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"C'è silenzio lassù" (Iperborea) Gerbrand Bakker, il Cormac McCarthy olandese: su Affaritaliani.it il primo capitolo in esclusiva

ANTEPRIMA/ Un romanzo sulla possibilità o sull'impossibilità di prendere la vita tra le mani e cambiarla. Una storia dolce e suggestiva su un mondo che ancora resiste alla modernità, ambientato in un angolo dimenticato dell'Olanda del Nord... Leggi in esclusiva su Affaritaliani.it il primo capitolo di "C’è silenzio lassù" (Iperborea) di Gerbrand Bakker

Martedí 16.02.2010 10:40

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Libri

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Attraverso il minimalismo poetico di una prosa lenta e inesorabile, in "C’è silenzio lassù" (Iperborea) Gerbrand Bakker ci conduce, in punta di piedi, al cuore di una felicità minima. Un romanzo sulla possibilità o sull’impossibilità di prendere la vita tra le mani e cambiarla. Una storia dolce e suggestiva su un mondo che ancora resiste alla modernità.

iperborea
LA COPERTINA
Il libro - Lassù, in un angolo dimenticato dell’Olanda del Nord, la terra è piatta come la vita di chi la abita. Lassù, dalla stanza fredda al primo piano della cascina dove Helmer ha appena rinchiuso il padre vecchio e infermo, non viene più nessun rumore. È la vendetta crudele e incruenta di un figlio costretto a vivere per decenni una vita non sua: dalla morte del fratello gemello in un incidente, lo studente di lettere con pochi soldi e tanti sogni di poesia e di città è tornato in campagna a mungere le vacche, e non ha più smesso. Da quella tragica sera gli anni si sono volatilizzati nella ripetizione meccanica di gesti quotidiani, nel rancore e in una nostalgia senza nome. Ma quella vendetta è anche la prima vera scelta mai compiuta da Helmer, il primo passo verso una riappacificazione con il padre e con se stesso. E sarà una lettera, una richiesta di aiuto da parte di Riet – la bellissima fidanzata del fratello perduto – la scintilla che lo porterà sulla via dell’emancipazione: forse è proprio quando il cono di luce della vita si restringe che un futuro diverso appare possibile.

Accolto dalla critica internazionale come un miracolo di understatement e di laconico umorismo, C’è silenzio lassù è un romanzo minimale che brucia lentamente: nei suoi campi umidi, nei suoi cieli tersi dove volano stormi di uccelli inquieti aleggiano echi delle strade riarse di Cormac McCarthy.

 L’autore - Gerbrand Bakker, nato a Wieringerwaard nell’Olanda del Nord nel 1962, ha studiato Letteratura Nederlandese prima di diventare doppiatore di documentari naturalistici, autista e giardiniere. C’è silenzio lassù è il suo primo romanzo. Premiato con il “Gouden Ezelsoor”, dato all’opera prima di maggiore successo, e con il “Debutantenprijs”, è un bestseller in Olanda, tradotto in dieci paesi (tra cui Francia/Gallimard – Germania/Surkhamp e Inghilterra/Harvill Secker).  A fine  2010 ne è prevista la riduzione cinematografica.

SU AFFARITALIANI.IT IN ESCLUSIVA IL PRIMO CAPITOLO DI C’è silenzio lassù

 

Capitolo I, pag. 11-13

 

1

Ho messo mio padre di sopra. Dopo averlo sistemato su una sedia, ho smontato il letto. Lui è rimasto lì, come un vitello appena nato non ancora leccato dalla madre: la testa ciondolante e gli occhi che non si fissano su niente. Ho tirato via le coperte, le lenzuola e il coprimaterasso, appoggiato materasso e doghe contro il muro e staccato testiera e pediera dalle sponde. Cercavo di respirare il più possibile con la bocca. La camera al piano di sopra – la mia camera – l’avevo già sgombrata.

“Che cosa fai?” mi ha chiesto.

“Ti trasferisci.”

“Voglio restare qui.”

“No.”

 

Il suo letto poteva anche tenerlo. Una metà è fredda da più di dieci anni, ma quel posto vuoto continua a essere coronato da un cuscino. Nella camera al piano di sopra ho rimontato il letto, la pediera rivolta alla finestra. Sotto le gambe ho messo delle zeppe. Ho rifatto il letto con lenzuola pulite e due federe pulite. Poi ho portato mio padre di sopra. Quando l’ho sollevato dalla sedia mi ha guardato fisso e ha continuato a fissarmi finché non l’ho depositato sul letto e i nostri volti si sono quasi sfiorati.

“Sono capace di camminare da solo”, ha detto, solo allora.

“No, non sei capace.”

Dalla finestra ha visto cose che non si aspettava di vedere. “Si è in alto, qui.”

“Sì, così puoi guardare fuori senza vedere solo cielo.”

Nonostante la stanza nuova, le lenzuola e le federe pulite, c’era odore di chiuso, era lui che sapeva di chiuso e di muffa. Ho aperto una delle due finestre e l’ho bloccata con il gancetto. Fuori c’era un freddo frizzante e silenzio, solo sui rami più alti del frassino curvo del giardino era rimasta ancora qualche foglia accartocciata. In lontananza ho visto tre ciclisti sulla strada dell’argine. Se mi fossi spostato di un passo li avrebbe visti anche lui. Non mi sono mosso.

“Chiama il dottore”, ha detto.

“No.” Ho girato sui tacchi e sono uscito.

Poco prima che la porta si chiudesse, l’ho sentito gridare: “Le pecore!”

 

Nella sua vecchia camera c’era un rettangolo di polvere sul pavimento, appena più piccolo della misura del letto. Ho sgombrato la stanza. Le due sedie, i comodini e la toeletta di mia madre li ho messi in salotto. Poi ho infilato due dita sotto un angolo della moquette. “Non incollarla”, ho sentito dire da mia madre un’eternità fa, mentre mio padre si stava inginocchiando con un barattolo di colla nella mano sinistra e un pennello nella destra, e noi eravamo già quasi storditi dalle acri emanazioni. “Non incollarla, perché tra dieci anni ne vorrò una nuova.” Il retro della moquette mi si sbriciola tra le dita. L’ho arrotolata e, passando per la sala del latte, l’ho portata fuori; in mezzo all’aia di colpo non ho più saputo che farne. L’ho lasciata cadere lì dov’ero. Due o tre taccole, spaventate dal tonfo, sono volate via dagli alberi che bordano il cortile.

 

Il pavimento della camera da letto è coperto da pannelli di compensato, con la parte grezza rivolta in su. Dopo aver passato rapidamente l’aspirapolvere, ho preso un pennello largo e piatto e li ho dipinti con una mano di fondo grigio, senza carteggiarli. Mentre dipingevo l’ultima striscia, davanti alla porta, ho visto le pecore.

 

Sono in cucina, adesso, ad aspettare che la vernice si asciughi. Solo dopo potrò togliere dalla parete quel quadro deprimente, con quella coppia di pecore nere. Visto che vuole avere le sue pecore davanti agli occhi, pianterò un chiodo nel muro vicino alla finestra e gli appenderò lì il suo quadro. La porta della cucina è aperta e quella della camera da letto pure, da dove sono seduto vedo il quadro, al di là della toeletta e dei due comodini, ma è talmente scuro e spento che, nonostante i miei sforzi, non riesco a distinguere le pecore.

 

 ©2010 Iperborea S.r.l.

Via Palestro 20 – 20121 MILANO

Tel. 02-87398098/02-87398099

e-mail: info@iperborea.com

Internet: www.iperborea.com

 


 



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