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Culture
La passione per la statistica degli americani
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Identity Gap — Il filosofo sociale tedesco Theodor Adorno, esule negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale, chiamava il Paese scherzosamente gli “Statistici Uniti” per via dell’ossessiva raccolta, analisi e utilizzo dei dati numerici che lì si praticava—e si pratica tuttora.

Il rito statistico americano si rinnova ciclicamente con un calendario decennale che ricorda quello sacrificale dei Maya per la serietà con cui viene preso. Mancano due anni al primo aprile del 2020, la data in cui lo US Census Bureau “scatterà” la prossima immagine statistica del Paese, ed è già guerra campale su come verranno formulate le domande sull’identità sessuale dei rispondenti. Ad ora, i “generi possibili” proposti sono una decina e si pensa che potrebbe essere il caso di lasciare perdere anziché trascurare qualche agguerrita minoranza—senonché sapere quanti uomini e donne ci sono nel Paese è uno degli scopi fondamentali di tutto l’esercizio...

Già i dati dell’ultimo censimento del 2010 hanno creato infelicità quando un ricercatore poco conosciuto, James Chung, di una società di studi di mercato, li ha utilizzati per dimostrare in maniera terribilmente semplice e chiara che, in larghe parti degli Stati Uniti, gli stipendi di un importante segmento demografico femminile avevano in media ampiamente superato quelli dei coetanei maschili. Secondo l’analisi, in 147 su 150 delle prime città Usa lo stipendio medio a tempo pieno delle donne nubili minori dei trent’anni già superava dell’8% quello dei maschi dello stesso gruppo d’età. In due delle città, Memphis e Atlanta, guadagnavano circa il 20% in più dei maschi. Il vantaggio femminile era del +17% a New York e del +12% a Los Angeles.

Chung attribuiva il risultato soprattutto alla superiore scolarizzazione. Negli Stati Uniti si è da tempo rovesciata la secolare tendenza che vedeva i diplomati universitari in forte maggioranza maschile. Ormai le laureate superano i laureati del 50%.

Il gender gap e le azioni “affermative” per chiuderlo sono una sorta di necessità organizzativa della politica interna americana e il suggerimento che il gap potesse (forse) cominciare a chiudersi senza ulteriori interventi statali non è stato ricevuto con gioia, né dalle donne—specialmente da quelle che non rientravano nella demografica benedetta—né tantomeno dagli uomini, per niente contenti di una dimostrazione del loro nuovo status di “perdenti”.

Per fortuna, Chung non era un ricercatore accademico, anche se i dati di partenza erano semplici, da fonte buona e rappresentativi di un campione enorme. Dopo un po’ di imbarazzata cagnara un silenzio assordante è sceso sull’argomento. È però quasi impossibile che il tema non dovrà essere rivisitato—e confermato o rovesciato—alla luce dei nuovi dati in arrivo con il “Pesce d’aprile” censuario del 2020.

Il problema con i dati, specialmente quelli affidabili, è che a volte ci dicono delle cose che non vogliamo sentire, che volano in faccia alle “verità ricevute” che—certe o meno—si trovano alla base del regolare funzionamento delle nostre società. Il tema fondamentale dopotutto è quale dei due generi, maschile o femminile, possa emergere come sesso dominante per i prossimi millenni. La domanda non era mai sorta in tutta la storia umana. Non è una quisquilia.

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