di Giovanni Bogani
LOS ANGELES – Gli Oscar hanno il suono degli elicotteri. Quelli della polizia, che sorveglia l'area del Kodak Theatre in ogni modo immaginabile. E quelli delle televisioni, che riprendono anche dall'alto la folla, enorme, che preme e riempie Hollywood Boulevard e Highland street. E' lì che le limousine depositano i divi. E' lì che tutti i comuni mortali possono vederli, anche solo per un attimo. Possono chiamarli, possono sperare che si voltino. E gli elicotteri, dall'alto, come per una guerra, sorvegliano.

Oscar, il Red Carpet, foto Emmevi
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Le strade sono chiuse fin dalla mattina. Ci sono transenne, e persino barriere di cemento a bloccare Hollywood Boulevard. Poliziotti dappertutto. E c'è un camioncino che sembra un giocattolo. Sopra ci sono dei poliziotti: il camioncino è la bomb squad, la pattuglia degli artificieri. Caso mai ci fosse una bomba. Ma noi quelli della bomb squad li incontriamo placidi al drive in, ad aspettare il turno per gli hamburger. C'è una specie di carro armato, con dei bracci meccanici che non si capisce a cosa servano: quella è la "rescue guard". Poliziotti di tutti i tipi. E gente, di tutti i tipi. E lungo i marciapiedi, i barboni. Indifferenti a tutto, con i cappucci sulla testa, seduti sulle panchine, con i sacchi pieni di lattine vuote che scambieranno con pochi dollari. Hollywood è anche questo. Sporco e tristezza di chi è stato lasciato per strada, nella corsa dell'America verso il successo.
Visti da vicino, gli Oscar non sono paragonabili a nessun altro festival, a nessun'altra manifestazione. Sono qualcosa a metà tra una convention, una "parade" americana, una festa nazionale.
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