Il manifesto per i filosofi giardinieri...

Il giardino: ultimo rifugio della spiritualità e della poesia; ultima frontiera al di qua della barbarie e dell’alienazione; ultima utopia – ma un’utopia pratica, tangibile. Ne parla un piccolo e brillante saggio che dal 1912, anno della sua pubblicazione, circola quasi clandestinamente in Inghilterra. Lo scrisse Jorn de Précy, e ora Ponte alle Grazie lo porta nelle librerie italiane. Si chiama "E il giardino creò l’uomo - Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri" (a cura di Mario Martella) - LEGGI SU AFFARITALIANI.IT LA PREFAZIONE - E in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente (in programma domani) Ponte alle Grazie pubblica anche l'inchiesta "Il libro nero dell'agricoltura" di Davide Ciccarese... I PARTICOLARI

 

 

LA PLALA adGLILA TOsssssddddddddgL'Lfgggggg

 

IL 5 GIUGNO LA GIORNATA MONDIALE DELL’AMBIENTE

 

Per l'occasione Ponte alle Grazie pubblica "Il libro nero dell'agricoltura", un'inchiesta sul "Green" di Davide Ciccarese. In cui un agronomo svela magagne, sprechi e storture di come produciamo quello che mangiamo...

Ponte alle Grazie

 

LO SPECIALE

Libri

 

Scrittori, editori, editor, interviste, recensioni, librerie, e-book, curiosità, retroscena, numeri, anticipazioni... Su Affaritaliani.it tutto sull'editoria libraria

"Fate giardini! Veri giardini, naturalmente, luoghi indomiti, fuorilegge. […] Tracciate il vostro disegno sulla faccia della terra, che si presta sempre volentieri ai sogni dell'uomo, piantate un giardino e prendetevene cura. E proteggete anche i giardini che restano e che resistono, i vecchi luoghi abitati dalle piante che arrivano da lontano e continuano a sognare, nonostante l'insensato baccano che li circonda. Lavorate con i poeti, i maghi, i danzatori e tutti gli altri artigiani dell'invisibile per rimettere al suo posto il mistero del mondo". Lo scrisse all'inizio del secolo scorso  Jorn de Précy, e ora Ponte alle Grazie lo porta nelle librerie italiane. Si chiama "E il giardino creò l’uomo - Un manifesto ribelle e sentimentale per filosofi giardinieri" (a cura di Mario Martella), ed è un breve e brillante saggio che dal 1912, anno della sua pubblicazione, circola quasi clandestinamente in Inghilterra.

I PARTICOLARI SUL LIBRO - Il giardino: ultimo rifugio della spiritualità e della poesia; ultima frontiera al di qua della barbarie e dell’alienazione; ultima utopia – ma un’utopia pratica, tangibile. Questi i temi che Jorn de Précy, giardiniere-filosofo attivo a cavallo fra Otto e Novecento di cui poco si sa, ma che è da sempre oggetto di venerazione da parte degli appassionati, ha riunito nel suo E il giardino creò l’uomo. Questo scritto vibrante è soprattutto il manifesto di un’idea del giardino che l’autore riuscì a realizzare nella sua tenuta di Greystone, nell’Oxfordshire; un’idea straordinariamente attuale e ancora, nella sostanza come nella forma, rivoluzionaria, quella del giardino selvatico. Nel fare il giardino, l’uomo – sostiene de Précy – deve restare in ascolto della natura, del genius loci, non forzare ma assecondare le forze che vi operano, mettendosi al loro servizio e riallacciando così il legame con il mondo naturale; il quale lo ripagherà regalandogli il piacere più compiuto e nello stesso tempo inesauribile, lo spettacolo della vita e delle stagioni. Trattato di storia dei giardini, memoir e nello stesso tempo appassionato pamphlet politico, E il giardino creò l’uomo è anche il ritratto di un uomo originale e, a suo modo, enigmatico; al termine della lettura ci sembra di vederlo scomparire lungo uno dei sentieri dell’amato Greystone, a raggiungere gli dèi che si celano tra le sue piante.

Giardino

L’AUTORE - Jorn de Précy nasce a Reykjavik nel 1837, figlio di un ricco commerciante discendente di stirpe bretone. Dopo aver visitato Roma e la Toscana e aver vissuto a Venezia e a Parigi, nel 1861 si stabilisce in Inghilterra. Trascorre alcuni anni a Londra e quindi nell’Oxfordshire, dove nel 1865 acquista il giardino di Greystone. E il giardino creò l’uomo, pubblicato in Inghilterra nel 1912, è il suo unico scritto giunto alla pubblicazione.

IL CURATORE - Marco Martella è storico dei giardini. Vive e lavora a Parigi, dove ha fondato nel 2010 la rivista Jardins (éditions du Sandre) sulla filosofia e la poetica del giardino.

 

PonteAlleGrazie

SU AFFARITALIANI.IT LA PREFAZIONE
(Testo tratto da Jorn de Précy, E il giardino creò l’uomo (Ponte alle Grazie), a cura di Marco Martella, pp.124, euro 10,00)

di Jorn de Précy

«Ecco l’ennesimo trattato scritto da uno dei nostri aristocratici, giardiniere dilettante e proprietario di un parco immenso, per rifilarci le sue bizzarre idee sui giardini!» Mi sembra già di sentirli, i commenti del lettore che sfoglia questo opuscolo, raccolto sullo scaffale della libreria. Commenti veri e falsi nello stesso tempo. Falsi, perché io non appartengo né all’aristocrazia inglese, né – come spesso il mio nome fa credere – a quella francese. Sono nato più di settant’anni fa a Reykjavik, in Islanda, isola che ho lasciato a diciotto diretto in Inghilterra, la patria dei giardini. Veri, perché sono, sì, un «giardiniere dilettante», titolo di cui vado fiero. Quanto al mio parco, che si estende per appena quattro ettari, si trova nell’Oxfordshire: è il giardino di Greystone, di cui avrete certamente sentito parlare se l’arte dei giardini v’interessa anche solo un poco. Infine, per ciò che concerne le mie idee sul giardinaggio, lo ammetto: anche a me, talvolta, suonano leggermente bizzarre. Bambino, ho scoperto i giardini grazie ai romanzi inglesi e francesi che mia madre faceva arrivare dal Continente e che adoperava, dopo averli letti, per insegnarmi le lingue straniere, la sera, accanto al caminetto. Quelle descrizioni di luoghi incantati, carichi di profumi e di fiori dai colori meravigliosi, mi facevano forse sognare? Non proprio. Cosa significavano per me? Se si eccettuava qualche sparuto orto di campagna, non c’erano giardini nella mia isola, battuta senza tregua dai venti. I fiori erano rari, gli alberi rachitici, i paesaggi vuoti. Un giorno (quanti anni avevo? Quattordici? Quindici?), mentre camminavo senza meta sulle colline nude, perduto in chissà quali pensieri tormentati come spesso accade durante l’adolescenza, mi imbattei in un boschetto di betulle. Erano disposte in cerchio, un cerchio perfetto, come tracciato col compasso. Le loro cortecce argentate, biffate di nero, attirarono prima i miei occhi, poi la mia mano. All’interno del cerchio, colpite da un raggio di sole, mi apparvero in mezzo all’erba e al muschio le corolle color malva di minuscoli ciclamini. Le betulle m’invitavano a entrare in quel cerchio. Non appena lo feci, mi sentii invadere da una gioia indescrivibile – sì, «invadere» è il termine esatto, perché quel sentimento penetrò in me. Mi trovavo forse presso la dimora di un elfo o di una delle tante creature senza nome che abitano la mia isola? Mi sedetti su quel morbido tappeto, appoggiai la schiena a un tronco, e chiusi gli occhi. Quando li riaprii mi parve che, inspiegabilmente, l’universo intero mi si offrisse alla vista. Potevo vedere oltre la valle che si stendeva davanti a me, oltre la cresta rossastra dei vulcani, fino al mare, dove un peschereccio navigava placido, e ancora oltre, per quanto potesse sembrare strano, fino alle coste dell’Europa. La terra nella sua vastità là fuori e quel cerchio felice, come un ventre materno, un luogo protetto… «È dunque questo, un giardino… » dissi a me stesso, la gola serrata. Mentre il giorno muore, osservo le tenebre calare su Greystone fuori dalla finestra del mio studio. Le cime delle querce, dei sicomori e dei carpini che io stesso ho piantato iniziano a prendere i colori autunnali. Guardo le loro sagome sfumate dalla nebbia e rivedo quegli alberi dal tronco bianco e il tappeto di ciclamini che m’accolsero quel giorno. Saranno ancora là, in quella valle solitaria ai confini del mondo? Un filo invisibile unisce questi due luoghi, il giardino che per primo mi ha incantato, e che non era opera dell’uomo, e il giardino che ho creato io stesso. So bene che Greystone, di cui vado tanto orgoglioso e che paesaggisti e giardinieri vengono da lontano a visitare, è null’altro che la copia del primo, la sua eco attraverso il tempo e lo spazio. La felicità che dona è la stessa. Ancora oggi, quando vi passeggio, mi accade, proprio come quella prima volta, di provare la sensazione che nel giardino il mondo può trovare, come per magia, un ordine felice. Se fossi filosofo, direi addirittura: un senso. Ma quale senso? In cosa consiste questa gioia traboccante, quest’abbondanza di vita? Ancora oggi non sono in grado di rispondere. Non sono filosofo, ma questo so: nel nostro tempo troppo pieno di sé e delle sue conquiste, in questa nostra società in cui sembra che il destino di qualsiasi attività sia generare ricchezza, soddisfare desideri perlopiù superflui, abbiamo dimenticato un bisogno, tanto essenziale quanto mangiare o bere: abitare un mondo dotato di senso. Parlo naturalmente del nostro bisogno di spiritualità. Oh, me ne rendo conto, questa parola desueta suona sospetta alle orecchie dei devoti della modernità. Evoca immagini tenebrose di cattedrali gotiche, di tribunali dell’Inquisizione, di vecchi bigotti malevoli dai volti coperti di rughe. Si associa immancabilmente all’ideale romantico più retrogrado, quello del ritorno a un passato di superstizione, abuso e violenza. In me, invece, essa evoca lo stupore di fronte alla magia del mondo e visioni di giardini ricolmi di una bellezza benefica alla quale, nella nostra società democratica, ha accesso un numero sempre più esiguo di persone. Nella distanza, ogni giorno più grande, che abbiamo messo tra noi e la natura vediamo gli effetti nefasti di questa perdita di spiritualità. Ci siamo allontanati, forse irrimediabilmente, dal mondo naturale, sano e vigoroso in cui il mistero della vita si manifesta in tutta la sua luminosa pienezza, e che per millenni è stato la dimora degli uomini. Presto lo scenario delle nostre vite sarà esclusivamente l’ambiente artificiale della città moderna. In quel labirinto sordido e turbolento che chiamano Londra – a Charing Cross, mentre affrettiamo il passo verso il treno che ci riporterà nei suburbi, o sul marciapiede di Oxford Street, in mezzo alla folla e agli edifici neri di smog –, noi siamo sempre più soli. E non è molto diverso nei villaggi e nelle campagne, sovente sfigurati da un’agricoltura meccanizzata e senz’anima, dalla bruttezza delle officine e dei manifesti pubblicitari da poco in voga. Ormai siamo circondati da uno spazio inerte che non esprime più nulla, che non ha niente da raccontare ai nostri cuori fattisi sordi, ma pur sempre assetati di storie e di mistero. Può essere che la terra stessa – gli animali, le pietre, i fiori – senta la nostra mancanza, percepisca la scomparsa dello sguardo amoroso dell’uomo? Così l’umanità moderna, che già conosce nel proprio intimo la separazione di corpo e mente, ragione e sentimento, ogni giorno si allontana un poco di più dal mondo che la circonda. Non avendo più accesso alla propria umanità, si limita a funzionare, come la macchina che è divenuta il suo modello, in un universo che le è completamente estraneo. Ecco: solo i giardini resistono al naufragio della modernità. Di questo tratta il libro che tenete fra le mani: di come solo questi luoghi sfuggano ai disastri della storia invitandoci in rifugi incantati, lontani dalle perversioni della civiltà. La sua dunque è una grande ambizione, e forse sopravvanza i miei poverissimi mezzi: dimostrare che nel nostro mondo esistono ancora luoghi reconditi in cui possiamo ritrovare, nel dialogo e nella familiarità con la natura, nei nostri cuori, ciò che ci rende umani e degni del bello che la vita offre. Prima di continuare, però, mi scuso con il lettore se le mie argomentazioni potranno apparirgli faziose. Sono già stato rimproverato per le mie prese di posizione radicali e per la mancanza di obiettività che permea le mie idee in materia di giardini. Lo ammetto: sono troppo vecchio per perdere tempo con l’obiettività e il distacco critico. Peraltro, confesso di non aver mai compreso a cosa serva veramente questo famoso distacco. Un argomento come quello del giardino, che tocca le corde più intime, sensibili, talvolta contraddittorie del nostro essere, ha forse bisogno di rigore scientifico? In queste pagine, allora, io offrirò esclusivamente i frutti delle mie riflessioni, maturati negli anni grazie all’amore e alla pratica del giardinaggio. Si tratta di ciò che di più intimo vi è in me. E, nonostante il mio tono possa apparire perentorio, lo farò con tutta l’umiltà di cui sono capace. Questo libro non è dunque l’ennesimo trattato che ha per oggetto regole compositive, ma piuttosto una meditazione su quell’arte dei giardini che è molto più di un’arte, pur accontentandosi di uno status più umile rispetto a quello delle arti patentate (tanto umile, che spesso viene considerata un semplice passatempo). È una raccolta di liberi pensieri su tutto ciò che, nell’esperienza del giardino, ci chiama in causa come esseri umani. Non ho regole da insegnare al lettore, perché nell’arte dei giardini non ve ne sono, a eccezione di quella che impone rispetto per il luogo in cui operiamo. Quando si crea o si mantiene un giardino bisogna sempre fare atto di modestia. Il luogo ha origini lontane, più lontane delle nostre. Possiede una storia in cui abbiamo il dovere di entrare in punta di piedi. A parte questo, ripeto, niente regole. Non tratterò neppure di tecnica; benché sia appassionato di orticoltura, la tecnica in sé mi annoia. Il giardinaggio è un esercizio spirituale, una maniera di guardare il mondo, di interrogare la natura da vicino. Non è tecnica, ma poesia. E qui vedo il lettore scuotere ancora la testa. Che sia giardiniere esperto o dilettante, magari abbonato a Gardening Illustrated, commenterà, tra sé e sé: «Quante baggianate! Neanche se il giardinaggio fosse un affare da poeti! Non consiste forse nel conoscere le piante e le loro necessità, le diverse specie di suolo, le tecniche per moltiplicare per talea o per innesto, potare, trapiantare, debellare i pidocchi e le cocciniglie?» Tutto ciò è – come negarlo? – fondamentale per la vita del giardino. Ma questo lettore ha imboccato il sentiero sbagliato: ragiona come un uomo del suo tempo, per il quale è sempre questione di conoscenze da padroneggiare. Ebbene, no: il lavoro del giardiniere non conosce interruzione tra l’operato della mano, dello spirito e del cuore! Quando rimescola sapientemente il terreno con le dita, allargando lo scavo in cui metterà a dimora una pianta, il suo spirito esplora il mistero di quella profondità accogliente, umida, formicolante di vita. Mentre diserba, e pensieri, ricordi e fantasticherie gli attraversano la mente, s’interroga sulla vita e si lascia interrogare da essa. Il giardinaggio, caro lettore, non è che un dialogo ininterrotto con la terra. Certo, come dicono le riviste di giardinaggio più sempliciotte, se nel mondo vi è ancora un poeta, questi è proprio il giardiniere! Un poeta felice, un idealista che per qualche ora al giorno vive immerso nel proprio ideale e senza posa lo trasforma in realtà grazie alla compiacenza della natura. E mentre lavora dimentica tutto, compreso se stesso. Anche in questa sera d’autunno l’erba non smette di crescere nel prato attorno a lui, mentre le foglie approfittano degli ultimi raggi di sole. Su un ramo, un frutto sta maturando, ciliegia o mela, arrotondandosi sotto la volta del cielo. La terra odora di fresco, di foglie morte bagnate, della notte che si approssima. E il giardiniere si ferma. Appoggiato alla zappa, contempla con tutto comodo il giardino al calare del buio. Mormora parole che lui stesso non comprende. Qualche formula pagana, senza dubbio, ritornata a galla da tempi immemorabili. Forse nel suo sorriso c’è un’ombra, la traccia di qualche tormento, un leggerissimo dolore. Avrà percepito la prima fragranza dell’inverno, il primo brivido di freddo del giardino? Il giardiniere ama l’inverno. Prova affetto per i lunghi mesi in cui non vi è altro da fare che portare pazienza, osservare, contemplare l’intrico dei rami spogli, il sole basso all’orizzonte che si riflette sulla superficie dello stagno. Ma l’inverno è melanconico, e forse il giardiniere si sta interrogando. «Mio bel giardino, ci sarai ancora, la prossima primavera? Davvero ritornerai?»

Greystone Garden,

Chipping Norton,

1 ottobre 1911

 

 

 


Zurich Connect

Zurich Connect ti permette di risparmiare sull'assicurazione auto senza compromessi sulla qualità del servizio. Scopri la polizza auto e fai un preventivo

Abiti sartoriali da Uomo, Canali

Dal 1934 Canali realizza raffinati abiti da uomo di alta moda sartoriale. Scopri la nuova collezione Canali.

In evidenza

Ascolti, Isola dei Famosi top Harry Potter batte Floris

I sondaggi di

Secondo te, chi ha maggiori possibilità di sconfiggere Matteo Renzi alle prossime elezioni politiche?

RICHIEDI ONLINE IL TUO MUTUO
Finalità del mutuo
Importo del mutuo
Euro
Durata del mutuo
anni
in collaborazione con
logo MutuiOnline.it