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Culture
Manuel Vázquez Montalbán e Pepe Carvalho. "I mari del sud" compie 40 anni
Foto: LaPresse

Il 2019 segna un doppio anniversario per Manuel Vázquez Montalbán, scrittore catalano morto nel 2003 e padre del detective Pepe Carvalho: ottant’anni dalla nascita (1939) e quaranta dalla pubblicazione di quello che forse è il romanzo più noto della serie dedicata all’investigatore di Barcellona, I mari del sud (1979).

   Ho conosciuto i libri di Manuel Vázquez Montalbán da adolescente. Lessi per caso Il labirinto greco. La vicenda era piacevolmente imperfetta. Anche l’indagine era imperfetta. C’era una montagna di non detto, storie pregresse. Solo dopo averlo concluso mi resi conto che era piuttosto in là nella cronologia delle avventure di Carvalho. Eppure aveva smosso qualcosa, una lacrima di cristallo che mi era rimasta nell’occhio. C’era una direzione poetica. Una grandezza che volevo toccare, in qualche modo. Quindi lessi gli altri.

   Manuel Vázquez Montalbán non è stato semplicemente un giallista. Nella sua sterminata produzione, Carvalho è solo la punta di un iceberg fatto di articoli di giornale, poesie, saggi, testi teatrali e radiofonici, e ovviamente romanzi: una vera e propria cronaca letteraria in presa diretta di quello che la Spagna e il mondo stavano diventando nella seconda metà del Novecento. L’instancabile lavoro culturale e politico di un intellettuale che negli anni del franchismo pagò il proprio impegno con il carcere.

   È chiaro però che sono le avventure di Carvalho ad aver reso celebre l’autore in tutto il mondo. Come dichiarò lo stesso Montalbán, il giallo dopo la Seconda Guerra Mondiale giocò a rompere i propri confini e andare oltre se stesso. Pepe Carvalho in fondo è l’occhio che Manolo usa per raccontare la disillusione di un secolo. Il crollo di un sogno: gli anni Sessanta avevano promesso benessere; alla fine del Novecento, quando Montalbán scriveva i suoi ultimi romanzi e quando un Carvalho disilluso partiva in Millennio per un viaggio intercontinentale, restavano solo neoliberismo e schiavitù.

   E poi c’è Barcellona. Patria e prostituta, città che nel corso dei decenni si “pastorizza”, smarrisce la propria anima popolare. Montalbán la racconta con amore e malinconia, correndo nei suoi vicoli, facendoli parlare, facendoli sudare e sanguinare.

   D’altra parte Manolo era nato nel Raval, quartiere “non pastorizzato” per eccellenza, cuore pulsante della Barcellona proletaria e sottoproletaria. Qui sono le case del popolino catalano e le prostitute malconce dei viottoli a fare da vedette di una marginalità orgogliosa e millenaria. E le origini popolari di Montalbán sono essenziali per comprendere la sua letteratura.

   Gira voce che, nel ’44 o nel ’45, Manolo scese le scale del palazzo umile in cui abitava con la madre e incrociò un uomo smunto; lo superò e andò a giocare nella Plaça del Pedrò. Quando tornò a casa, scoprì che quell’uomo era suo padre, rientrato dal carcere franchista. Secondo Josep Ramoneda Molins, giornalista e amico di Montalbán, fu l’episodio seminale della vita di Manolo. Quando aderì al socialismo, quando finì nelle carceri di Franco come suo padre, quando scrisse sui giornali o quando scrisse i romanzi, quando fu appieno un intellettuale social-comunista, lo fu per «lealtà verso se stesso e verso la sua famiglia».

   Ci sono eredità che si devono raccogliere e storie che non si possono tradire. È così che Pepe Carvalho assorbì buona parte della biografia di Manolo e divenne lo strumento attraverso il quale interpretare e narrare la realtà secondo un’impostazione ideologica. Senza compromessi, se non quelli che tutti dobbiamo accettare, ovvero le contraddizioni che comporta l’essere umani.

 

Ya nadie me llevará al Sur. “Più nessuno mi porterà nel Sud”.

   È la citazione di Salvatore Quasimodo in esergo a I mari del Sud, la quarta indagine di Pepe Carvalho, pubblicata per la prima volta quarant’anni fa esatti. Montalbán si diverte a mettere questo stesso verso in un biglietto che viene ritrovato addosso al cadavere del romanzo. Il cadavere è Carlos Stuart Pedrell, affarista e palazzinaro, rinvenuto accoltellato in un cantiere di Barcellona, quando tutti pensavano che, preda di una folgorazione e pieno di disgusto per la propria posizione sociale, fosse partito da un anno per la Polinesia. Le ricerche porteranno Carvalho nel quartiere di San Magin, un mucchio di case fatiscenti per operai che lo stesso Stuart Pedrell ha fatto costruire: una speculazione edilizia pronta a marcire.

   San Magin era un eremita morto nel 306 d.c. E così il quartiere di San Magin, nel quale sbarca l’annusapatte Pepe Carvalho, ospita una classe eremita, la classe operaia, che nella nuova Spagna post-Franco sembra dover rimanere subalterna; come se le migliaia di detenuti politici – fra cui lo stesso Vázquez Montalbán – non fossero servite a nulla. Gli scrittori borghesi ma progressisti cercano di solito di sgravare la classe operaia dalla colpa di esistere e se stessi dalla colpa di non farne parte. Così danno degli strati sociali più bassi un’immagine caricaturale, buonista, e funzionale in parte a se stessi, in parte al potere. Quando Manolo visita San Magin, attraverso i piedi di Carvalho, racconta tutte le sfaccettature del quartiere e di chi lo abita, tutto il bene e tutto il male, senza intenti agiografici e senza imbrogliare. Qui sta la «lealtà verso se stesso e verso la sua famiglia» di cui parlava Ramoneda Molins.

   I mari del Sud è l’autopsia di un paese che esce dalla dittatura e attende le prossime elezioni. Montalbán disegna personaggi memorabili, ognuno dei quali rappresenta uno spicchio di società spagnola. È sociologia fatta a letteratura, è politica. Il romanzo mescola tragedia individuale e la tragedia collettiva, come nel teatro classico. Ognuno cerca i propri mari del Sud, la propria ragione di vita. Ma i mari del Sud sono anche il metro per misurare la propria identità, il polo negativo con cui mettersi a confronto per capire chi si è davvero.

   Stuart Pedrell si vergogna di ciò che è diventato, prova a cambiare e finisce ucciso. Sua figlia Jésica, che lo adora, vuole scappare con Carvalho per un viaggio senza fine. È una ricerca della felicità che promette di tradire tutti: Carvalho, Barcellona, la Spagna, Montalbán stesso, l’umanità.

   Difficilmente rileggo i libri, ma rileggo I mari del Sud almeno una volta all’anno. In anni bui, anche due. Come terapia. È un libro splendido e spesso mi capita di pensarci, quando scrivo i miei, di romanzi.

   Montalbán morì nell’ottobre 2003 per un attacco cardiaco, mentre si trovava nell’aeroporto di Bangkok. Il rimpatrio della salma si presentava difficoltoso. Distrutta dal dolore, fu la sua agente Carmen Balcells, figura leggendaria della letteratura del XX secolo, a mettersi al telefono e smuovere tutte le conoscenze influenti di cui disponeva per agevolare il rientro del corpo. Ovviamente ci riuscì.

   Intervistata anni dopo, ammise che i grandi dolori della sua vita erano state la morte del fratello minore e la morte di Manuel Vázquez Montalbán. Sullo scrittore catalano disse: “Manolo mi ha lasciato il vuoto politico totale”.

   Lo stesso vale, credo, per la scena letteraria europea. Ci mancano la sua lucidità lapidaria e la sua ironia. Avere, oggi, uno scrittore come Montalbán ci aiuterebbe a capire dove stiamo andando e perché.

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