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Culture
Guido Pajetta, un maestro tra il Novecento e l’espressionismo
Venezia (Riva degli Schiavoni),  1939

di Raffaello Carabini

 

Non lo sapevo, parola di lupetto. Quando, alcuni mesi addietro, su queste stesse colonne (LEGGI) indicavo due pittori italiani del 900 che mi appassionano e che andavano riscoperti per il loro talento finora sottovalutato, non immaginavo che Milano stesse per offrire a Guido Pajetta le sale della più prestigiosa sede espositiva italiana. A Palazzo Reale è allestita infatti fino all’1 settembre la ricca antologica Miti e figure tra forma e colore.

(Del tutto distratti e ingrati si sono invece dimostrati finora gli amministratori di Cesena, dimenticando persino il ventennale della morte di Mario Bocchini, maestro multiforme, che regalò molte opere e persino un museo alla città romagnola, dove nacque e morì.)

Pajetta fu personaggio inquieto e anarchico, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, sempre affascinato da inedite curiosità operative, sempre “in grado di resistere a tutto tranne che alle tentazioni” artistiche. Formatosi all’Accademia di Brera secondo la tradizione ottocentesca – come mostra il “Ritratto di signora” del 1922 che apre l’esposizione e che gli fece, ventiquattrenne, ottenere il diploma -, aderì presto al Novecento, seguendo la lezione di Mario Sironi, ottenendo i primi riconoscimenti e la prima partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1928.

La sua “coloritura inconfondibile” e il ricco gusto compositivo, con l’aggiunta di una componente mitico-arcaista, che lo faceva accettare alle mostre del Sindacato Nazionale Fascista delle Belle Arti, lo portarono verso una prima definizione stilistica personale, con un’apertura insieme lirica e misteriosa. “Viaggio nel mito” del 1930 oppure la poetica “Madonna” del 1932 sono opere già “insubordinate” rispetto al clima imperante, prologo al desiderio liberatorio che, anche grazie ad alcune esposizioni all’estero (specie a Parigi, dove il suo colorismo acquisì sempre più consonanza con quello dei fauves), lo portò a confrontarsi con suggestioni tardocubiste e le immaginazioni della metafisica.

In seguito la sua disinvolta leggerezza gli fece dimenticare le atmosfere cupe e le forme volumetriche sironiane per scoprire il naturalismo chiarista e un paesaggismo urbano quasi sentimentale, come in “Fiori a Venezia” e in vari autoritratti (ce ne sono una serie, di varia datazione, raccolti insieme a riempire un’intera parete). Con il dopoguerra invece Pajetta alimentò la necessità di una nuova sintesi, che lo portò verso un sempre più esplicito sentire espressionista, tra sintesi formale e colori vibranti.

Negli anni 50 fu saltuariamente a Parigi, dove assorbì nuove prospettive, espose a Londra e visse la svolta drammatica, di crisi, riflessiva, che ebbe come riferimento Georges Rouault, e persino Francis Bacon, con la sua “pittura che ti colpisce direttamente al sistema nervoso”. Dalla metà dei 60 alla morte, avvenuta nel 1987, iniziò così a dipingere personaggi che sembrano vivere il complicato dramma della separatezza individuale, immersi in una personale calamità esistenziale, che è inafferrabile e incomprensibile per il resto del mondo. Lo definivano “sconcertante, con la sua indiavolata tavolozza ripiena di sorprendenti intemperanze”.

Un espressionismo esistenziale che non ha eguali nella pittura italiana – unico parallelo possibile quello con Bruno Cassinari -, con nudi che nulla hanno di erotico, con l’ironia che diventa graffio grottesco, con una sofferenza immediata resa da scontri di zone cromatiche e incidenza progressiva del nero.

L’esposizione milanese raccoglie 95 opere e segue un percorso all’inizio cronologico e poi tematico, analizzando il ritratto, la natura morta, le maschere, la figura femminile, il paesaggio, la guerra. Ha il solo difetto di non sottolineare a sufficienza l’ultima produzione del maestro, ma certamente riesce a illuminare appieno il tragitto di un grande artista totalmente in sintonia con un secolo che ha scosso dalle fondamenta la visione del mondo, mutandola in maniera irreversibile.

 

 

Guido Pajetta – Miti e figure tra forma e colore

Palazzo Reale

piazza del Duomo, 6 - Milano

orari: lunedì 14,30/20; martedì, mercoledì, venerdì, domenica 9,30/19,30; giovedì e sabato 9.30/22,30

ingresso libero

catalogo Skira edizioni

info www.palazzorealemilano.it

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