiuti a dire quel che, da soli, non possono dire. Però, non è tanto che li aspettano, perché non parlano proprio, succede che qualcuno prenda la parola per loro. Ecco, sarà perché io sono un chiacchierone, ma mi piacciono le figure silenziose. Se scrivo un’altra storia ci sarà un’altra figura come quella della scimpanzé triste".

 

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