La volta che mi sono perso/ Intervista a Paolo Crepet.

Venerdì, 1 gennaio 2010 - 08:00:00

di Sonia Bianco

crepet
Paolo Crepet
Classe 1951, è psichiatra, sociologo e autore di numerosi libri e pubblicazioni. Laureatosi, nel 1976, in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova (votazione 110 con lode), consegue la seconda laurea, votazione 110, in Sociologia all’Università di Urbino nel 1980. Nel quinquennio successivo ottiene la specializzazione in Psichiatria presso la clinica psichiatrica dell’Università di Padova. E’ figlio di Massimo Crepet , pioniere della medicina del lavoro e prorettore dell’ateneo padovano. Massimo Crepet fu amico personale di Franco Basaglia. La “molla” che spinse Paolo Crepet a scegliere di fare lo psichiatra è ben in vista sul suo sito www. Paolocrepet.it, sito interattivo dove è possibile anche inviargli e-mail -. Sul sito, egli rivela:-“ La mia scelta affonda nel clima respirato da bambino grazie ai miei nonni, entrambi artisti. Quello paterno, pittore veneziano, era un intellettuale dell’arte, quello materno, ceramista marchigiano, era un artigiano dell’arte. Con loro ho passato tanto tempo, tempo che ha voluto dire una lunga infanzia felice, un periodo in cui ho immagazzinato sensazioni, emozioni, potenzialità. La mia famiglia mi ha insegnato il valore della creatività, dell’immaginazione, del “bello”. Tutto parte dalla ricerca della felicità e per questo credo che la psichiatria sia l’arte di rimuovere gli ostacoli alla felicità. Sono convinto che la psichiatria abbia più a vedere con l’arte che con altro”.

Nell’’86 l’Organizzazione Mondiale della Sanità conferì il mandato a Crepet di coordinare un progetto sulla prevenzione delle condotte suicidarie, questione che la società rifiutava e che la psichiatria, anche quella riformata, rimuoveva. Da quel momento, Crepet  scelse di concentrarsi su quel tema specifico, avvicinandosi inevitabilmente sempre di più alle questioni giovanili. I suoi studi sul suicidio confluirono nell’opera intitolata “Dimensioni del vuoto”, la prima pubblicazione in Italia che ha affrontato e “sdoganato” dai vecchi tabù il tema del suicidio. Incoraggiato dall’interesse dimostrato dall’opinione pubblica, Crepet consegnò poi alle stampe “Cuori violenti”, che ha venduto 70.000 copie.

Dal 2004 Crepet è direttore scientifico della Scuola per Genitori (www.impresafamiglia.it, ndr).
Per Einaudi ha scritto: Non siamo capaci di ascoltarli, Voi, noi; I figli non crescono più, la raccolta di racconti Naufragi.Storie di confine, La ragione dei sentimenti, Dannati e leggeri, Sull’amore, Dove abitano le emozioni con Mario Botta e Giuseppe Zois , A una donna tradita. Il suo ultimo libro s’intitola ”Sfamiglia. Vademecum per un genitore che non si vuole rassegnare”: il testo appare come una sorta di dizionario postmoderno, strutturato dalla lettera “a” alla “z”, sulle interazioni esistenti fra i giovani e gli adulti/società.

Quale è la volta che si è perso?
“Ero bambino, avrò avuto circa 10 anni. Mi persi a Venezia, vicino al Ponte di Rialto. Mi persi perché scambiai la sagoma di un altro uomo per mio padre e così continuai a camminare …Fui ritrovato dai vigili e capii dalla faccia dei miei genitori quanto si fossero preoccupati. L’episodio non si è più ripetuto ed ho continuato a frequentare tranquillamente Venezia”.

Da settimane si parla di transessuali. In molti si interrogano sulle ragioni che spingono un uomo ad avere queste frequentazioni, mentre sono pochi quelli che si concentrano sulle reazioni dei figli. Secondo Lei, cosa prova un teenager che scopre il doppio menage amoroso di suo padre? E’ forse più moderno nelle valutazioni degli adulti? Riesce a metabolizzare velocemente lo shock della scoperta?
“Dipende…Dipende dall’età. Un bambino ne rimane sconvolto, sconcertato, senza parole. L’adolescente, invece, capisce e si darà delle spiegazioni a seconda del suo vissuto, della sua cultura, e dalla capacità della madre di aiutarlo ad affrontare la nuova situazione”.

A sentire alcune madri, le classi miste contenenti al loro interno studenti italiani ed extracomunitari produrrebbero appiattimento e cali di rendimento. Ne è scaturita una polemica, a tratti anche accesa, sull’opportunità di creare classi ad hoc per soli italiani. Eppure, nel suo ultimo libro “Sfamiglia”, Lei prende nettamente le distanze da chi vorrebbe la ghettizzazione nelle scuole, evidenziando addirittura l’esistenza di studenti stranieri molto più preparati e diligenti: la verità ha più facce o è più semplice attribuire le colpe di un sistema che non va all’elemento diverso da noi?
“I numeri non me li invento io. Molti insegnanti mi hanno segnalato che i nostri studenti tendono sempre più all’immaturità ed all’ignoranza, mentre fra i migliori spiccano, per esempio, una ragazza equadoregna ed un albanese. Una curiosità: nella provincia di Brescia, i migliori in italiano sono due ragazzi, il primo originario del Marocco, l’altro proveniente dall’India. E non mi stupisco di queste rivelazioni: chi viene in Italia vuole integrarsi bene.  Le mamme spesso si preoccupano quando il proprio figlio prende quattro, se non eccelle nello sport  e così via..Anni fa denunciai  il fenomeno dei bambini “Abarth”, quei bambini, bonsai di adulti che dovevano primeggiare in tutto, ma la cosa non destò interesse".

Lei sostiene che la crisi economica in atto potrebbe tradursi in un giro di boa per i nuclei familiari: genitori/bancomat che ritornerebbero ad essere solo genitori e figli che domanderebbero dialogo anziché regali. Ma la gente è capace di fare un passo indietro e non seguitare a riempire la noia, ciondolando nei centri commerciali?
“Io sono moderatamente ottimista a tal senso. Si dovrà riscoprire l’essenziale nel rapporto fra genitori e figli. E’ essenziale  cambiare l’auto continuamente per essere felici ? O si può, invece, parlare di come il budget familiare stia subendo dei cambiamenti che comporteranno rinunce e scelte oculate?Qualcosa di buono si sta muovendo.. Penso, per esempio, a chi sta convertendosi alla filosofia del km zero”.

Alla lettera “P” del suo libro “Sfamiglia” Trento e Vittorio Veneto diventano due località accumunate dallo stesso bizzarro “baratto educativo”: due famiglie che chiedono ai vigili di non togliere i punti dalle patenti dei figli, bensì dalle loro. Cosa sta accadendo?
“Accade che si scelga di sottrarre i figli dalle punizioni per evitare loro disagi: senza la minicar quei ragazzi non avrebbero saputo come andare a scuola! Un’assurdità educativa ma la realtà è anche questa”.

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