Poesia/ "La vita più vera? A metà strada tra ebbrezza e sobrietà". Patrizia Valduga ad Affari

Sabato, 23 maggio 2009 - 13:30:00

E la felicità può essere creativa?
“Forse, se non è in atto, ma nel momento in cui si è felici non si ha voglia di scrivere. E poi penso che esistano due tipi di poeti, i poeti della nostalgia e quelli della mancanza”

E come si distinguono?
“Penso a Giovanni Raboni e a me. Raboni è un poeta della nostalgia, ha avuto un’infanzia felice, genitori straordinari, è stato un bambino prodigio, leggeva Proust all’età in cui io leggevo Topolino o l’Enciclopedia della fanciulla (ride)... e questo tempo della sua vita non può che ritornare nella sua poesia come un’oasi. Io mi reputo invece un poeta della mancanza. Credo di aver sofferto la banale carenza di affetto, patito per l’oggetto di amore che non c’è stato...  E il poeta della mancanza è più piccolo.”

Perchè?
“Perché tende ad accentrare su di sè tutto quanto e a fare di se stesso il problema. Il poeta della nostalgia ingloba tutto il mondo possibile dentro di sè e per questo è più grande. Goethe è un poeta della nostalgia. Ma forse non dovrei dire “nostalgia”, perché non sono per niente dei nostalgici: “solo del futuro, di nient’altro / ho qualche volta nostalgia”, dice Raboni. Meglio dire della “pienezza”. E in fondo, a pensarci bene, sono i poeti della mancanza che hanno sempre nostalgia di quello che non hanno mai avuto..."

Nelle sue poesie si trovano spesso contenuti forti, parole anche crude, collocate però all’interno di strutture metriche antiche e rigide come i sonetti, le terzine, le ottave... Potrebbe capitarle in futuro, di scegliere il verso libero?
“No (sorridendo), non credo proprio, perchè per me l’ordine è piacere. Posso dirle che una volta ho visto dalla finestra delle bambole di pezza appese tutte in fila ad asciugare, e mi sono eccitata. Non potrei mai scrivere versi sciolti, non saprei neanche dove fermarmi”.

E’ credente? Che rapporto ha con la religione?
“Ho un rapporto vergognosamente utilitaristico. Prego solo quando sono disperata (sorride). Invece razionalmente penso davvero, come sosteneva Alfred Drews, che la nostra mente, che usa spazi multidimensionali e infiniti, abbia dentro di sè il concetto di infinito, di eterno e non faccia che esteriorizzare una vita eterna che sta al suo interno. Io tendo a essere atea, ma anche se fossi religiosa mi professerei atea, perchè considero la religione un fatto privato, personalissimo, che non si dovrebbe esibire”.

Negli ultimi due decenni è sembrato affievolirsi di molto l’interesse dei grandi editori per i giovani poeti. Della generazione compresa tra i 20 e i 40 anni quasi non c’è traccia nelle pubblicazione dei big dell’editoria. I poeti nati dagli anni ’70 in poi sono meno bravi di quelli che li hanno preceduti?
“La colpa non è tutta dei giovani... I grandi editori sono diventati dei commercianti. Poeti come Antonio Porta, Giovanni Raboni e Vittorio Sereni avevano posti di responsabilità nelle case editrici, dirigevano collane. Adesso l’editoria è in mano a persone volgari, ignoranti, da marketing. E i pochi intellettuali a libro paga si autoconvincono che le schifezze che pubblicano sono belle... In passato si pubblicavano libri di consumo per finanziare le collane più importanti. Oggi dei libri di qualità sembra che importi molto poco...”.

Tutto questo porta a una marginalizzazione delle poesia, a una diminuzione della sua capacità di incidere nella società...
“Senza dubbio, la prova è quella sorta di autoritratto intellettuale che involontariamente forniscono gli intervistati al questionario di Io Donna (Il magazine che il sabato viene venduto insieme al Corriere della Sera, ndr). Alla domanda sui poeti preferiti c’è chi ha risposto facendo il nome solo di cantautori. Credo che tutto quello che ci fa - nello stesso tempo - sentire, essere e pensare sia pericoloso per chi sta al potere, e propagandare che i cantautori sono poeti è un modo per disinnescare tutta la carica di verità della poesia”.

Lei, originaria di Castelfranco Veneto, vive a Milano da oltre 25 anni. La città in questi ultimi tempi le sembra cambiata?
“A me non sembra tanto cambiata, mi mancano alcune persone, ma so, ho imparato da Raboni che le persone restano, non se ne vanno. E quando voglio imitare Raboni, che in una poesia popola Belluno delle persone che ama, vado con lui a trovare Vittorio Sereni in via Paravia, Paolo Volponi in via Revere, Franco Fortini in via Legnano, Antonio Porta alla redazione di "Alfabeta"... prendiamo un caffè con Elvio Fachinelli, uno champagne con Giorgio Strehler...”

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