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Culture
Gianfranco Stella e la retorica dell’A.N.P.I

di Ludovico Polastri

Più volte l’A.NP.I ha dimostrato la propria opposizione a questo governo ed in particolare a Salvini ergendo i valori della Resistenza e della Liberazione come uniche verità storiche. Se c’è uno scrittore in Italia che ha avuto il coraggio di gettare una nuova luce sulla retorica della Liberazione e della Resistenza è Gianfranco Stella che di recente ha pubblicato un nuovo libro - Compagno Mitra - che racconta dei misfatti perpetrati dai partigiani durante la cosiddetta liberazione. Non voglio tuttavia parlare di questo testo ma di quello che forse lo ha reso più noto e che ha indotto l’A.N.P.I., l’associazione dei partigiani che è diventata molto attiva da quando si è insediato un governo definito “populista”, a diverse prese di posizione anche giudiziarie. L’opera a cui mi riferisco si intitola I Grandi Killer della Liberazione, testo corposo (quasi ben 600 pagine di documenti) che analizza e documenta i misfatti che i partigiani compirono non solo dopo l’armistizio ma anche a guerra finita, dopo il 1945. Interessanti sono le considerazioni riportate dall’autore nella premessa del testo. Cercherò di estrapolare solo alcuni concetti riportati, consegnando i singoli fatti di cronaca, notare bene, tutti documentati, alla lettura del libro.

Secondo Stella la Resistenza non fu determinante nelle sorti della guerra: i partigiani non sostennero che una sola battaglia, nel 1944 tra la Val Chisone ed il Sestriere. Gli Alleati non li armarono mai e non li ritennero affidabili lasciando loro solo tattiche di guerriglia “mordi e fuggi”. La pratica della tortura era molto diffusa. I partigiani avevano come obiettivo quello di conferire maggiori sofferenze alla vittima prima della sua soppressione e le torture contro le donne implicavano sistematicamente lo stupro collettivo. La teoria del riscatto nazionale non regge, infatti storicamente si verificò una contrapposizione armata tra coloro che si erano ideologicamente dichiarati partigiani ossia operai, braccianti, contadini e dall’altra parte la piccola e media borghesia produttiva, artigiani, commercianti. Falsa è l’affermazione che il popolo stava dalla parte dei partigiani; il popolo era prevalentemente attendista e voleva arrivare alla fine della guerra senza troppe tragedie. La Liberazione non fu nemmeno una guerra patriottica perché il senso della Nazione era estraneo al partito comunista (che incarnava il movimento partigiano) che voleva invece cambiare con l’ideologia la società civile. La Liberazione non si può catalogare come guerra di liberazione in quanto secondo le leggi di guerra è lecito uccidere il nemico se questo imbraccia le armi ma non se questo è inerme o addirittura si tratta di donne e bambini. La Liberazione fu invece un tentativo di rivoluzione coperta con il pretesto della necessità di sconfiggere il tedesco invasore (che l’Italia ha tradito, aggiungo io). Le uccisioni, che si contano a decine di migliaia furono eseguite ben dopo il 25 aprile; il resistenzialismo, sul piano antropologico, contribuì a far emergere la natura criminale di centinaia di partigiani e sul piano politico e storiografico si può affermare che senza il partito comunista non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. Resistenza e liberazione non sono, secondo l’autore, realtà equivalenti ma antitetiche. Gli eserciti alleati consentivano alle formazioni partigiane di emergere dalla clandestinità e porre in atto, protetti dall’aura della giustizia storica, la loro personale guerra politica.

I crimini perpetrati dai partigiani furono coperti da numerose amnistie che partirono dal 1948 fino al 1953;  con il decreto n.96 del 6 settembre 1946 si era vietato l’arresto dei partigiani. Moltissime istruttorie che erano restate aperte sui tavoli delle procure vennero di fatto chiuse nonostante avessero riguardato episodi di particolare efferatezza. Nel giugno del 1946 bisogna infatti ricordare che ci fu la cosiddetta amnistia Togliatti che ebbe effetti risolutivi sui reati commessi dai partigiani, coprendo qualunque crimine fino al 31 luglio del 1945 guarda caso dopo l’emersione di diverse sanguinose imprese partigiane.

Le amnistie e gli indulti che furono emanati tra il 1945 e il 1963 furono ben diciotto e riguardarono novantaduemila provvedimento giudiziari contro partigiani e trentamila contro i fascisti. I primi avevano accuse da ergastolo mentre i secondi maggiormente di collaborazionismo. Un altro aspetto contradditorio riguardava l’applicabilità di questi provvedimenti di amnistia dato che i partigiani si erano macchiati di delitti che non potevano essere derubricati così facilmente. Si trattava di stupri, sevizie su persone inermi, fucilazioni, uccisioni di bambini, sventramento di donne incinte, rapine furti. I legislatori si trovarono di fronte a fatti inimmaginabili. Per non vanificare lo spirito della pacificazione nazionale dovettero accettare di promulgare oltre a tutta quella serie di amnistie e indulti, tombali condoni giudiziari. Ben pochi dei criminali partigiani finirono in galera ed il massimo della pena non superò mai, anche nei casi più atroci, otto anni di reclusione.

Mi è sembrato giusto ricordare anche l’altra faccia della storia, così, per verità.

 

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