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Culture
La fine dell'Italia
bandiera italiana mezz'asta

Quando un’opera è famosa, l’effetto sorpresa non c’è più. Si vede il film tratto dall’ “Otello” di Shakespeare sapendo che Desdemona morirà, si legge “Delitto e castigo” sapendo che Raskolnikov non la farà franca (del resto, con quel titolo…), e al teatro lirico si è già avvertiti che Mimì (“Ma il mio nome è Lucia”) ci farà piangere ancora una volta.

Per questo, ricordo ancora con infinito piacere la sera in cui da ragazzo, senza che nessuno mi avesse avvertito, sapendo poco di Shakespeare e non avendo letto una riga dell’Amleto, ne ho visto la rappresentazione filmica di Laurence Olivier, con occhi vergini come dovevano averli avuti gli spettatori londinesi alla prima dell’opera. Fu così che m’innamorai d’un sol colpo e definitivamente di Amleto e di Shakespeare. Conservando infinita gratitudine a Sir Laurence, per aver trasposto la tragedia in film con estrema fedeltà.

Analoga fortuna ho avuto riguardo ad un’opera di valore minore, e certamente infinitamente meno nota: “Romolo il Grande”, di Friedrich Dürrenmatt, di cui non avevo nemmeno sentito parlare, prima. Perché soltanto così ho interamente potuto capirne il senso, e non dimenticarlo mai.

Per quel che ricordo, sono passati molti decenni, Dürrenmatt descrive Romolo Augustolo come un Imperatore stravagante, ben poco preoccupato della sorte dell’Impero Romano. I messi vengono continuamente a riferirgli notizie preoccupanti, ma lui rifiuta di riceverli. Gli viene detto e ripetuto che i barbari si avvicinano a Roma, e lui continua a passare il tempo occupandosi della sua passione, le galline. Da giovane, allevato nella religione di Roma, con le orecchie incollate alla radio, mi facevo cattivo sangue. Conoscevo la storia, sapevo com’era andata a finire, ma perché questo imbecille assisteva a ciglio asciutto e senza muovere un dito al crollo del più grande Impero dell’Occidente? Qualcosa su cui l’Europa avrebbe pianto per secoli, tenendo in piedi la mummia del caro cadavere fino all’inizio del Novecento, chiamandolo Sacro Romano Impero? E soprattutto perché Dürrenmatt mi imponeva così pervicacemente lo spettacolo di questo tradimento, di questa ignavia, di questa vigliaccheria?

Lo capii alla fine, quando i barbari arrivarono non soltanto a Roma, ma nel palazzo di Romolo Augustolo e i famigli annunciarono Odoacre. Ed ecco la scena chiave dell’opera. Romolo è felice di accogliere Odoacre e di consegnargli l’Impero. Un Impero che probabilmente reputava insalvabile e forse neppure degno di essere salvato; di cui comunque poteva finalmente passare la cura ad un altro.

Odoacre dunque non è tanto il conquistatore quanto il successore. Colui che aveva l’imprudenza di accettare quell’eredità. Colui che forse, da ora, avrebbe perso il sonno: forse sarebbe stato assassinato; probabilmente sarebbe stato spodestato da un altro barbaro. Mentre Romolo, divenuto un nessuno, avrebbe potuto finalmente occuparsi senza problemi delle sue galline. E l’Impero Romano avrebbe avuto ciò che meritava.

Non ho mai dimenticato quest’opera perché è esemplare di un’estrema esperienza umana: la stanchezza del dolore. Non è strano che alcune persone arrivino al suicidio. Si può resistere a lungo, si può resistere perfino a ciò cui si pensava di non poter resistere, ma alla lunga ci si stanca. Soprattutto se viene meno la speranza. A quel punto la cosa più desiderabile è la fine del dolore, non la prosecuzione della vita.

I Radicali Italiani hanno sempre avuto ragione, quando hanno mostrato comprensione per il desiderio di por fine alle proprie sofferenze manifestato da uomini sfortunati come Piergiorgio Welby o Dj Fabo. Si può difendere anche il diritto al suicidio assistito come parte dei diritti dell’uomo, ma esiste certamente un’altra via, quella della pietà. Quando, nel film “A million dollar baby”, il personaggio interpretato da Clint Eastwood, uccide la sua protetta, lo fa con estremo strazio, perché è un supremo atto d’amore. Un modo di dire sì, costi quel che costi, al suo ultimo desiderio. Perché, appunto, ci si può stancare di soffrire.

Mi piace pensare che Romolo Augustolo fosse arrivato a quell’atteggiamento dopo avere per decenni avuto l’atteggiamento opposto. Dopo avere a lungo e invano sognato di prendere armi contro il destino. E se ora si lasciava andare a quell’inerzia di pietra e d’argilla, era perché era arrivato alla conclusione che il malato era in fase terminale. Prolungare d’un giorno o d’un mese la sua agonia non avrebbe avuto senso.

Ci si stanca di soffrire e ci si stanca anche di amare. Da questo forse è nata la massima che ho formulato meno volentieri: “Per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà uno che non avranno meritato”.

giannipardo@libero.it

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