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di Antonio Prudenzano
Abbiamo letto in anteprima "Liberaci dagli sbirri", il romanzo d'esordio di Gabriele Reggi, classe '61, in uscita per Isbn il 21 gennaio. Il caso ha voluto che la lettura sia avvenuta nei giorni della drammatica guerra tra poveri di Rosarno, in Calabria (immigrati africani contro abitanti del posto, forse aizzati dai clan locali). E non solo: nelle stesse ore tutti a parlare di "Avatar", il kolossal in 3D di Cameron, uno spartiacque per la storia del cinema.
Apparentemente non esiste legame tra libro, scontri tra disperati e film. E invece c'è: in pieno Primo Mondo, nel 2010, è possibile che esca un romanzo, ambientato ai giorni nostri in una non meglio precisata provincia del Sud ma ferma al dopoguerra se non prima (probabilmente la stessa Calabria), mentre nella realtà, nella stessa area geografica, indifesi ragazzi africani costretti a vivere in compagnia dei topi e a fare lavori massacranti e sottopagati nelle campagne del Sud, si ribellano e subiscono l'assalto repressivo (e, inutile girarci troppo attorno, razzista) della popolazione locale, a colpi di bastonate, sprangate e pallottole, in attesa che lo Stato arrivi (in ritardo) a sedare la rivolta e a portare via gli immigrati. Il tutto, mentre nella stessa Italia sbarcano gli effetti speciali all'avanguardia della pellicola Usa dei record.
Insomma, nella stessa nazione convivono paesini sperduti pre-moderni (che fanno tornare alla mente le atmosfere di "Cristo si è fermato ad Eboli" di Carlo Levi), come quelli raccontati da Reggi (e come Rosarno), in cui la mafia è ancora quella di una volta e le donne-bambine non possono farsi vedere in giro con gli uomini, e migliaia di italiani di tutte le età che affollano le sale per assistere allo show cinematografico più fantascientifico che sia mai stato pensato da mente umana.
 La 'guerra' di Rosarno
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Questa premessa per motivare lo shock provocato dalla lettura di "Liberaci dagli sbirri", mentre in tv il tg prima mostra i volti insanguinati e terrorizzati degli africani in fuga e nel servizio successivo le immagini in anteprima, da videogame del futuro, di "Avatar".
Il romanzo di Reggi (negli anni '90 supplente al Sud, ndr) racconta di Stefano Derzi, un insegnante del Nord alla prima esperienza, a soli 23 anni, da supplente in una scuola ricavata da caverne-catacombe, in un paese della periferia meridionale più estrema in cui il "souvenir" è il carcere, "la villa" (con i carcerati che sono chiamati-venerati "Presidenti" e vivono nel lusso).
Qui la mafia è ovunque, una mafia all'antica. All'inizio sembra di essere negli anni Cinquanta, poi l'autore cita le scritte inneggianti Gigi D'Alessio sui muri e si apprende che, purtroppo, siamo molto più avanti. Il terzo millennio di Stimmate vede al centro "la Piaga", un violentissimo, atteso e "fondante" rito religioso. E chi sopravvive, in un'assurda e arcaica interpretazione della sottomissione religiosa, diventa l'intoccabile "redentore".

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Il nostro insegnante racconta in prima persona l'immersione in questa realtà per lui finora sconosciuta, in cui la preghiera-bestemmia più diffusa è quella che dà il titolo al romanzo. E poi c'è il personaggio più affascinante del libro: la non ancora sedicenne Anorea, orfana misteriosa e bellissima, che suo malgrado in classe viene solo ogni tanto, della quale Derzi si innamora fatalmente. La ragazzina è infatti costretta a essere la donna (anche se poi si scoprirà che il rapporto tra i due è molto più "complesso", e che Salvatore è suo fratello e abusa di lei...) di un uomo che odia, un boss locale... Per le compagne come per Anorea la vita è un inferno, e molte devono lasciare la scuola per diventare braccianti agricole, lavorando incatenate, peggio degli africani di Rosarno prima della guerra.
Un villaggio di dannati, come giustamente si legge nella presentazione del libro, e l'insegnante-bambino, impotente anti-eroe, inevitabilmente è destinato a uscirne sconfitto: il suo tentativo di fuggire al Nord con Anorea è infatti tragicamente destinato a fallire...
Un (tardivo) esordio coraggioso, quello di Gabriele Reggi, in cui non mancano i limiti. Discutibili, ad esempio, alcune ripetute scelte di sintassi nella prima parte: alla lunga stancano quei soggetti posti alla fine preceduti da una virgola ("Era pieno di persone adesso, il centro" o "Mi ha fatto con la testa un cenno didattico verso il parabrezza, Melo). Ma non mancano frasi fulminanti ("Aveva l'anima forata come la grata di un confessionale barocco"), per non parlare delle bellissime empatiche descrizioni di Anorea, e sembra quasi che non solo Derzi sia innamorato di lei, ma anche lo stesso autore. Forse, però, Reggi poteva scavare ancora di più nei lati oscuri di questo mondo a parte, soffermandosi maggiormente su alcuni personaggi le cui contraddizioni si intravedono soltanto.