 Serge Latouche
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“Siamo tutti drogati della società dei consumi e, proprio come i tossicodipendenti, non riusciamo a smettere pur sapendo che ci fa male”. È con questa similitudine che Serge Latouche, economista e filosofo francese, ha voluto spiegare il legame perverso tra la corsa al benessere e la distruzione del pianeta. Il teorico della “decrescita felice” ha chiuso così la prima edizione del “Festival della lentezza”, che si è svolta a Selvazzano Dentro, nel comune di Padova. “E’ importante dedicare più tempo a se stessi, fare meno ore di lavoro e impegnarsi maggiormente nella vita sociale e politica” è il messaggio che Latouche ha voluto lanciare. E’ infatti ormai innegabile – secondo il filosofo – che la perpetua corsa verso la crescita non fa bene né alle persone né all’ambiente e che bisogna invertire la rotta, per riscoprire la bellezza della vita e non farsi soggiogare dall’ambizione allo sviluppo: “Dopo duecento anni di crescita siamo arrivati a un punto in cui gli impiegati negli uffici si suicidano a causa dello stress – riflette –. Se invece andiamo in Africa, dove non c’è niente e non c’è sviluppo, incontriamo bambini che portano con sé una gioia di vivere indescrivibile. E questa gioia la possiamo ritrovare anche noi senza distruggere il nostro pianeta. Pur sotto la cappa di rifiuti e inquinamento che ci siamo creati dobbiamo e possiamo ritrovare la bellezza della vita”.
Sulla questione ambientale torna più volte Latouche, soprattutto per invitare a sciogliere la dipendenza dal petrolio guardando invece con interesse alle fonti rinnovabili: “Possiamo davvero affermare che il petrolio ci ha dato la felicità? Tutti i popoli nei secoli hanno vissuto con sobrietà e hanno dimostrato molta più gioia di vivere di quanta ce ne sia adesso nella società occidentale”. Staccarsi dall’oro nero quindi è possibile e indispensabile, anche perché “la sua offerta è al massimo mentre la domanda continua ad aumentare”. Risulta dunque chiaro che una crescita infinita non ha senso in un pianeta finito ed è per questo che “lo sviluppo come lo conosciamo noi non è altro che una parentesi, già conclusa, della storia dell’umanità. Una parentesi che non ci sarà mai più. Ciò significa che noi avremo l’onore di assistere al crollo della civiltà occidentale”.
E dalle sue ceneri bisognerà ripartire puntando sulle ormai famose 8 “r”: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Il tutto attraverso una società della decrescita che probabilmente i contemporanei non vedranno, ma che deve iniziare già oggi sul locale, nelle piccole cose, senza che questo significhi tristezza e austerità: “La decrescita deve essere un processo felice, non fonte di scontentezza e turbamento. E non potrebbe essere altrimenti se punta a far ritrovare la gioia di vivere”.