Valerio Magrelli ad Affaritaliani.it: "I libri? Nessuno riuscirà ad ucciderli. Leggere per non soccombere alla tv". L'INTERVISTA

Uno scrittore, ma più precisamente un poeta. "La mia prosa non è quella di un romanzo. Ha la struttura simile a quella del verso. Procede in continua ricerca". Ecco come Valerio Magrelli, docente di Letteratura francese all’università di Cassino, descrive la sua 'arte'. E sceglie Affaritaliani.it per annunciare l'uscita della sua ultima fatica, un saggio su Baudelaire... e confessa che oggi i "libri resistono pur subendo una grossa concorrenza dalla televisione e dai videogiochi"

Lunedì, 9 novembre 2009 - 16:20:00

di Ariela Baco

valerio magrelli
Valerio Magrelli

Per le strette vie del ghetto, poi dentro un portone largo e ancora su, per scale di marmo. Lui vive a Roma anche se insegna Letteratura francese all’università di Cassino. La città gli appartiene perché la conosce bene, abita nei quartieri storici fin da quando era ragazzo, e osserva dall’alto delle spesse mura della sua casa quello che avviene più in basso. Valerio Magrelli è uno scrittore, più precisamente un poeta. Il suo primo volume di prose è uscito solo nel 2002. “Negli anni novanta Gianni Celati mi chiese di scrivere un racconto. Io gli risposi che scrivevo solo versi… ma poi, sotto la spinta della sua richiesta, ho composto delle prose.” Le prime raccolte di poesie risalgono invece agli anni ottanta. In precedenza – fin dal 1975 – ha partecipato alle letture pubbliche, che in quegli anni si organizzavano spesso. Durante quei momenti la voce del poeta diventava un senso in più – il significante esplicito e immanente, sonoro – oltre a quello del verso scritto, sulla pagina. Fin dalla sua prima lettura - nella galleria romana La Tartaruga – i suoi versi furono apprezzati da Elio Pagliarani che decise di pubblicarli. E lui continua a scriverli: un libro ogni due anni.

Recentemente è uscito un altro volume di prose: "La vicevita. Treni e viaggi in treno", edito da Laterza. “La mia prosa non è quella di un romanzo. Ha la struttura simile a quella del verso. Procede in continua ricerca. E la trama si sviluppa per filamenti. Forse non corrisponde ad un genere preciso. A volte compaiono brani di critica, poi alcuni commenti. Oppure dei veri e propri versi. Il mio è un genere di confine… Costeggio e corteggio il genere prosa, che poi però prende la mobilità tipica del verso poetico.” Il suo parlare colto, calmo, calibrato, a tratti complicato perché lui non cerca sempre di tradurlo nei canoni del linguaggio tipico – non risulta però oscuro. Lo comprendiamo per intuizione, per curiosità. Per la credibilità che i suoi innocui capelli rossi, il suo composto restar seduto – anche se rivela un po’di stanchezza – con le gambe accavallate e un cortese accennato sorriso, ci fanno concedere a tutti gli anni che Magrelli ha dedicato allo studio, alla letteratura.

“La mia scrittura ha ora tre livelli: la poesia; la prosa. E poi la critica. Che produco per l’università. Tra breve uscirà un saggio su Baudelaire. Ho impiegato più di un decennio per scriverlo. Ed ogni capitolo è dedicato ad un autore che ha ripreso i temi del sonetto del poeta francese…” In principio Magrelli si era iscritto alla Sorbona, a Parigi: lì voleva studiare cinema. Ma poi si è laureato in filosofia, a Roma. “La filosofia non ha ricambiato il mio amore. Non riuscivo a scriverne.” Diverse le ragioni per cui ha abbandonato il proposito estetico intorno all’arte cinematografica: “Per realizzare un film ci vogliono troupe di trecento persone… Io miro all’essenziale: la carta, la penna. E me stesso.” Il suo è un privilegio: di tipo intellettuale. Che abbiamo compreso salendo le scale pesanti e consistenti, fino a raggiungerlo. Poi, all’interno della sua casa, abbiamo trovato la sua libreria: sembra una biblioteca – lunga come una lunga parete ed alta come l’intero alto soffitto dell’ antico palazzo in cui vive. “Sono consapevole di essere un privilegiato. Di fare quello che amo.” Scrivere, studiare. Poter trasferire – dalle aule dell’università oltre che dalle pagine di un testo – la poesia agli altri. “Insegnare mi piace perché è un modo per entrare in contatto con le persone, con i ragazzi.”

Un’altezza che è anche di risultati e di propositi oltre che di luoghi: torre chiara, eburnea, che sembra raggiungibile per noi, brevemente accolti nelle sue larghe stanze. Una torre che vorremo abbattere non per passione, provocazione o danno, ma per accogliere lui – e tutti i poeti - nella piana terra. L’amore che Magrelli prova per quello che fa, però, lo distrae dal resto. “La letteratura italiana in prosa è molto lontana da me. Invece apprezzo molto alcuni poeti: per esempio Zanzotto; o Caproni.” Lui ha anche due figli. “Provengo da una famiglia dove nessuno leggeva. Né suonava: ed io suono e leggo. Forse è per questo che mio figlio Leonardo non ama particolarmente leggere… o forse non ama i miei consigli. Io credo di sapergli dire ciò che essenziale – in letteratura. Gli dico di leggere Benito Cereno, di Melville oppure Il nostro comune amico, di Dickens… ma lui vuole fare da sé. L’identità probabilmente viene stabilita in maniera contrastiva.” Lui è stato un ragazzo che ha raggiunto presto la maturità intellettuale. “Lavoravo molto con la testa. Ma i libri oggi subiscono una maggiore concorrenza. Non solo dalla televisione, ma da tutto ciò che è visivo… i videogiochi, per esempio. Eppure i libri resistono.”

Il rapporto con sua moglie Maria Letizia – che fa l’avvocato - dura da molti anni. “Amo la sua grazia.” Ci dice. E sembra che aggiungere altro sia per lui come togliere. Come se definire fosse comprendere ciò che non può essere compreso. Come se la passione potesse turbare e non arricchire. “Io provengo da una cultura in cui le donne erano femministe. Ed io e lei abbiamo costruito un rapporto assolutamente paritario. C’è una totale equiparazione dei ruoli, tra noi. Forse, in più, lei semplicemente cucina… ma per esempio quando erano piccoli io mi sono sempre occupato dei bambini.” Resta così composto, qualsiasi cosa noi si dica, che avremmo voglia di sapere cosa potrebbe muovere il suo volto e il suo stomaco in una risata improvvisa e non controllata. Cosa potrebbe turbare il sereno silenzio intorno, oltre alla composizione difficile di un pensiero di cui lui va ricercando la piena stabilità. “Il bello delle regole dell’attrazione è che non ci sono regole. Per esempio giorni fa guardavo una donna che faceva sport. Ed il suo corpo atletico era così attraente…” Il controllo privo di potere, la serena ricerca dei significati, l’espressione che possa poi sintetizzarli: questo c’è tra le pareti della sua casa, nell’alto della sua torre accogliente, sopra il morbido divano chiaro, su cui sediamo. Occupandone solo un piccolo spazio.

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