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Culture

di Alessia Liparoti

L'INTERVISTA A LIVIA MANERA SUL DOCUMENTARIO DEDICATO A ROTH

philip roth

 

Con il suo film documentario ha rivelato al grande pubblico le origini familiari, gli esordi letterari, la genesi delle opere - quasi sempre scritte in piedi - ma soprattutto l'uomo senza la "maschera" dello scrittore. La giornalista e saggista Livia Manera, corrispondente del Corriere della Sera, è l'autrice e regista insieme a William Karel del docu-film "Philip Roth. Unmasked", alias "Philip Roth rivelato" trasmesso ieri per la prima volta dalla Rai, che lo ha coprodotto con Arte, canale culturale della tv franco-tedesca a due anni dal successo della messa in onda sulla rete d'oltralpe. L'occasione è stata la riccorrenza ieri, 19 marzo, dell'80esimo compleanno del celebrato autore americano. Grazie alla sua amicizia con lo scrittore, la giornalista  ha dato vita a un ritratto sincero e naturale del gigante che ha scosso l'America degli anni '60 con le elucubrazioni sessual-psicanalitiche di Alexander Portnoy, gigante che si avvia all'addio alla scrittura (le riprese risalgono al 2010) poco dopo quello che sarebbe diventato il suo ultimo libro, Nemesi. In questa intervista ad Affaritaliani.it, Livia Manera racconta il suo primo incontro, o meglio, 'non-incontro' con Philip Roth, la nascita di un'amicizia e di un rapporto di stima e fiducia reciproche senza le quali non sarebbe stato nemmeno immaginabile questo film. Un film che è diventato ormai la migliore chiave d'accesso, dopo la lettura dei suoi romanzi, al mondo, al pensiero e alla storia di quello che è definito il più grande scrittore vivente.

Come è arrivata a conoscere Philip Roth e al rapporto di amicizia che ne è scaturito?
Inizialmente è stata una conoscenza professionale. Ho intervistato Philip Roth nel 2000 quando è uscita La macchia umana. In realtà è stato un ‘non-incontro’. Lui avrebbe rilasciato un’unica intervista per l’Italia, relativa al suo nuovo libro. Una volta arrivata a New York il suo agente mi ha detto che l’intervista si sarebbe fatta per telefono. Io mi sono arrabbiata e ho detto di no. Dovendo stare a New York due settimane ho aspettato ogni giorno che cambiasse idea. Fino a che l’ultimo giorno, costretta, ho realizzato l’intervista al telefono e durante la telefonata Roth mi ha detto: ‘Però è un peccato che non ci siamo incontrati di persona. Vorrei invitarla a bere un drink domani’. Io gli ho risposto: ‘Ma domani parto’. E così siamo rimasti d’accordo che quando sarei tornata in città mi sarei fatta viva e ci saremmo incontrati. Così è stato. È iniziato un rapporto professionale che poi negli anni è diventato un rapporto personale e di amicizia.


E come è arrivata a realizzare un film documentario su di lui?
Stavo lavorando a un progetto per Rai3 per Minoli su una serie di ritratti di scrittori americani. Una volta ho cenato con Philip a New York e gli ho chiesto cosa ne pensasse di questo lavoro. Io non avevo una vasta esperienza di televisione e lui è molto generoso di consigli per cui ne discutemmo. Lui subito mi ha domandato: ‘Ma in realtà mi stai chiedendo se io parteciperei?’. Io gli risposi di no perché sapevo che non l’avrebbe mai fatto e non avevo intenzione di sentirmi dire di no. Alla fine di questa cena mi ha spiazzato dicendo: ‘Ma quando lo chiedi a me?’. Glielo chiesi e lui rispose: ‘Sarei felice di farlo’. Da lì tutto è cambiato. Era un’occasione unica perché lui non aveva mai fatto niente del genere e così pensai di fare un film intero su di lui. Ne seguì una coproduzione Rai e Arte.


Come si è accostata al documentario considerando la nota ritrosia di Roth ad essere intervistato, per di più davanti a una macchina da presa?
L’ho intervistato varie volte e mi ha sempre concesso delle ottime interviste, in quanto persona estremamente intelligente che dice cose interessanti. Tuttavia ogni volta mi sono ritrovata davanti una persona rigida, vagamente scocciata, impaziente di finire e con l’orologio in mano perché quando sta scrivendo un libro detesta fare interviste: lo sottraggono dal suo lavoro. Il Roth intervistato e il Roth nella vita normale sono due persone completamente diverse. La cosa speciale di questo documentario è che mostra una persona irresistibilmente simpatica, spiritosa e aperta. Che corrisponde al Philip Roth che io ho conosciuto da amica e non da giornalista. Non pensavo che davanti alla macchina da presa si trovasse così a proprio agio, temevo che si irrigidisse. E invece fortunatamente l’esito è stato diverso.


A cosa attribuisce l’atteggiamento così sereno da parte di Roth nel girare questo film?
Credo per una serie di circostanze fortunate. Per esempio che in quel momento non stava scrivendo un libro e, nonostante questo fatto, non fosse depresso (cosa che gli capita spesso tra un libro e l’altro). Poi forse perché ci conosciamo molto bene. Lui nella settimana che abbiamo girato, si è comportato come nella vita normale e si è divertito tantissimo nel farlo. E poi un altro fatto ha reso più forte il nostro rapporto di amicizia e di fiducia reciproca. Prima di questo film non avevo letto tutti i suoi romanzi. Per prepararmi meglio a questo progetto decisi di leggerli tutti, in ordine cronologico e in lingua originale. È stata un’esperienza intensa che ha comportato anche del tempo, ma sicuramente mi ha reso più accessibile il suo mondo. Ed è stata anche per lui un’occasione per ripensare alla propria opera. Spesso si dà per scontato che gli scrittori si rileggano. In realtà non è così. Per cui trovarsi davanti una persona che ha letto di recente tutti i tuoi romanzi diventa per loro, e lo è stato particolarmente per Roth, un modo per recuperare dei dettagli, delle sfumature: si diventa come uno specchio per loro.
 

E Roth come ha giudicato il film una volta montato?
È stato molto attento al controllo della fase di montaggio perché voleva accertarsi che nel tagliare e assemblare le scene non venisse travisato ciò che aveva detto. È un uomo precisissimo e molto esigente. Alla fine ne è stato contento e mi ha dimostrato una forte gratitudine per questo lavoro, ha persino detto che gli ho fatto un favore.
 

In effetti questo documentario è diventato un punto di riferimento imprescindibile per studiosi, giornalisti e appassionati che si accostano a questo autore, una splendida soddisfazione anche per lei.
Sicuramente è stato il progetto che mi ha più gratificato e sapere che dal settembre 2011, quando è stato trasmesso con successo da Arte (canale televisivo culturale franco-tedesco, ndr) è diventato il punto di partenza per conoscere Roth, è un’emozione incredibile.
 

Per lei che lo consoce così bene, Roth ha davvero detto addio alla scrittura?
Chi lo conosce sa che, prima di dichiararlo ufficialmente alla stampa, Roth diceva di non voler più pubblicare. Eppure continuava a scrivere. Io credo che si sia liberato dall’impegno ferreo e quasi ossessivo della scrittura finalizzata alla pubblicazione. La sua vita è effettivamente più leggera. Detto ciò, dubito che in assoluto non stia più scrivendo. Magari non sta lavorando a un nuovo romanzo o a un testo specifico, ma nessuno diventa un ‘ex scrittore’. A maggior ragione uno come lui.

di Alessia Liparoti

“Amo scrivere per i bambini perché i piccoli credono ancora nei miracoli, e non pensano che il loro scrittore preferito debba salvare il mondo. Solo gli adulti hanno pensieri così infantili”. Parola di Isaac Bashevis Singer citato dal giornalista e scrittore Antonio Monda nell’introduzione alla sua raccolta di interviste Il paradiso dei lettori innamorati in libreria per i tipi di Mondadori.
 

E in questo libro Monda inserisce la conversazione con uno degli scrittori contemporanei più venerati, ritenuto da molti adulti, più o meno infantili, un autentico gigante in grado se non di salvare il mondo, perlomeno di renderlo migliore. Scrittore che proprio ieri, 19 marzo, ha compiuto 80 anni: Philip Roth. L’autore del controverso e rivoluzionario Lamento di Portnoy, il creatore di uno degli alter ego letterari, Nathan Zuckerman, più affascinanti della letteratura contemporanea, lo scrittore accusato di misoginia (ma dopo quel primo disastroso matrimonio stigmatizzato in La mia vita di uomo e in Ho sposato un comunista persino il Woody Allen di Manhattan sarebbe stato più corrosivo) e addirittura di essere ‘nemico degli ebrei’ (lui che in ogni suo testo non manca di citare contraddizioni e fascino della cultura ebraica, la sua), insomma il padre della Pastorale Americana e de La macchia umana, di Goodbye, Columbus e di Nemesi: 31 libri in 60 anni, aggiudicandosi i premi più prestigiosi. Tranne uno.
 

Secondo una recente inchiesta condotta dal New York Magazine, l’87% degli americani giudica Roth il migliore scrittore vivente e considera scandaloso il mancato riconoscimento del Nobel. Ma lui la sua «Stoccolma» afferma di averla vissuta il giorno in cui nella sua città d’origine, Newark, gli hanno intitolato la strada dove è cresciuto e alla festa hanno partecipato una cinquantina di neri anziani, reduci dal «Philip Roth Bus Tour» nei luoghi della sua vita e dei suoi romanzi. Gita particolarmente gettonata in occasione dell’80esimo: solo 35 dollari per entrare nel mondo dell’autore di Il teatro di Sabbath.


Per festeggiarlo in questi giorni al Film Forum di New York è stato proiettato un documentario su di lui, “Philiph Roth rivelato” ad opera della giornalista italiana Livia Manera (che abbiamo intervistato) e di William Karel mentre ieri sera la Philip Roth Society gli ha tributato una cerimonia d’onore presentata da Jonathan Lethem, Hermione Lee e Claudia Pierpont Roth. Lui nel frattempo si gode la «pensione» dopo aver annunciato lo scorso autunno di dire addio alla scrittura e di volersi dedicare unicamente alla sua biografia, affidata a Blake Bailey, e alle sue nuotate mattutine in piscina. E poi a passeggiate (“ormai le persone mi vedono prima di tutto come un anziano che ha bisogno di qualcuno per attraversare la strada”) e alla visione di film.


La passione per il cinema è testimoniata proprio nel libro di Monda citato all’inizio. Un testo che contiene le conversazioni a proposito dei cinque film più amati e più detestati da 20 scrittori, per lo più americani, tra cui Don DeLillo, Paul Auster, Martin Amis, Jonathan Franzen e poi lui, Philip Roth. Che non risparmia la sua pungente ironia per stigmatizzare due delle pellicole tratte dai suoi romanzi: «Come si fa a scritturare Anthony Hopkins nel ruolo di un uomo di colore? Al limite può occultare di essere gallese» ha dichiarato a proposito della trasposizione della Macchia umana e non è meno mordace nell’affermare di non aver capito come abbiano fatto a scegliere un attore anglo-indiano come Ben Kingsley (che ha interpretato Gandhi, ndr) per il ruolo di un malato di sesso e desiderio come David Kepesh, il protagonista de L’animale morente. Nell’intervista Roth rivela di adorare Akira Kurosawa ma anche Toro scatenato di Scorsese e il Paul Thomas Anderson de Il petroliere. «Ritengo che i grandi film – confessa a Monda – non abbiano nulla da invidiare ai grandi romanzi. Il problema è che si vedono in giro troppi film mediocri. Ma si potrebbe dire lo stesso dei romanzi». E dopo il suo addio alla scrittura per molti (infantili o meno) sarà così.

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"il paradiso dei lettori innamorati"antonio mondamondadoriphilip roth

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