Michele Mari ad Affaritaliani.it: "I critici letterari sono diventati pigri"
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Michele Mari, perché uno scrittore come lei decide di dedicare un libro proprio ai Pink Floyd? 
Michele Mari
"E' stata una sorpresa anche per me... Anche perché non sono certo un fan della prima ora. Il mio incontro con i Pink Floyd è stato infatti tardivo se non postumo, nel senso che negli anni '70 ero isolato, attardato. Ascoltavo musica classica, al massimo arrivavo a De Andrè. Ho cominciato ad ascoltare seriamente i Pink Floyd dagli anni '90. Poi, quando pochi anni fa è morto Syd Barrett, mi è capitato di leggere molti articoli sull'argomento e sono stato talmente colpito da questa vicenda di autismo e isolamento da decidere di scrivere questo libro".
Quindi è Barrett il membro della band che più le interessava come scrittore?
"All'inizio pensavo di sì. Poi, scrivendo e documentandomi, mi sono appassionato alla figura di Waters, nelle cui ossessioni mi sono riconosciuto".
Pensa di aver scritto un romanzo o qualcosa in più?
"Nonostante il tono enciclopedico moltissime parti e moltissimi personaggi sono inventati. Parlerei tranquillamente di romanzo. L'ho voluto scrivere nel modo più corale e decentrato possibile. E' come se Barrett, che non compare mai, fosse sempre oggetto e mai soggetto, una specie di buco nero che risucchia tutto quello che ruota intorno a lui come il cuore di un mulinello, ed è come se tutto vorticasse, tendesse e fosse tenuto insieme dal suo non esserci. Una struttura a spirale, che credo corrisponda all'ambiguità dell'oggetto Barrett".
Durante la scrittura di "Rosso Floyd" i Pink Floyd hanno fatto da colonna sonora?
"Ho sempre l'abitudine di ascoltare musica mentre scrivo. Questa volta ho fatto un'abbuffata di Pink Floyd...".
Qual è il suo disco preferito della band?
"Amo molto la trilogia formata da 'The Dark Side of the Moon', 'Wish You Were Here' e 'Animals'... anche se il loro capolavoro resta 'The Wall' ".
Lei insegna letteratura italiana alla Statale di Milano. Cosa pensa della "moda" degli esordienti che sembra ossessionare la nostra editoria?
"Mi pare effimera e costruita, molto legata al successo delle scuole di scrittura e a un massiccio intervento degli editor. Non dico che molti libri vengano costruiti in casa editrice, ma raddrizzati sì. Ho sempre avuto un'idea quasi sacra della letteratura e ho sempre preteso che i miei libri fossero miei fino all'ultima virgola. L'idea del libro 'grezzo' che poi la casa editrice finisce di portare a termine non mi appartiene".
Quali autori italiani contemporanei apprezza?
"Dario Voltolini, Tiziano Scarpa, Aurelio Picca, Eraldo Baldini, grande autore di 'horror padani', poi mi piace il Moresco furibondo, non quello comico... E per non sembrare troppo aristocratico, tra gli autori di bestseller apprezzo Ammaniti".
Qual è il suo rapporto con la critica?
"Dipende dalla stima che ho per il critico di turno. Trovo che spesso nei piccoli giornali e nelle piccole riviste scriva gente dal talento critico molto più sviluppato rispetto a quella che scrive nei grandi quotidiani. Mi delude una certa pigrizia della maggior parte dei 'grandi' critici: le loro recensioni sono sempre più descrittive, riassuntive e fatalmente molto contenutistiche..."



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