La responsabilità di essere felici

Sabato, 19 maggio 2012 - 10:56:00

di Luciano Canova

 

(CRESA dell'Università San Raffaele)

 

La parola felicità è una parola difficile.dell’happiness economics. Meglio, piuttosto, pensare alla riduzione della sofferenza delle persone, per una società più giusta. Parlare oggi di felicità, in questo clima di profonda tensione sociale e nel bel mezzo di una recessione vischiosa che non mostra segnali di ripresa, può apparire azzardato. Ad alcuni addirittura offensivo. Oppure, come ha scritto Jeffrey Sachs, tra gli autori del World Happiness Report, appena pubblicato dall’Onu, si tratta di una straordinaria occasione per una revisione della scala dei valori dei cittadini e, anche, dell’agenda politica dei governi mondiali.
 

A dire la verità, i contributi della letteratura economica sul tema non sono particolarmente recenti: la critica del PIL come misura inadeguata della ricchezza è vecchia di quasi 40 anni, con l’articolo di Easterlin, del 1974, pubblicato sul gotha delle riviste degli economisti, l’American Economic Review: esso conteneva un risultato non a caso definito paradossale dall’ortodossia accademica. La felicità delle persone, misurata con indicatori oggettivi e soggettivi, aumenta inizialmente all’aumentare del reddito, per poi declinare nel momento in cui si supera una soglia critica. Quali le cause di questa relazione? Numerosi studi, nel campo dell’economia sperimentale, delle neuroscienze, della psicologia, hanno evidenziato ed evidenziano in modo sempre più robusto che le persone sono felici soprattutto al di fuori del contesto lavorativo: proprio Daniel Kahneman ha ideato il metodo della “ricostruzione giornaliera”, un vero e proprio diario della felicità che monitora il benessere psicologico delle persone nel corso della giornata. I risultati di queste ricerche mostrano, appunto, che le persone sono felici quando vivono pienamente il proprio contesto relazionale: godere dell’intimità della vita di coppia, stare con la propria famiglia, avere una rete amicale forte. Il ruolo della relazione è sottolineato da un altro approccio innovativo, in economia, quello dei beni relazionali, con i contributi dell’inglese Robert Sugden: i modelli economici ortodossi trascurano la relazione come componente coessenziale alla produzione di valore. 


Facciamo un esempio e pensiamo a un servizio alla persona come la pausa pranzo, in cui un impiegato di banca va sempre nella stessa mensa o trattoria. Da un punto di vista dei beni acquistati sul mercato, si tratterà ogni volta di un pasto pagato dietro un corrispettivo di  prezzo o ticket restaurant. Il benessere che si trae dal consumo del cibo, come quello che deriva dal consumo di ogni bene normale, è positivo e decrescente, a mano a mano che ci si sazia. Tuttavia, accanto al bene ‘pranzo’, possiamo ipotizzare che, frequentando la persona sempre lo stesso luogo, verrà co-prodotto un altro tipo di bene: la relazione tra il cliente e, per esempio, il cameriere/a o il cuoco/a del locale. Questa ‘relazione-bene’ segue una logica tutta diversa: il benessere che se ne trae è infatti crescente a mano a mano che la relazione si sviluppa. Trascurarlo nell’analisi della ricchezza significa, per dirla con Bob Kennedy nel suo celebre discorso sul PIL, dimenticarsi di “tutto quello che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
 

Come detto, felicità è una parola da usare con attenzione. Il rischio, infatti, è che sia proposta come contentino in una fase di crisi, per ‘sviare’ l’attenzione delle persone dall’impoverimento dei consumi e delle risorse. Il lavoro, forse, può essere la chiave per sostenere un discorso politico compiuto sulla felicità. È sotto gli occhi di tutti  l’effetto nefasto della recessione, con il susseguirsi di suicidi per motivi economici in Italia. I dati sulla cassa integrazione parlano di un paese alle corde, con una disoccupazione crescente e difficile da combattere. Eppure, anche la situazione di chi lavora non è migliore: riduzione delle tutele, ma anche orari lavorativi che mostrano un sovraccarico. Sono appena usciti dati relativi agli Stati Uniti in cui si parla appunto di overwork, soprattutto per la middle class e per i contribuenti più ricchi: settimane lavorative addirittura prossime alle 50 ore sono il segno e la causa di un disagio psicologico crescente.
 

Gli studi sulla felicità, accanto all’importante risultato che ‘il denaro non è tutto’, dicono anche che il lavoro è comunque un pilastro portante della stessa. Un mattone essenziale da cementare con le altre dimensioni della qualità della vita. Allora proprio le politiche del lavoro devono ispirarsi alla creazione di un nuovo welfare, più attento alla qualità relazionale della vita, a servizi e diritti che siano tesi alla sua valorizzazione. Senza mai perdere di vista il sostegno ai redditi, base essenziale di una vita felice.


Parlare di austerità e rigore con una logica ispirata ai soli tagli, per usare un’immagine efficace di Odifreddi, un matematico, è paragonabile all’atteggiamento dei chirurghi del Cinquecento, che si servivano delle sanguisughe, convinti che eliminare il sangue cattivo fosse sufficiente a risanare un organismo. È una politica e un discorso pericoloso, che rischia di frantumare le regole di convivenza civile alla base della società. Che ci sia qualcosa di stonato, nel discorso politico di questi mesi e nell’idea di vita felice proposto da una certa tecnocrazia, lo si può capire anche con un esempio. Lo scorso dicembre, a Durban, la conferenza sui cambiamenti climatici, volta a trovare un nuovo accordo che sostituisse quello di Kyoto nella definizione degli obblighi di riduzione delle emissioni da CO2, è passata praticamente sotto silenzio sugli organi di stampa, tutti tesi e in fibrillazione per l’altalena nevrotica dello spread. L’urgenza della salvaguardia del pianeta può essere superata da quella della finanza pubblica?
 

L’occasione è di quelle strutturali: l’Inghilterra ha già definito una happiness agenda, per quanto criticata, con un censimento della felicità effettuato, l’anno scorso, di pari passo con quello tradizionale, e che è volto alla realizzazione di politiche tese proprio a incontrarne i bisogni. In Italia, è gravido di interessanti prospettive il progetto del BES, l’indicatore di Benessere Equo e Solidale costruito da Istat e Cnel. Per quanto si tratti di una parola difficile da utilizzare, è forse il momento che qualcuno si assuma la responsabilità di essere felici.
 




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