Melinda Nadj Abonji, scrittrice-musicista, racconta il suo secondo romanzo e parla del suo rapporto con i Balcani

IL PERSONAGGIO/ “Come l’aria”, il secondo romanzo di Melinda Nadj Abonji, esce oggi in Italia per Voland. La stimata autrice e musicista di origini serbo-ungheresi racconta ad Affaritaliani.it il nuovo libro, una storia in buona parte autobiografica (in cui una giovane donna, Ildiko, emigra ancora bambina dalla Serbia alla Svizzera con i genitori...): "Credo sul mio modo di scrivere abbia inciso molto il fatto che io sia anche una musicista e di essere stata abituata fin da piccola ad ascoltare lingue diverse... Quando si scrive si ha a che fare con vocali e consonanti, suoni che sono musica, movimento attraverso la struttura della frase, virgole, punti e domande che guidano il lettore. La musica mi ispira, c’è un apporto reciproco, sebbene con le inevitabili differenze". Quindi parla del suo rapporto con la Sergia, di cinema e di molto altro... - L'INTERVISTA A TUTTO CAMPO

MelindaNadjAbonji

di Alessia Liparoti

 

“Spero che sia rimasto tutto come prima, perché quando torno al luogo della mia prima infanzia niente temo più del cambiamento”. La giovane Ildiko Kocsis accompagna con questi pensieri il suo viaggio di ritorno insieme ai genitori e alla sorella dalla Svizzera alla sua terra natale, la Vojvodina, nel nord della Serbia. Un cambiamento che tuttavia si ostina a non arrivare e le tensioni si trasformano il 5 aprile 1992 in aperto conflitto. Esce per i tipi della casa editrice romana Voland, il secondo romanzo di Melinda Nadj Abonji, “Come l’aria” (256 pagine, 14 euro) tradotto da Roberta Gado. Una storia in buona parte autobiografica (ma non troppo perché “come si fa a mettere per iscritto la tua vita?”) dell’autrice e musicista di origini serbo-ungheresi (anche lei natia della Vojvodina del libro) e poi trapiantata come la sua protagonista in Svizzera. Quello iniziale non è che uno dei tanti viaggi di ritorno alla propria terra che i Kocsis compiono, emigrati in terra elvetica dove, dopo essersi occupati di una lavanderia, riescono a prendere in gestione un’elegante caffetteria sul lago di Zurigo. Ma quello che sembra il risultato finale di un lungo processo di integrazione si rivela solo un’illusione. Con lo scoppio della guerra in Jugoslavia e il successivo arrivo di profughi in Svizzera, riemergono tutti i problemi di identità che parevano superati e allora non resta che desiderare di diventare “trasparenti come l’aria”, affinché la gente non si accorga più di loro e della loro diversità. Un romanzo dallo stile unico, ricco di salti temporali e di spostamenti fisici, di ricordi e dettagli di rara vividezza, il tutto narrato in una prosa densa, fatta di frasi interminabili, proposizioni in cui la paratassi (non esistono dialoghi diretti) garantisce una fluidità musicale e solo apparentemente priva di una struttura ben definita.

Melinda Nadj Abonji

Il suo libro racconta la storia di una giovane donna, Ildiko, che emigra ancora bambina dalla Serbia alla Svizzera con i genitori. Una storia autobiografica, ma quali sono le differenze tra la sua esperienza e quella della protagonista?
Io non credo si possa mettere per iscritto la propria vita. Un’autobiografia valica sempre l’esistenza stessa: tu vivi e non puoi trascrivere la tua vita. Quindi ci sono molte differenze tra Ildiko e me, sebbene il punto di partenza della storia sia la mia biografia. Anch’io sono nata in Jugoslavia e mi sono allontanata da mia nonna. Questo è realmente l’inizio della mia vicenda personale, uno snodo cruciale e molto importante. Altre cose invece sono completamente inventate in quanto quello che a me premeva di più come scrittrice non era che Ildiko fosse uguale a me, ma la possibilità di ritrarla, dipingerla, modellarla con caratteristiche e peculiarità sfaccettate e originali. E credo che questo sia lo scopo principale di una qualsiasi attività di finzione letteraria.

 

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La protagonista racconta delle visite ai parenti rimasti nella ex Jugoslavia, delle difficoltà di stabilirsi come emigrata in un Paese straniero e della guerra nei Balcani. A tratti potrebbe apparire più una rievocazione in forma di memoir che non una storia strutturata, è così?
In realtà c’è una struttura, ma non una struttura convenzionale, a differenza di quei romanzi che hanno un  incipit ben definito, uno sviluppo drammatico e un finale. Ci sono alcuni di questi elementi anche nel mio libro, ma non era ciò che mi prefiggevo di fare. Il mio scopo era avere un inizio ben chiaro e forte – ho cominciato a scriverlo nel 2004 – che descrivesse questa famiglia che torna in Jugoslavia a bordo della sua automobile. Volevo partire da questo spunto per conferire dinamismo alla narrazione. Il movimento e la musicalità sono due elementi basilari per me. Uno dei leit-motiv del romanzo è infatti quello del viaggio da e per la Jugoslavia e la Svizzera. Una sorta di struttura che soggiace alla storia, ma in maniera se vogliamo inusuale. Quando scrivo non ho una scaletta o un piano, ma seguo i moti che provengono dalla storia e dai personaggi e cerco di trovare il tono adeguato per esprimerli, mescolando ricordi, descrizioni e sentimenti perché ritengo che sia una modalità vivida e dinamica. Non si trovano pagine di monologhi interiori statici. Tutto acquista un suo movimento spontaneo, non pianificato. Per ogni capitolo ho voluto adattare lo stile e il tono. Magari per il prossimo libro sarà diverso.

A proposito di stile, crede che nel suo linguaggio si possa identificare un mood tipicamente “balcano”?
Prima di tutto credo sul mio modo di scrivere abbia inciso molto il fatto che io sia anche una musicista e di essere stata abituata fin da piccola ad ascoltare lingue diverse. L'ungherese per primo, ma anche il serbo che però non ho imparato naturalmente perchè i miei parenti parlavano ungherese. Poi ho appreso il tedesco e le sue varianti, ma attraverso i libri, non dalla lingua parlata. Per questo quando ero una bambina nutrivo grande insicurezza verso le lingue: mi domandavo il perché una parola in un idioma avesse un significato e in un altro uno persino molto diverso. Ad esempio il termine "casa" (in ungherese “haus”) per me significava una tipica abitazione della Jugoslavia su un unico piano con un cortile, galline e maiali. Questa concezione di “casa” era totalmente differente da quella che ho avuto quando sono arrivata nella Svizzera tedesca dove il termine era lo stesso “Haus”, ma la gente viveva al terzo, quarto piano di un palazzo senza alcun animale. Non erano evidentemente la stessa cosa, sebbene la parola fosse la medesima. È stato naturale dunque che a scuola studiassi lingue: nutrivo il desiderio di giocare con esse, un lavoro stimolante, ma talvolta anche affaticante. Ecco, tutto ciò si riflette nel libro dove non ho adottato un tedesco “puro”, ma frutto della contaminazione linguistica a cui sono da sempre abituata.

La sua prosa si contraddistingue, oltre che per le contaminazioni tra idiomi, lingua scritta e parlata, per la sua musicalità e ritmicità. In una recensione comparsa qualche anno fa sul giornale “Die Zeit” tuttavia questa sua ricerca stilistica non è stata capita ed è stata bollata come “Plapperton”, (chiacchiericcio in italiano)…
Non ho letto questo articolo e in generale cerco di non leggere troppe recensioni, perchè rischiano di essere fuorviarti. In questo caso il critico non ha lesinato definizioni poco edificanti: “Plapperton” infatti in tedesco significa parlare a vanvera, è un chiacchiericcio senza consapevolezza. Non è di certo un complimento, ma cosa posso dire, alcuni critici tedeschi dimostrano una certa arroganza verso coloro che utilizzano lo svizzero tedesco o altre contaminazioni, sia a livello di costrutti sintattici che di vocabolario più “colorito”. Permane in Germania uno stretto legame tra la letteratura e la borghesia a cui si unisce un’idea di purezza che si declina anche nel linguaggio. Io ho studiato molto, ma non mi riconosco in questa concezione: io voglio usare tutti i colori e le sfumature di una lingua, persino gli errori, perché no, per renderla più ricca.

Molti critici e lettori hanno invece colto la portata del suo romanzo tanto che lei si è aggiudicata due prestigiosi riconoscimenti: in Germania nel 2010 e poi in Svizzera ha vinto con “Come l’aria” il premio come libro tedesco e svizzero dell’anno. Un premio che per la prima volta in terra teutonica è stato assegnato a uno straniero. A riprova del ruolo attivo e propositivo degli emigrati anche sul piano narrativo.
Sì, è vero e ne sono stata molto felice. Occorre considerare due aspetti: la lingua e il tema guida. Da un lato penso di aver convinto la giuria sia in Germania che in Svizzera proprio per l’assenza di purità linguistica; dall’altro, sul fronte tematico ho trattato un argomento come quello dell’immigrazione che sembrava solo appannaggio dei politici. Naturalmente ci sono tanti libri che affrontano tale questione, ma non attraverso la finzione letteraria: si tratta per lo più di saggi di natura sociologica o storica. In letteratura invece, almeno in Svizzera, in pochi hanno affrontato questo fenomeno. Era necessario non lasciar parlare di questo tema solo i politici. Ci sono cose molto importanti di cui discutere come i rapporti tra una nonna e i suoi nipoti che lasciano il loro Paese. Mi auguro che questo romanzo e i suoi riconoscimenti incoraggino persone di seconda o terza generazione a mescolare i linguaggi e le culture, esprimendole attraverso l’arte e la scrittura.

Lo ha già accennato: lei è anche una cantautrice e collabora da anni con il rapper Jurczok 1001. Come questa attività ha influito sui suoi libri?
La collaborazione con Jurczok mi è stata di grande aiuto. Da 12 anni lavoriamo insieme. Ci sono diverse connessioni tra la lingua e la musica: la nostra idea non è che la musica illustri la letteratura, quanto la volontà di trovare una sintesi tra le due componenti. Quando si scrive si ha a che fare con vocali e consonanti, suoni che sono musica, movimento attraverso la struttura della frase, virgole, punti e domande che guidano il lettore. La musica mi ispira, c’è un apporto reciproco, sebbene con le inevitabili differenze. E poi con Jurczok abbiamo in comune anche la scrittura: lui stesso è musicista e scrittore.
 
Oltre all’immigrazione in “Come l’aria” lei scandaglia la Guerra nei Balcani e in particolare le sue conseguenze. Quale definizione darebbe oggi di quel conflitto, a vent’anni dal suo inizio?
Se si considera la regione della Serbia da cui provengo, la situazione è terribile, come negli anni Novanta. Ci sono state da poco, a maggio le elezioni e sfortunatamente Nikolic ha vinto (in rappresentanza della coalizione di destra ‘Attiviamo la Serbia’, con forti spinte conservatrici, ndr), sebbene anche Tadic (della coalizione di centrosinistra, ‘Scelta per una vita migliore’, ndr) non fosse il miglior candidato. Con questa classe politica sono riemersi i nazionalismi, è come se Milosevic fosse ancora al potere, anzi penso che sia ancora la persona più potente in Serbia ed è inconcepibile. Ci si chiede persino se i Balcani, quest’area geografica est-europea, siano realmente considerati parte dell’Europa. Anche in Francia, Norvegia e da ultimo in Grecia crescono forti spinte nazionalistiche ed è qualcosa di molto pericoloso. Basti pensare a cosa hanno prodotto con la seconda guerra mondiale. Per questo abbiamo la responsabilità di attivarci tutti nella vita politica, me compresa come scrittrice, ma in primo luogo come donna, per combattere queste forme di estremismo.

La scrittrice italiana Margaret Mazzantini ha ambientato il suo romanzo “Venuto al mondo” nella ex Jugoslavia (in autunno uscirà il film tratto dal libro con Penelope Cruz). Questo è emblematico di un interesse ancora vivo per quanto avvenuto nei Balcani…
Purtroppo non conosco questo libro, ma mi piacerebbe leggerlo. Penso sia significativo di questo crescente interesse verso i Balcani che sono parte dell’Europa e che sono ancora teatro di conflittualità e tensioni tipicamente europee.

Qual è il suo attuale rapporto con la Serbia?
Tutti i miei parenti vivono lì. Quest'estate ci andrò per presentare il mio libro in diverse lingue. É stato infatti tradotto anche in ungherese e in serbo e in questo modo desidererei incoraggiare le persone che abitano in quell'area geografica così piccola, ma che ha conosciuto la guerra ed è ricca di numerose spinte multiculturali, a credere che sia possibile vivere insieme in pace anche se si parlano lingue diverse e si praticano differenti religioni. Questo romanzo è iniziato da lì e ora vi faccio ritorno con la voglia di far capire che questa convivenza non solo è possibile, ma è necessaria.

Il regista, musicista e scrittore serbo Emir Kusturica nella sua recente autobiografia “Dove sono in questa storia” (Feltrinelli, 2011) parla dell’oblio, quella capacità di dimenticare che caratterizza la ex Jugoslavia e da qui la necessità di mettere per iscritto la sua vita. In parte era anche il suo scopo in “Come l’aria”?
No, il mio scopo era diverso. Volevo partire da un incipit forte e vedere dove mi portava la sua energia tentando di seguirla. Dopo quasi tre anni (il libro è uscito in Germania nel 2010, ndr) mi è più chiaro che ci sono stati dei temi nascosti che mi hanno guidata, ma che solo attraverso la lingua e la sua espressione mi si sono rivelati. E questo è stato scioccante perché non me lo aspettavo, è difficile esprimere certe “storie nascoste” attraverso una finzione letteraria.


E rispetto ai film di Kusturica e al suo personalissimo modo di ritrarre lo spirito balcanico?
Non conosco tutti i suoi film perciò il mio è un giudizio parziale. Credo che lui abbia realizzato delle bellissime pellicole con un approccio originale, ma al contempo che in alcune occasioni si sia abbandonato agli stereotipi. In ogni caso non sono competente in campo cinematografico. Sono più una lettrice che una spettatrice.

Nel suo libro le immagini iniziali della Traubisoda, definita la “versione balcanica della Coca Cola” nonché la “magica bibita del mio Paese” e la Chevrolet - “la nostra nave color cioccolato” che percorre contrastanti paesaggi serbi - sono due vividi esempi delle differenze tra la sua patria e la Svizzera. Piccole cose che talvolta riassumono in maniera più nitida lo spirito di una nazione rispetto a un piano economico…
È vero, questo è il mio personale approccio alla realtà. Ho cercato di accostarmi ai temi cardine del libro attraverso piccole cose, oggetti, dettagli perché credo che sia un tipo di accostamento in grado di svelare molto riguardo alla realtà. Il mio movimento è sempre dal basso verso l’alto e non viceversa; dalla terra al cielo, da ciò che è semplice e piccolo a ciò che è grande e complesso. Per questo credo che si comprendano meglio le differenze tra questi due Paesi attraverso questi oggetti quotidiani (una bibita, un’automobile) che non facendo discorsi astratti. Sono convinta che tutto ciò possa acquistare grande forza e significato agli occhi del lettore.


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