Joanne Harris ad Affaritaliani.it: "Dopo 'Chocolat' basta film tratti dai miei libri..."

IL PERSONAGGIO/ "Il mio nuovo romanzo è nato da un viaggio per le strade di Napoli, anni fa, durante il quale un tassista di mezz’età mi ha raccontato come sua madre imponeva a lui e ai suoi fratelli di vestirsi ognuno in un diverso colore...". Joanne Harris, già autrice di grandi successi come "Chocolat" e "La Scuola dei Desideri", racconta ad Affaritaliani.it “Il Ragazzo dagli Occhi Blu” (Garzanti), che affonda le sue radici nell’ambiente del web e nelle pieghe di una fosca storia familiare. E rivela: "Dopo 'Chocolat' basta film tratti dai miei libri. Finchè chi vuole acquistare i diritti dei miei libri non mi lascerà la possibilità di collaborare alla sceneggiatura, preferisco continuare a lavorare solo per i miei lettori". L'INTERVISTA

Giovedì, 11 novembre 2010 - 19:08:00

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di Alfonso Mastrantonio

garzanti
La copertina
Questa settimana è uscito nelle librerie italiane “Il Ragazzo dagli Occhi Blu”, ultima fatica di Joanne Harris, già autrice di grandi successi come Chocolat e La Scuola dei Desideri e di molti altri romanzi ricchi di atmosfere retrò, segreti disturbanti e fascinazione per sapori ed odori. Il suo nuovo libro, invece, affonda le sue radici nell’ambiente della Rete e nelle pieghe di una fosca storia familiare: attraverso le pagine di un macabro blog, dove realtà e finzione sfumano inevitabilmente una nell’altra, faremo la conoscenza di Blueeyedboy, ultimo di tre fratelli ossessionati da una madre troppo invadente e dal crudele destino di una bambina non vedente dotata di un talento misterioso. La Garzanti, che ha distribuito in Italia tutte le opere della Harris, ci ha dato la possibilità di fare due chiacchiere con questa affabile ed elegante signora inglese.

Da dove è nata l’idea di partenza per "Il Ragazzo dagli Occhi Blu"?
Nel romanzo convergono svariate idee che avevo in mente da tempo. Lo spunto iniziale, però, è nato da un viaggio per le strade di Napoli, anni fa, durante il quale un tassista di mezz’età mi ha raccontato come sua madre imponeva a lui e ai suoi fratelli di vestirsi ognuno in un diverso colore, per non creare discussioni sul guardaroba, e come si fosse trascinato l’abitudine  di vestirsi completamente di blu anche in età adulta. Un aneddoto così curioso mi ha spinto a ragionare sulle conseguenze psicologiche di un’educazione del genere ed è diventato la base di partenza per sviluppare il personaggio principale.

Cosa ti ha spinto a scriverlo sotto forma di blog?
Ho sempre scritto di piccole comunità in passato, come villaggi o collegi. Raccontare di una comunità virtuale penso sia stata semplicemente un’evoluzione naturale. Mi sono chiesta se questi gruppi di persone anonime legate da interessi in comune funzionassero secondo gli stessi meccanismi delle comunità tradizionali e quali effetti si sarebbero creati se uno dei membri avesse cominciato a diffondere inquietanti racconti di vita, in bilico tra invenzione e realtà. La forma narrativa è sostanzialmente una variazione della letteratura epistolare, ma la struttura a piattaforma mi ha dato la possibilità di giustificare alcuni elementi utili ad aggiungere sfumature al racconto: due diversi piani di prospettiva tra i post pubblici e i messaggi privati, le interazioni tra i vari personaggi nei commenti, persino le indicazioni per una colonna sonora.

A proposito: come hai scelto la colonna sonora per ogni passaggio?
Avevo un’idea molto precisa del tipo di musica che poteva piacere ad un personaggio come Blueeyedboy. Ovviamente si tratta di una serie di canzoni che io stessa ascolto e apprezzo, ma i suoi gusti corrispondono ai miei principalmente per quanto riguarda i pezzi più dark e pesanti. Fin dall’inizio aho avuto in mente delle canzoni che avrei voluto usare in passaggi precisi della storia, per ampliare con delle suggestioni la descrizione di  quello che passava per la testa del personaggio: per esempio, mi piaceva moltissimo l’idea che Blueeyedboy uccidesse la madre sulle note di Sugar Baby Love dei The Rubettes. È una canzone molto frivola in apparenza, ma collocandone le parole in un diverso contesto si rivela stranamente inquietante. Il punto era ampliare l’esperienza della lettura e la cosa sembra aver funzionato: so di molti lettori inglesi che hanno effettivamente scaricato l’intera colonna sonora e l’hanno ascoltata leggendo il libro.

Ho letto che hai svolto delle ricerche riguardo alle web community..
Sei molto gentile e definirle ricerche (ride)! In realtà, come chiunque lavori costantemente al computer, mi capita spesso di andare a controllare l’e-mail, poi twitter, poi aggiorno il mio stato su facebook, poi magari controllo le news e così via, finché non perdo mezza giornata. Nel romanzo ho trovato il modo di rendere utili queste distrazioni. Di solito è così che lavoro ad un libro: accumulo esperienze e utilizzo elementi che mi affascinano già in partenza, non sono io ad inseguire le idee attraverso delle ricerche, ma loro che mi vengono incontro nel quotidiano.

Secondo il tuo protagonista “Il web è una rete da pesca che porta in superficie il nostro lato morboso e voyeuristico”. Qual è invece la tua opinione a riguardo?
È difficile farsi un’opinione precisa, perché il web rappresenta così tante cose. Sicuramente ciò che pensa Blueeyedboy è vero, anche perché quegli aspetti sono ciò che quel personaggio vuole trovare nella Rete. Avrei ugualmente ragione a dire che il web è un meraviglioso strumento per la ricerca accademica, o anche a definirlo una colossale perdita di tempo, perché in effetti può essere tutte queste cose. La Rete è l’espressione della vastissima diversità degli individui e di tutto ciò che può avere mai interessato un essere umano. Forse è per questo che si tratta al 90% di pornografia e per molta parte del resto di Star Trek.

Uno dei tratti principali dei tuoi lavori è sicuramente l’enfasi sui cinque sensi. In questo caso ti sei spinta anche più in là, trattando il tema delle persone sinestesiche, che combinano le percezioni di due o più sensi…
Si tratta di una condizione sensoriale di cui sono affetta in prima persona. Fin da piccola sono stata consapevole del fatto che nei miei sensi c’era qualcosa di leggermente diverso dalla norma, ma c’è voluto del tempo per capire che non era solo un frutto della mia immaginazione di bambina vivace. Quando da adulta mi è stata diagnosticata ho incontrato diverse altre persone con disturbi simili: alcuni sensi, che dovrebbero lavorare in maniera autonoma, in realtà combinano le proprie percezioni. Nel mio caso si tratta di colori ed odori, molti altri, come Emily nel libro, avvertono dei colori in corrispondenza delle diverse note. La maggior parte delle persone trova che la sinestesia sia tutto sommato un pregio, ma alcuni lo vivono come un vero è proprio handicap: ho conosciuto un uomo che faceva fatica ad uscire di casa perché, sosteneva, all’aperto i colori erano troppo rumorosi.

I colori hanno in effetti un ruolo molto importante in questo libro..
Quando il romanzo era ancora tra i progetti possibili da intraprendere, lo consideravo proprio “il libro dei colori”. Anche i cognomi dei personaggi e i nomi dei luoghi sono stati scelti per portare alla mente ognuno una tonalità diversa. Inizialmente volevo che fosse Emily la voce narrante del libro, proprio perché mi interessava la sfida di scrivere come una persona cieca, dato che mi avevano definito una “scrittrice visuale”. Alla fine ho capito di non esserne capace, ma mi ha fatto riflettere proprio sulla natura dei colori.

Come ha influito la tua esperienza di insegnante sul tuo modo di scrivere?
È stata sicuramente un’esperienza preziosa, ho collezionato moltissime storie e ho potuto allenarmi nell’osservazione delle dinamiche sociali che si scatenano nelle piccole comunità chiuse. Per chi non l’ha vissuto dall’interno, penso che sia difficile immaginare quanto siano forti le tensioni che si creano in una scuola maschile gestita da vecchi professori orgogliosi, come quella in cui ho insegnato io, dove due persone possono non parlarsi per decenni perché una non ha offerto la sedie all’altra in una vecchia riunione di istituto. Non a caso in un ambiente simile ho ambientato uno dei miei romanzi, La scuola dei desideri.

Dopo il grande successo di Chocolat, l’industria del cinema ha mostrato interesse per qualcun altro dei tuoi libri?
Si sono interessati ad ognuno dei miei libri, ma sono io che ho deciso di ignorarli. Chocolat mi era piaciuto, come mi piacciono molti altri film, ma avrei preferito essere coinvolta di più nel progetto. Vorre ipoter aiutare degli sceneggiatori a sviluppare sullo schermo una delle mie trame, ma finchè chi vuole acquistare i diritti dei miei non mi lascerà questa possibilità, preferisco continuare a lavorare solo per i miei lettori.

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